Capitolo 6 di Insurrezioni culturali: EBREI, NERI, E RAZZA

Questo saggio offre una panoramica della storia delle relazioni tra ebrei e neri nel ventesimo secolo. I dati a disposizione dimostrano molto chiaramente che le organizzazioni ebraiche, come pure un numero elevato di individui ebrei, hanno contribuito enormemente al successo del movimento teso a rafforzare il potere dei neri e modificare la gerarchia razziale degli Stati Uniti. Si affronterà inoltre la più difficile questione di come interpretare le motivazioni ebraiche sottese all’alleanza tra neri ed ebrei.

È importante comprendere che gli ebrei e i neri costituiscono due gruppi molto diversi. Dall’antichità ad oggi, le popolazioni ebraiche hanno ripetutamente acquisito una posizione di potere e influenza in seno alle società occidentali. Gli ebrei ashkenaziti che dominano la comunità ebraica americana vantano il quoziente intellettivo medio più elevato tra tutti i gruppi umani e hanno dimostrato una straordinaria capacità di creare e partecipare a gruppi molto efficaci nel perseguimento dei loro obiettivi.1 Malgrado atteggiamenti antiebraici piuttosto diffusi (seppure abbastanza moderati rispetto alla norma storica), e malgrado arrivassero tipicamente come immigrati poveri, gli ebrei hanno rapidamente conquistato uno status sociale, un grado di ricchezza, potere e influenza negli Stati Uniti di gran lunga superiore alla loro importanza numerica. Il potere ebraico era già percettibile nel corso delle discussioni sulla potenziale partecipazione alla seconda guerra mondiale al fianco dell’Inghilterra; lo era perfino negli anni ’20, in occasione dei dibattiti sull’immigrazione (anche se allora gli ebrei non erano dalla parte dei vincitori). Ma tale potere aumentò drammaticamente dopo la seconda guerra mondiale, e dagli anni ’60 gli ebrei americani sono diventati un’élite capace di esercitare una notevole influenza sulla politica nazionale. Nonostante le profonde divergenze esistenti all’interno della comunità ebraica americana, si è registrato un ampio consenso su varie questioni politiche cruciali, particolarmente per quanto concerne il sostegno a Israele e la sicurezza di altre comunità ebraiche all’estero, le politiche in materia di immigrazione e rifugiati, la separazione tra Chiesa e Stato, i diritti all’aborto e le libertà civili.2

Gli ebrei convenivano ampiamente sulla solidarietà e sul sostegno per i movimenti mirati a rafforzare il potere dei neri americani, perlomeno fino agli anni ’70, quando i neoconservatori ebrei – una piccola minoranza in seno alla comunità ebraica – cominciarono a prendere le distanze da alcune delle forme più radicali della legislazione volta a promuovere gli interessi dei neri, chiedendo la limitazione del welfare e di alcune delle forme più radicali dell’azione positiva e dei diritti di gruppo per i neri. Tuttavia, in linea con la maggioranza delle organizzazioni della comunità ebraica americana, i neoconservatori sostenevano la rivoluzione per i diritti civili degli anni ’60.

I neri hanno un profilo storico e razziale completamente diverso. Nel Sud, i neri erano ridotti alla schiavitù e, in seguito all’emancipazione, la segregazione razziale diede luogo a una gerarchia razziale ben definita. Anche nel Nord i neri erano relativamente poveri e privi di potere, tuttavia, se valutati in base al QI, i neri hanno goduto lo stesso grado di successo occupazionale dei bianchi dalla fine della prima fase del movimento per i diritti civili – intorno al 1960. Da allora, secondo una valutazione del QI, è molto più probabile che un nero occupi un posto di lavoro che richiede un alto QI rispetto a un bianco avente lo stesso QI. Per esempio, in uno studio basato su dati del 1990, i bianchi che ricoprivano incarichi professionali vantavano un QI medio di 114, rispetto alla media di 94 per i neri con posizioni analoghe.3 Il QI medio dei neri è 85, una deviazione standard sotto la media degli americani bianchi e almeno due deviazioni standard sotto il QI medio di 115 degli ebrei americani.4

In linea con questa disparità in termini di QI e di successo ottenuto, le relazioni tra neri ed ebrei sono sempre state a senso unico. Gli ebrei hanno svolto un ruolo decisivo nell’organizzare, finanziare e promuovere le cause dei neri, ma i neri non hanno avuto alcun ruolo nella conduzione degli affari della comunità ebraica.5

UNA BREVE STORIA DELL’ALLEANZA TRA EBREI E NERI

Le attività degli ebrei a sostegno dei neri comprendevano azione legale, legislazione, raccolta di fondi, organizzazione politica e movimenti universitari contrari al concetto delle differenze razziali basate sulla biologia.

Gli ebrei hanno svolto un ruolo preminente nell’organizzare i neri, a partire dalla fondazione nel 1909 della National Association for the Advancement of Coloured People (NAACP) [Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore, N.d.T.] e continuando, malgrado un crescente antisemitismo tra i neri, fino ad oggi. La NAACP fu fondata da facoltosi ebrei tedeschi, bianchi non ebrei, e neri guidati da W. E. B. DuBois.6 Il ruolo degli ebrei era predominante:

Dalla seconda metà del decennio [1915 ca.], la NAACP assomigliava per certi aspetti a una succursale del B’nai B’rith e dell’American Jewish Committee, con i fratelli Joel e Arthur Spingarn nelle rispettive vesti del presidente del consiglio di amministrazione e del capo consulente legale; Herbert Lehman nel comitato esecutivo; Lillian Wald e Walter Sachs nel consiglio di amministrazione (sebbene non contemporaneamente); e Jacob Schiff e Paul Warburg come sostenitori finanziari. Già dal 1920 Herbert Seligman era direttore delle pubbliche relazioni, con Martha Gruening come sua assistente…. Non sorprende quindi che un attonito e infuriato Marcus Garvey si sia precipitato fuori dalla sede della NAACP borbottando che si trattava di un’organizzazione di bianchi.7

Fino al secondo dopoguerra, l’alleanza tra ebrei e neri consisteva essenzialmente nell’assistenza prestata da ricchi ebrei tedeschi alle organizzazioni di neri, sia finanziariamente sia attraverso le loro capacità organizzative; gli avvocati ebrei rivestivano anch’essi un ruolo importante nel fornire il personale per gli uffici legali delle organizzazioni attiviste nere. Per questo i fratelli Spingarn facevano parte di questa aristocrazia ebreo-tedesca. Eccezion fatta per brevi periodi in cui si era dimesso per protesta contro le posizioni del consiglio di amministrazione, Joel Spingarn fu presidente della NAACP dal 1914 al 1934, quando per la prima volta la posizione fu assunta da un nero. Alcuni ebrei benestanti erano inoltre importanti sostenitori della National Urban League, in particolar modo Jacob Schiff, il maggiore attivista ebreo dei primi due decenni del ventesimo secolo, e Julius Rosenwald, il quale aveva accumulato una fortuna con la Sears, Roebuck Company.8 Louis Marshall, l’attivista ebreo più noto degli anni ’20 nonché capo dell’American Jewish Committee (AJCommittee), sedeva nel consiglio di amministrazione della NAACP ed era uno degli avvocati principali dell’associazione. Altri noti avvocati ebrei che parteciparono alle azioni legali avviate dalla NAACP comprendevano i giudici della Corte suprema Louis Brandeis e Felix Frankfurter, l’ultimo dei quali svolse un ruolo importante nella sentenza del processo Brown v. Board of Education. Un altro avvocato ebreo che ebbe un ruolo prominente negli affari della NAACP fu Nathan Margold, descritto come avente “un’ardente coscienza sociale”;9 fu Margold a formulare il piano per la riuscita offensiva contro le basi legali della segregazione. Jack Greenberg, presidente del NAACP Legal Defense Fund [Fondo per la difesa legale della NAACP, N.d.T.] negli anni ’60, aveva rivestito un ruolo determinante anche nella fondazione del MALDEF [Fondo messico-americano per la difesa legale e l’istruzione, N.d.T.], portando insieme l’attivista messicano Pete Tijerina e la Ford Foundation.10

Fino alla fine degli anni ’30, i neri non avevano che un ruolo trascurabile in queste iniziative. Per esempio, fino al 1933 non vi erano avvocati neri impiegati nell’ufficio legale della NAACP e per l’intero decennio quasi la metà dell’ufficio legale della NAACP era composta di ebrei.11 All’apice dell’alleanza tra ebrei e neri negli anni ’60, oltre la metà degli avvocati che difendevano gli studenti e gli altri militanti del movimento di protesta nel Sud era costituita da ebrei.12 Organizzazioni caratterizzate da una forte presenza ebraica quali l’American Lawyers Guild, legata al Partito comunista,13 e l’American Civil Liberties Union prestavano anch’esse le loro competenze legali a queste iniziative.

Nel secondo dopoguerra, l’intera gamma delle organizzazioni di pubblica amministrazione ebraiche era coinvolta nelle questioni riguardanti i neri, compresi l’AJCommittee, l’American Jewish Congress (AJCongress) e la Lega contro la diffamazione del B’nai B’rith (ADL): “Con un organico di professionisti qualificati, uffici pienamente attrezzati ed esperte competenze nelle pubbliche relazioni, avevano tutte le risorse necessarie per fare la differenza.”14 Entro la fine degli anni ’40, l’ADL aveva individuato il Sud come particolarmente necessitante di cambiamento; l’ADL monitorava episodi di tensione e violenza razziale e richiedeva sempre di più l’intervento del governo federale negli affari della regione, inclusa la segregazione razziale.15

Gli ebrei apportarono contributi pari dai due terzi ai tre quarti dei finanziamenti destinati ai gruppi per i diritti civili negli anni ’60.16 L’AJCongress, l’AJCommittee e l’ADL lavoravano in stretta collaborazione con la NAACP nel redigere documenti legali e raccogliere fondi nel tentativo di porre fine alla segregazione. Alcuni gruppi ebraici, in particolare l’AJCongress, svolgevano un ruolo di primaria importanza nello stilare disegni di legge per i diritti civili e nel presentare ricorsi legali per questioni riguardanti i diritti civili a beneficio principalmente dei neri.17

Il sostegno ebraico, sia legale che pecuniario, assicurò al movimento per i diritti civili una serie di vittorie legali…. Non è esagerata l’affermazione di un avvocato dell’American Jewish Congress secondo la quale “molte di queste leggi in effetti furono redatte negli uffici di agenzie ebraiche da funzionari ebrei, presentate da legislatori ebrei e fatte entrare in vigore dalla pressione di elettori ebrei.”18

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale segnarono uno spartiacque nel sostegno degli ebrei ai neri. Gli ebrei emersero dalla guerra in una posizione molto più forte. Gli atteggiamenti antiebraici frequenti prima della guerra subirono un brusco calo e le organizzazioni ebraiche assunsero un profilo molto più rilevante nell’influenzare i rapporti etnici negli Stati Uniti, non solo nel campo dei diritti civili ma anche delle politiche migratorie. Va notato che questo alto profilo ebraico era capeggiato dall’American Jewish Congress e dall’ADL, entrambi dominati da immigrati ebrei arrivati dall’Europa dell’Est e dai loro discendenti.19 Come indicato più avanti, capire il carattere particolare di questa popolazione ebraica è cruciale per comprendere l’influenza ebraica negli Stati Uniti dal 1945 fino a oggi. L’élite ebreo-tedesca che nel secolo precedente aveva dominato gli affari della comunità attraverso l’AJCommittee cedette il passo a una nuova leadership costituita da immigrati provenienti dall’Europa dell’Est e dai loro discendenti. Anche l’AJCommittee, bastione dell’élite ebreo-tedesca, finì per essere guidato da John Slawson, immigrato dall’Ucraina all’età di sette anni. L’AJCongress, una creazione della comunità degli immigrati ebrei, era guidato da Will Maslow, socialista nonché sionista. Gli immigrati ebrei provenienti dall’Europa dell’Est erano caratterizzati dal sionismo e dal radicalismo politico.20

Per rendere l’idea del radicalismo della comunità degli immigrati ebrei, il Jewish People’s Fraternal Order, che vantava 50 000 iscritti ed era affiliato all’AJCongress, era schedato come organizzazione sovversiva dal Procuratore generale degli Stati Uniti. Dopo la seconda guerra mondiale, il JPFO fungeva da “baluardo” finanziario e organizzativo del Partito comunista degli Stati Uniti e per giunta finanziava il Daily Worker, un organo del CPUSA, e il Morning Freiheit, giornale comunista in lingua yiddish.21 Benché l’AJCongress avesse tagliato i ponti con il JPFO e avesse denunciato il comunismo come una minaccia, era un “partecipante a dir poco riluttante e non entusiasta” negli sforzi degli ebrei tesi a creare un’immagine pubblica di anticomunismo – posizione che rispecchiava le simpatie di un buon numero dei suoi aderenti, prevalentemente immigrati di seconda e terza generazione provenienti dall’Europa dell’Est.22 Il timore del possibile coinvolgimento di comunisti nel movimento per i diritti civili si focalizzò sulle attività di uno dei principali consiglieri di Martin Luther King, Stanley Levinson, il quale intratteneva stretti legami con il Partito comunista (nonché con l’AJCongress) ed era forse guidato da quest’ultimo nelle sue attività con King.23

Gli ebrei inoltre ebbero un ruolo chiave nel creare il contesto intellettuale che avrebbe reso possibile la rivoluzione nell’ambito delle relazioni razziali negli Stati Uniti. David Hollinger sottolinea “la trasformazione, per mano degli ebrei, della demografia etnico-religiosa nella vita universitaria” tra gli anni ’30 e gli anni ’60,24 e in The Culture of Critique ho descritto dei movimenti intellettuali e politici dominati da individui che si identificavano come ebrei e vedevano le proprie iniziative come volte a favorire gli interessi ebraici, soprattutto nel porre fine all’antisemitismo. Collettivamente, questi movimenti hanno portato al declino del pensiero evoluzionista e biologico nel mondo accademico e alla patologizzazione dell’identità razziale tra i bianchi.

Diversi filoni coesistevano all’interno di queste imprese intellettuali. A cominciare da Horace Kallen, gli intellettuali ebrei sono sempre stati in prima linea nell’elaborare modelli degli Stati Uniti come società etnicamente e culturalmente pluralistica. L’idea che gli Stati Uniti dovessero essere organizzati come un insieme di gruppi etnico-culturali era accompagnata da un’ideologia secondo cui le relazioni tra i gruppi sarebbero state di natura collaborativa e benevola: “Kallen sollevò lo sguardo oltre i conflitti che gli giravano intorno verso un reame ideale in cui coesistevano armonia e diversità.”25

Durante gli anni ’30 l’AJCommittee finanziò la ricerca di Franz Boas, il cui ruolo fu determinante nell’estirpare la nozione di razza biologica quale fonte importante delle differenze tra individui. (Seppure alla guida di questa battaglia, lo stesso Boas non respinse mai completamente l’opinione secondo cui esisterebbero differenze razziali nelle dimensioni del cervello, maggiori nel caso dei bianchi. Perfino alla fine della sua vita, nell’edizione del 1938 di The Mind of Primitive Man, Boas avanzò l’ipotesi che gli uomini di grande intelligenza sarebbero meno numerosi tra i neri; ciò malgrado egli sosteneva che le differenze medie di gruppo non andavano applicate agli individui per via della variazione all’interno di ogni razza.26) L’antropologia boasiana era un movimento intellettuale ebraico che già negli anni ’20 dominava l’antropologia americana.27 (Come sopra, per “movimento intellettuale ebraico” si intende un movimento dominato da individui che si identificano come ebrei e vedono il proprio coinvolgimento nel movimento come promuovente gli interessi ebraici.) Nel secondo dopoguerra l’antropologia boasiana veniva annoverata nelle opere di propaganda distribuite e promosse dall’AJCommittee, dall’AJCongress e dall’ADL, ad esempio nel film Brotherhood of Man, in cui tutti i gruppi umani venivano rappresentati come aventi le stesse capacità. Nell’epoca postbellica, l’ideologia boasiana che negava le differenze razziali, come pure l’ideologia boasiana del relativismo culturale e la convinzione nell’importanza di preservare e rispettare le differenze culturali, ereditata da Horace Kallen, erano elementi importanti nei programmi d’istruzione sponsorizzati da queste organizzazioni attiviste ebraiche e ampiamente disseminati attraverso il sistema scolastico americano.28

L’AJCommittee inoltre sosteneva le iniziative di scienziati sociali ebrei fuggiti dalla Germania negli anni ’30, particolarmente quelli legati all’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte (Max Horkheimer, Erich Fromm, T. W. Adorno, Herbert Marcuse). Questo gruppo univa elementi di marxismo e psicoanalisi – entrambi considerati movimenti intellettuali ebraici.29 Essenzialmente, The Authoritarian Personality e gli altri studi prodotti da questo gruppo (complessivamente definiti ‘Studies in Prejudice’) nacquero dalla sentita necessità di creare un programma di ricerca empirica che sostenesse una teoria aprioristica dell’antisemitismo e di altre forme di ostilità etnica, e che fosse politicamente e intellettualmente soddisfacente, al fine di influenzare il pubblico accademico americano. The Authoritarian Personality cerca di dimostrare che le affiliazioni di gruppo dei non ebrei, e in particolar modo l’appartenenza a sette religiose cristiane, il nazionalismo, e i legami familiari stretti sono segni di disturbi psichiatrici. A un livello profondo, il lavoro della Scuola di Francoforte è mirato, attraverso la patologizzazione delle affiliazioni di gruppo dei non ebrei, a cambiare le società occidentali nel tentativo di renderle resistenti all’antisemitismo.

Nel 1944 l’AJCongress fondò la Commissione sulle relazioni intercomunitarie sotto la direzione di Kurt Lewin, un fermo sostenitore dell’identità di gruppo per le minoranze. Lewin incarnava l’atteggiamento conflittuale dell’AJCongress progressista nel sostenere l’importanza di legiferare contro la discriminazione anziché contare esclusivamente sulla propaganda e sull’attivismo nelle scienze sociali.30 Gli attivisti/scienziati ammessi a questo gruppo includevano Kenneth Clark, il cui ‘test della bambola’ svolto con le bambine nere – che si prefiggeva di dimostrare il danno psichico provocato dalla segregazione – fu un elemento importante nella storica sentenza del processo Brown v. Board of Education nel 1954. Nel gruppo figurava anche Marie Jahoda, coautrice di Anti-Semitism and Emotional Disorder, un volume degli ‘Studies in Prejudice’ pubblicati dall’AJCommittee.31 Questo libro consiste in una serie di ipotesi psicodinamiche ad hoc il cui unico elemento di coesione è l’affermare che l’antisemitismo implica la proiezione di una sorta di conflitto intrapsichico. Il libro illustra bene l’utilità della psicoanalisi nella costruzione di teorie dell’antisemitismo o di altre forme di ostilità etnica come espressione di inadeguatezza psicologica piuttosto che di reali conflitti di interessi.

A questo tentativo su più fronti da parte delle organizzazioni ebraiche di modificare i rapporti etnici negli Stati Uniti si attribuisce il termine generico di movimento per le relazioni intergruppi.32 Questo sforzo comprendeva ricorsi legali contro il pregiudizio in materia di edilizia abitativa, istruzione e pubblico impiego. Le organizzazioni ebraiche redigevano anche disegni di legge e cercavano di farli entrare in vigore presso i corpi legislativi statali e nazionali. Un altro asse dell’offensiva consisteva nel plasmare i messaggi nei media, promuovendo programmi educativi per studenti e insegnanti e, come sopra osservato, incoraggiando iniziative tese a modificare il discorso intellettuale sulla razza nel mondo accademico. L’Anti-Defamation League svolgeva un ruolo decisivo in questi sforzi, “ricorrendo a pubblicità radiotelevisive, ingegnosi jingle pubblicitari, film e altre iniziative mediatiche.”33 L’ADL reclutava celebrità come Bess Meyerson, la quale girò il paese con lo slogan “non si può essere belli e odiare.”34 Film hollywoodiani quali Gentleman’s Agreement [Barriera invisibile (1947)] e The House I live in [La casa dove abito (1945)] diffondevano anch’essi gli stessi messaggi, e il musical South Pacific di Rodgers e Hammerstein includeva il tema del matrimonio interrazziale e una canzone in cui si affermava che i bambini non potevano odiare se non addestrati a farlo. Come nel caso del coinvolgimento ebraico nella politica migratoria e in molti altri esempi di attività politica e intellettuale ebraiche nei tempi sia antichi che moderni, il movimento per le relazioni intergruppi cercava spesso di minimizzare l’aperto coinvolgimento ebraico.35

L’ideologia dell’animosità intergruppi elaborata dal movimento per le relazioni intergruppi nacque dalla serie ‘Studies in Prejudice’, sponsorizzata dall’AJCommittee, in modo particolare The Authoritarian Personality della Scuola di Francoforte. Quest’opera esaminava espressamente le manifestazioni di etnocentrismo e discriminazione contro gli outgroup come un disturbo mentale e, pertanto, letteralmente come un problema di salute pubblica. L’offensiva contro l’animosità intergruppi era paragonata alla lotta della medicina contro le malattie infettive mortali, e gli individui affetti da questa patologia erano descritti dagli attivisti come “infetti.”36 Un tema ricorrente della logica intellettuale sottesa a questo filone di attivismo etnico sottolineava i benefici che una maggiore armonia intergruppi avrebbero portato – un elemento dell’idealismo inerente alla concettualizzazione del multiculturalismo di Horace Kallen – senza accennare al fatto che certi gruppi, particolarmente quelli non ebrei e di origine europea, avrebbero perso potere politico ed economico e avrebbero visto diminuire la loro influenza culturale.37 Gli atteggiamenti negativi nei confronti di certi gruppi erano visti non come risultato dei contrastanti interessi di gruppo ma piuttosto come psicopatologia individuale.38 Infine, mentre l’etnocentrismo per i non ebrei era considerato un problema di salute pubblica, l’AJCongress lottava contro l’assimilazione ebraica ed era un forte sostenitore di Israele quale etnostato ebraico.

La retorica del movimento per le relazioni intergruppi sottolineava il fatto che i suoi obiettivi si conformavano alle concezioni tradizionali dell’America, ma ciò è a dir poco fuorviante. La loro retorica sottolineava l’eredità illuministica dei diritti individuali. Tuttavia, anziché vedere l’eredità dei diritti individuali come un apporto singolare della cultura occidentale, il movimento per le relazioni intergruppi interpretava questi diritti come conformi agli ideali ebraici ereditati dai profeti. Questa concettualizzazione trascurava il fatto che la stessa tradizione ebraica è profondamente collettivista anziché individualista; trascurava anche il fatto che l’ostilità verso gli outgroup è sempre stata al centro della strategia evolutiva di gruppo degli ebrei.39 La retorica ebraica durante questo periodo poggiava dunque su una visione illusoria del passato ebraico studiata su misura per raggiungere gli obiettivi ebraici nel mondo moderno, dove la retorica illuminista dell’universalismo e dei diritti individuali manteneva ancora un notevole prestigio intellettuale.40

Il movimento per le relazioni intergruppi ignorava o denigrava altre fonti tradizionali dell’identità americana. Non c’era alcun accenno all’elemento repubblicano dell’identità americana come società coesiva e socialmente omogenea.41 Parimenti ignorata o denigrata era l’idea che l’America fosse una cultura dell’Europa nord-occidentale creata da individui appartenenti a uno specifico gruppo etnico. Questo elemento “etnico-culturale” dell’identità americana come gruppo razziale/etnico era diventato piuttosto influente tra il 1880 e il 1920 sulla scia delle teorie di Madison Grant, Lothrop Stoddard e altri. Queste teorie erano fortemente influenzate dal darwinismo, ed erano pertanto bersagliate dall’antropologia boasiana e dagli altri movimenti intellettuali ebraici esaminati in precedenza.

Già dai primi anni ’60, secondo la stima di un ufficiale dell’ADL, un terzo degli insegnanti degli Stati Uniti aveva ricevuto materiale pedagogico creato dall’ADL e basato sull’ideologia del movimento per le relazioni intergruppi.42 L’ADL era inoltre strettamente coinvolta nella selezione del personale, nella creazione del materiale didattico e nell’erogazione di assistenza finanziaria per i seminari rivolti ai docenti e agli amministratori scolastici, spesso con la collaborazione di scienziati sociali dell’accademia – collaborazione che senza dubbio dava maggiore credibilità scientifica a queste iniziative. È paradossale, forse, che questo sforzo per influenzare il curriculum delle scuole statali fosse portato avanti dagli stessi gruppi impegnati a eliminare qualsiasi aperta influenza cristiana nelle scuole pubbliche. L’ADL continua ad essere un importante promotore dell’educazione alla diversità attraverso il suo A WORLD OF DIFFERENCE® Institute.43 Dal 1985, questo istituto ha formato più di 230 000 insegnanti della scuola primaria e secondaria e ha gestito programmi di formazione alla diversità per lavoratori e studenti universitari negli Stati Uniti. Tali programmi per la formazione degli insegnanti sono stati istituiti anche in Germania e in Russia.

LE RAGIONI DEL SOSTEGNO EBRAICO ALLA CAUSA DEI NERI

È sempre difficile stimare il peso delle influenze esercitate in complesse trasformazioni sociali quali gli enormi cambiamenti nei rapporti etnici avvenuti nell’ultimo cinquantennio. A prescindere dall’esatto contributo degli ebrei e delle organizzazioni ebraiche, bisogna riconoscere che esisteva una collaborazione tra le principali organizzazioni ebraiche, gli attivisti neri e un ingente numero di bianchi che avevano interiorizzato le premesse ideologiche di questa rivoluzione. Infatti, a questo punto è lecito affermare che esiste un consenso di opinione delle élite lungo l’intero spettro politico in merito ai fondamenti morali della rivoluzione per i diritti civili dei neri. Questo consenso appare in tutta la sua chiarezza in occasioni come quella del coro di disapprovazione che nel dicembre 2002 seguì i commenti di Trott Lott, secondo cui l’America avrebbe evitato molti dei suoi problemi attuali se Strom Thurmond fosse stato eletto nel 1948. Thurmond si era candidato per un programma elettorale segregazionista.

I dati qui brevemente esaminati certamente suggeriscono che l’attivismo ebraico costituì una forza determinante per la direzione, l’organizzazione e il finanziamento della rivoluzione nelle relazioni etniche avvenuta negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Perfino Harold Cruse, aspro critico dell’alleanza tra ebrei e neri, fa notare che “La verità era (ed è tuttora) che l’American Jewish Committee e i suoi seguaci intellettuali si fecero pionieri in modi mai uguagliati dai loro alleati bianchi protestanti.”44 (Lo stesso si potrebbe dire in merito al ruolo svolto dagli ebrei nel favorire l’apertura degli Stati Uniti all’immigrazione di tutti i popoli del mondo.45) Ciò non vuol dire che, in assenza di un’alleanza con gli ebrei, i neri alla fine non avrebbero cercato di cambiare la propria situazione.

Tuttavia, è difficile credere che questi sforzi avrebbero avuto una tale efficacia e un tale rapido successo in assenza del coinvolgimento ebraico. Dopo tutto, almeno fino agli anni ’60, i neri non si erano dimostrati capaci di formare organizzazioni efficaci senza l’aiuto degli ebrei. I neri, in quanto gruppo di scarso rendimento scolastico e professionale, continuano a detenere relativamente scarso potere e influenza nelle relazioni etniche negli Stati Uniti e restano tuttora sottorappresentati in tutte le istituzioni d’élite della società. Per via della loro intelligenza, alta capacità di mobilitazione e sovrarappresentazione nelle istituzioni più prestigiose della pubblica amministrazione, dei media, del mondo commerciale e delle università, l’influenza degli ebrei è fortemente sproporzionata rispetto al loro numero. I bianchi non ebrei esercitano un’influenza relativamente scarsa rispetto agli ebrei a causa della loro mancata mobilitazione per perseguire i propri interessi etnici.47

Per di più, il continuo coinvolgimento ebraico nei media e nel finanziamento delle organizzazioni dei neri resta un elemento importante del successo dei neri, perfino molto tempo dopo il passaggio della direzione di queste organizzazioni nelle loro mani. Ad esempio, Murray Friedman fa notare come, dopo il 1955, erano i neri a guidare il movimento: “Non erano più i dirigenti ebrei e altri estranei a dettare legge. Questi lavoravano dietro le quinte, fornendo denaro e consigli a [Martin Luther] King e ai suoi assistenti, i quali guidavano il movimento, conquistavano i titoli dei quotidiani e scontavano le pene detentive.”

Malgrado l’alto profilo dei neoconservatori ebrei che disapprovano alcune delle forme più estreme dell’azione positiva e di altri elementi dell’agenda politica dei neri, la grande maggioranza degli ebrei permane nell’ala sinistra e progressista dello schieramento politico americano. Difatti, dietro gli sforzi tesi a trasformare la non discriminazione sul lavoro in un sistema di quote orientato al raggiungimento di risultati concreti vi era una coalizione di cervelli prevalentemente ebrei, in particolare Alfred W. Blumrosen, dell’Equal Employment Opportunity Commission [Commissione per le pari opportunità sul lavoro, N.d.T].48 Sebbene rappresentino un mero 2,5 percento della popolazione, gli ebrei apportano un contributo pari a oltre la metà dei finanziamenti del Partito democratico, e nelle elezioni del 2000 l’80 percento degli ebrei ha votato per Gore.49 In generale, i congressisti ebrei si schierano al fianco dei colleghi neri nel sostenere i programmi progressisti,50 e le organizzazioni ebraiche continuano ad appoggiare rigorosi programmi di azione positiva basati su quote, perlomeno laddove sussistano prove storiche di discriminazione.51

Il sostegno ebraico al Partito democratico sembra essere in declino. Nelle elezioni del 2000, dal 40 al 59 percento degli ebrei più giovani – di età compresa tra i 18 e i 29 anni – ha votato per Bush. Ciononostante, questo forte cambiamento di tendenza probabilmente non indica un sostanziale ripudio degli obiettivi raggiunti nel corso della rivoluzione intrapresa nel secondo dopoguerra nell’ambito delle questioni etniche. Per esempio, al momento, l’intero spettro politico ebraico, dall’estrema sinistra alla destra neoconservatrice, è caratterizzato dal sostegno all’immigrazione di massa multietnica negli Stati Uniti.52 Inoltre, i dirigenti più giovani dell’ADL erano più inclini a favorire l’abbassamento delle soglie nelle politiche di azione positiva in cui la razza poteva essere utilizzata come criterio di ammissione nell’ambito dell’occupazione e dell’università, anche in assenza di comprovata discriminazione.53 Gli ebrei più anziani tendono invece a vedere l’azione positiva attraverso il prisma del sistema di quote vigente negli anni ’20 e ’30, volto a limitare il numero degli ebrei nelle università d’élite.

La partecipazione degli ebrei al ribaltamento della gerarchia razziale degli Stati Uniti non è riconducibile al giudaismo di per sé. Ovvero, nel giudaismo come religione o etnia non vi è nulla che implichi che gli ebrei debbano allearsi con i neri in quanto categoria razziale oppressa nell’America europea. L’inclinazione degli ebrei a forgiare alleanze con le élite, spesso con quelle straniere e ostili, è stata un motivo ricorrente nella storia. Nel mondo antico, nel mondo musulmano e nell’Europa cristiana dal Medioevo fino all’Europa dell’Est del secondo dopoguerra, gli ebrei si sono alleati con i leader e sono stati spesso visti come oppressori della gente comune.

Infatti, ho sostenuto che un’importante differenza tra l’Europa occidentale e l’Europa dell’Est sta nel fatto che i sistemi di sfruttamento economico basati sulla collaborazione tra ebrei ed élite non ebree persistettero molto più a lungo nell’Europa dell’Est. Lì, “l’amministratore immobiliare ebreo divenne padrone della vita e della morte della popolazione di interi quartieri, e non avendo che un interesse puramente finanziario e a breve termine nel rapporto, si trovava di fronte all’irresistibile tentazione di spremere fino all’osso i suoi sudditi temporanei.55 Il prestito a interesse e la riscossione delle imposte per mano degli ebrei erano temi che hanno caratterizzato i sentimenti antiebraici per secoli.

Per di più, la legge ebraica ammette la schiavitù e prevede distinzioni tra il trattamento di schiavi ebrei e non ebrei (a forte discapito degli ultimi). Gli ebrei dominavano la tratta degli schiavi nel mondo romano antico,56 e partecipavano – in qualità di élite mercantile in Spagna, Portogallo e ad Amsterdam – al finanziamento della tratta degli schiavi africani nel Nuovo Mondo. Negli Stati Uniti gli ebrei del Sud trafficavano e possedevano schiavi,57 probabilmente almeno in misura proporzionale alla loro ricchezza e alla percentuale della loro popolazione.

Alla luce di questo passato, non stupisce che negli Stati Uniti gli ebrei del Sud fossero tipicamente riluttanti a partecipare al movimento per i diritti civili.58  La comunità ebraica del Sud era relativamente modesta rispetto al gran numero di ebrei giunti dall’Europa dell’Est tra il 1880 e il 1924 e aveva relativamente poca influenza sulla scena nazionale. Gli ebrei del Sud arrivarono nel XIX secolo, principalmente dalla Germania, ed erano tendenzialmente conservatori, almeno a confronto dei loro connazionali dell’Europa dell’Est. L’impressione generale condivisa dagli ebrei del Nord, dai bianchi e dai neri del Sud era che gli ebrei del Sud avessero adottato gli atteggiamenti dei bianchi sulle questioni razziali. Gli ebrei del Sud inoltre preferivano mantenere un profilo basso, poiché i bianchi del Sud spesso – e a ragione – puntavano il dito contro gli ebrei del Nord quali principali istigatori del movimento per i diritti civili, nonché a causa dei legami tra ebrei, comunismo e agitazione per i diritti civili in un periodo in cui sia la NAACP che le principali organizzazioni ebraiche facevano di tutto per minimizzare i loro legami con il comunismo.59 (Gli ebrei costituivano la spina dorsale del Communist Party USA, e il CPUSA faceva attivismo a favore della causa dei neri.60) Era prassi comune per i sudisti inveire contro gli ebrei, escludendo tuttavia gli ebrei del Sud: “Qui abbiamo solo ebrei di tutto rispetto, nulla a che vedere con gli ebreucci di New York.”61

Gli uomini d’affari ebrei adottavano le usanze segregazioniste del Sud e assumevano spesso il ruolo di sfruttatori economici nei confronti dei neri. In una relazione del Committee on Labor Relation dell’ADL nel 1946 si sottolineava che “Va detto chiaramente che rispetto agli [afroamericani] gli ebrei sono vulnerabili nel Sud. Gli unici ebrei che un nero incontra in città sono agenti di prestito su pegno, fruttivendoli, agenti assicurativi o padroni di casa. Gli unici ebrei che un mezzadro incontra sono esercenti o commercianti.”62 Un giornalista riferì nel 1946 che i neri del Sud nutrivano spesso atteggiamenti antiebraici; provavano “una macabra soddisfazione di fronte alla persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti. Sostenevano che gli ebrei dalle loro parti fossero indistinguibili dai ‘cracker’ [bianchi poveri, N.d.T] nei loro atteggiamenti verso i neri.”63 Sebbene esistessero delle eccezioni, la vasta maggioranza degli ebrei del Sud non si associava al movimento per i diritti civili, nemmeno dopo l’intensificarsi della lotta negli anni ’50 e ’60.64

Analogamente, la stragrande maggioranza degli ebrei nel Sudafrica collaborava con il sistema dell’apartheid. Tra il 1948 e il 1970, la maggior parte degli ebrei appoggiava l’United Party, che “era impegnato a favore della supremazia bianca tanto quanto i nazionalisti afrikaner.”65 Arrivati gli anni ’70, gli ebrei erano sempre di più orientati verso il Progressive Party, che promuoveva lo smantellamento graduale dell’apartheid, ma “sembra che ci fosse un briciolo di verità nella cinica battuta di allora secondo cui la maggior parte degli ebrei parlava come i progressisti, votava per l’United Party e sperava che il National Party rimanesse al potere.”66

Tuttavia, l’aspetto più singolare del comportamento politico ebraico sotto l’apartheid consisteva nella vasta sovrarappresentazione degli ebrei tra gli individui banditi dal governo per via della loro opposizione all’apartheid. A titolo d’esempio, gli ebrei rappresentavano più della metà dei bianchi arrestati nel 1956 in occasione del Treason Trial [processo penale per alto tradimento, N.d.T.] e quasi la metà dei bianchi sospettati nel 1962 di essere iscritti al Partito comunista; nell’opinione pubblica, pertanto, “il numero degli ebrei tra i ranghi di quanti cercavano di sovvertire lo Stato era sproporzionatamente prominente.”67

Il migliore fattore predittivo della partecipazione ebraica alla politica radicale nel Sudafrica era l’esposizione, in giovane età, al radicalismo politico della sottocultura ebraica dell’Europa dell’Est.68 Come indicato qui di seguito, questa è la singolarità di questo gruppo ebraico che è stato così determinante nella rivoluzione dei rapporti razziali negli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra.

Nel Nord, almeno nel corso degli anni ’60, gli ebrei erano considerati più come sfruttatori che come sostenitori dei neri, per via del loro ruolo imprenditoriale all’interno della comunità nera.  Da Marcus Garvey a Malcolm X, Julius Lester (“Dobbiamo riprenderci Harlem dalla tasca di Goldberg”), Louis Farrakhan, e Khalid Muhammed (gli ebrei erano “sanguisughe della nazione nera”), i nazionalisti neri hanno spesso denunciato gli ebrei come sfruttatori economici dei neri in quanto uomini d’affari in seno alla comunità nera.69 Durante gli anni ’30, man mano che crescevano le tensioni causate dalla Grande depressione, un giornale nero dichiarò: “Se i commercianti ebrei trattano gli operai tedeschi come la gente di Harlem viene trattata da Blumstein’s [un grande magazzino di proprietà ebraica], allora Hitler ha ragione.”70 La percezione degli ebrei come sfruttatori sfociava spesso nella violenza contro di loro, come accadde durante le rivolte razziali del 1943 a Detroit, dove i negozi degli ebrei divennero il principale bersaglio dei neri, e come ad Harlem e a Chicago, dove i leader neri denunciavano spesso il fatto che i negozi di proprietà ebraica non assumevano neri.71 Durante gli anni ’40, secondo un osservatore, “ad Harlem era diventata un’abitudine incolpare l’ebreo delle discriminazioni e degli abusi.”72 I commercianti ebrei furono presi di mira anche durante le rivolte nere dei tardi anni ’60 e dei primi anni ’70; tra il 1968 e il 1972, per esempio, a Philadelphia 22 commercianti ebrei furono uccisi e 27 feriti in sparatorie o aggressioni da parte dei neri.73 Le accuse di affitti e prezzi da strozzini erano diventate un luogo comune.

Cionondimeno, anche se siffatti episodi dimostrano indubbiamente che la percezione degli ebrei da parte dei neri era spesso negativa, è possibile che questi incidenti fossero sintomo più della mancata capacità dei neri di sviluppare le proprie attività commerciali che del carattere speculativo degli imprenditori ebrei. In tempi più recenti, i neri hanno preso di mira i negozi di proprietà coreana durante le rivolte del 1993 a Los Angeles, dopo che i coreani avevano sostituito gli ebrei come imprenditori al servizio della comunità nera.

Quando li si interroga sulle loro motivazioni, gli ebrei tendono a considerarsi altruisti nel proprio sostegno alle cause dei neri, oppure “ritengono che l’interessamento degli ebrei verso i neri fosse ‘naturale,’ nato da analoghe esperienze di sofferenza e oppressione.”74 All’apice dei movimenti per i diritti civili, gli ebrei e le organizzazioni ebraiche “ridefinirono il giudaismo come sinonimo del progressivismo.”75 Secondo un’argomentazione comunemente espressa, l’impegno ebraico a sostegno dei diritti civili rifletteva “l’etica universalista” del giudaismo.76 Questa opinione sorvola però sulla storia del popolo ebraico come ingroup chiuso, dalla mentalità profondamente particolarista, e con criteri morali ben diversi per i membri dell’ingroup e quelli dell’outgroup.77

Nel mondo contemporaneo, l’esempio più flagrante del particolarismo morale ebraico è incarnato dalla realtà di Israele, Stato segregazionista ed espansionista. In Israele gli ebrei hanno sottoposto i palestinesi a una brutale occupazione avente come ultimo obiettivo l’espansione del loro territorio e l’inclusione delle terre conquistate durante la guerra del 1967; gli ebrei americani sono stati forti sostenitori di Israele e negli ultimi anni la comunità ebraica organizzata ha favorito il Likud, partito di destra, e le sue politiche aggressive verso i palestinesi. Molti dei sostenitori del Likud fanno parte dell’iper-etnocentrico movimento dei coloni e di altre forme di integralismo ebraico.78

Un’altra tattica è stata riconoscere che gli ebrei, nel promuovere la causa dei neri, hanno portato avanti i propri interessi, circoscrivendoli però a un interesse generale volto a tutelare i diritti civili ebraici. Nel 1954, per esempio, Will Maslow, un attivista ebreo del National Jewish Community Relations Advisory Council, osservò che le azioni legali instaurate dalla NAACP per conto di attori neri avvantaggiavano gli ebrei, soprattutto nel porre fine alle clausole restrittive nei contratti di locazione e alla libertà di discriminare in base alla razza nelle decisioni di assunzione.79 In una lettera del 1920, Louis Marshall fece notare che le clausole restrittive nei contratti di locazione potevano essere utilizzate non solo contro i neri ma anche contro “individui di qualsiasi razza, nazionalità, od origine”.80

Tuttavia, gli interessi dei neri e degli ebrei sono diventati sempre più divergenti, soprattutto una volta raggiunto l’apice dell’alleanza tra ebrei e neri negli anni ’60. In quel tardo decennio, gli ebrei si opposero aspramente ai tentativi della comunità nera di assumere il controllo delle scuole di New York, perché ciò minacciava l’egemonia ebraica sul sistema scolastico, compreso il sindacato degli insegnanti.81 Ulteriori divergenze tra neri ed ebrei sono sorte negli anni ’70, quando l’azione positiva e le quote per l’ammissione dei neri alle università diventarono fonte di disaccordo.82 I principali gruppi ebraici – l’AJCommittee, l’AJCongress e l’ADL – si schierarono dalla parte di Bakke nella storica causa legale sui sistemi di quote razziali nella facoltà di medicina della University of California-Davis, promuovendo in tal modo i propri interessi come minoranza altamente intelligente in una società meritocratica.

Cionondimeno, negli ultimi tempi i gruppi ebraici hanno approvato l’utilizzo della razza come criterio di assunzione di personale e di ammissione universitaria, particolarmente nei casi in cui esistono prove di precedenti discriminazioni. Nel 1995, l’ADL respinse una risoluzione che avrebbe permesso l’utilizzo della razza come criterio anche in assenza di “discriminazione manifesta” o di sua “presenza simbolica.”83 Durante lo stesso periodo, l’AJCongress sostenne l’imposizione di obiettivi e scadenze da parte dei tribunali “nei casi di constatata discriminazione.”84 Nella recente causa giudiziaria avanti alla Corte suprema riguardante i criteri di ammissione alla University of Michigan, le principali organizzazioni ebraiche hanno sostenuto l’azione positiva. Nell’esposto presentato in qualità di amicus curiae, l’AJCommittee fece notare che “La diversità non solo fornisce a tutti gli studenti un’esperienza formativa più ricca, ma li prepara a partecipare alla nostra democrazia pluralista”.85 Per quanto concerneva l’ammissione alla facoltà di giurisprudenza, l’ADL favoriva criteri che non assegnavano alla razza un punteggio specifico, dichiarando che la decisione era un “tentativo di raggiungere un delicato equilibrio”. L’ADL inoltre “esortava gli uffici addetti alle ammissioni universitarie a prendere atto del fatto che la Corte non aveva autorizzato l’utilizzo della razza come ‘sostituto di una valutazione individualizzata dei candidati’.”86

Dagli anni ’60 in poi, l’interesse etnico degli ebrei nel promuovere la causa di Israele cozzava anche con le opinioni di molti militanti radicali neri che consideravano Israele una potenza coloniale occidentale e i palestinesi un popolo musulmano oppresso del Terzo mondo. Alla fine degli anni ’60, per esempio, lo Student Non-Violent Coordinating Committee (SNCC) qualificava il sionismo come “colonialismo razzista”.87 Agli occhi degli ebrei, numerosi leader neri, inclusi il defunto Stokely Carmichael (Kwame Touré), Jesse Jackson, Louis Farrakhan e Andrew Young erano fin troppo filo-palestinesi. (Young fu destituito dal posto di ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite per via delle pressioni da parte degli ebrei in seguito alle sue trattative segrete con i palestinesi.) Negli ’60, l’aperta solidarietà verso i palestinesi da parte degli estremisti neri, alcuni dei quali si erano convertiti all’Islam, ebbe come conseguenza l’abbandono del movimento da parte di molti ebrei della Nuova sinistra.88 Le origini del neoconservatorismo sono riconducibili in parte, se non principalmente, al fatto che la sinistra, inclusi l’Unione Sovietica e gli estremisti di sinistra negli Stati Uniti, erano diventati antisionisti e antiebraici. Infatti, dai sondaggi condotti a partire dagli anni ’60 emerge con sistematica regolarità che i sentimenti antiebraici tendono a essere molto più comuni tra i neri che tra i bianchi. Il più recente sondaggio dell’ADL, risalente al 1998, rivela che gli atteggiamenti antiebraici erano quasi quattro volte più comuni tra i neri rispetto ai bianchi (34 contro il 9 percento).89

Harold Cruse, un intellettuale nero, presenta un’analisi particolarmente caustica del ruolo svolto dall’auto-interesse degli ebrei nell’alleanza tra neri ed ebrei. “Gli ebrei sanno esattamente ciò che vogliono in America“. Gli ebrei vogliono il pluralismo culturale per via della loro politica a lungo termine di non assimilazione e di solidarietà di gruppo. Cruse fa notare tuttavia che “possono essere due a fare lo stesso gioco” (cioè formare gruppi etnocentrici molto nazionalisti) e, “quando succede, guai a stare dalla parte meno numerosa”.90 Cruse osserva che le organizzazioni ebraiche vedono il nazionalismo bianco come la loro principale minaccia potenziale e tendono a sostenere le politiche di integrazione (ossia assimilazioniste, individualiste) per i neri in America, presumibilmente perché tali politiche contribuiscono a diluire il potere dei bianchi e a ridurre la possibilità di una maggioranza bianca, solidale, nazionalista e antiebraica. Allo stesso tempo, le organizzazioni ebraiche si sono opposte a una posizione nazionalista nera perseguendo invece una strategia di gruppo anti-assimilazionista e nazionalista per il proprio gruppo.

Questa riflessione sulle motivazioni degli ebrei va presa sul serio. Il ruolo degli ebrei nelle questioni dei neri deve essere visto come parte di un quadro ben più ampio delle strategie elaborate dagli ebrei nel secondo dopoguerra. Abbiamo visto come l’attività ebraica nell’epoca post-bellica si è focalizzata sulla propaganda e sull’attivismo politico del movimento per le relazioni intergruppi. Questo “pressing a tutto campo” di programmi educativi, messaggi sui media, iniziative legislative, ricorsi legali e manifestazioni aveva l’obiettivo di modificare le opinioni e i comportamenti tipici dell’America tradizionale. Come fa notare Stuart Svonkin, gli attivisti ebrei “vedevano il proprio impegno nel movimento per le relazioni intergruppi come una misura preventiva concepita per assicurare che “ciò” – ossia la guerra di sterminio nazista contro il popolo ebraico d’Europa – non potesse mai verificarsi in America.”91

A parte il movimento, qui discusso, teso a trasformare le relazioni etniche, le organizzazioni ebraiche hanno assunto la guida nel cambiare la politica migratoria statunitense verso una politica migratoria multietnica su larga scala.92 Permane tuttora un ampio consenso a favore dell’immigrazione di massa multietnica all’interno della comunità ebraica statunitense, e diversi attivisti ebrei hanno fatto notare i vantaggi che gli ebrei potrebbero trarre da un’America in cui l’egemonia politica e demografica dei bianchi fosse ridotta e i bianchi fossero incapaci di determinare il proprio destino politico.93 Più di recente, Leonard S. Glickman, presidente e amministratore delegato della Hebrew Immigration Aid Society, ha dichiarato che “Più eterogenea è la società americana, più [gli ebrei] sono al sicuro.”94  Non dovendosi più occupare degli ebrei russi, l’HIAS si impegna ora con zelo a reclutare rifugiati dall’Africa – una nuova svolta nell’alleanza tra neri ed ebrei.

In linea con questa interpretazione è anche il fatto che negli ultimi anni le organizzazioni ebraiche hanno stretto alleanze con altre organizzazioni etniche di attivisti non bianchi. Per esempio, gruppi come l’AJCommittee e il Jewish Community Council of Greater Washington hanno formato coalizioni con organizzazioni quali il National Council of La Raza e la League of United Latin American Citizens (LULAC).95 Un esempio emblematico di questi sforzi è quello della Foundation for Ethnic Understanding, fondata tra gli altri dal rabbino Marc Schneider, presidente del North American Boards of Rabbis.96 La Fondazione è strettamente legata al World Jewish Congress, che cofinanzia l’ufficio della Fondazione di Washington DC come pure diversi suoi programmi. Esempio tipico delle iniziative della Fondazione è una riunione, tenutasi nell’agosto 2003, alla quale hanno partecipato il Congressional Black Congress, il Congressional Hispanic Caucus, la Jewish Congressional Delegation e il Congressional Asian Pacific American Caucus. Tra i numerosi programmi della Fondazione figurano l’organizzazione del Congressional Jewish/Black Caucus; l’attribuzione del Corporate Diversity Award a “una delle maggiori imprese societarie sulla Fortune 500 distintasi nel costruire una forza lavoro diversificata”; la cerimonia di assegnazione dei premi Annual Latino/Jewish Congressional Awards; la cerimonia di assegnazione dei premi Annual Black/Jewish Congressional Awards; e l’Annual Interethnic Congressional Leadership Forum. Quest’ultimo progetto organizza un incontro annuale che riunisce la NAACP, il National Council of La Raza, il World Jewish Congress e il National Asian Pacific American Legal Consortium. È più che evidente che i vari gruppi etnici non europei stanno forgiando legami sempre più stretti, e in questa iniziativa sono le organizzazioni ebraiche a reggere il timone.

Le motivazioni ebraiche, naturalmente, non devono essere necessariamente viste in termini difensivi ma piuttosto come un modo per massimizzare il potere ebraico. La realtà è che l’ascesa degli ebrei negli Stati Uniti, come pure quella dei loro alleati neri e dei milioni di immigrati non bianchi arrivati dopo il 1965, è stata accompagnata da una conseguente diminuzione del potere delle vecchie élite bianche e protestanti. Si tratta senz’altro di una motivazione sufficiente, ma omette un importante fattore psicologico. In questo saggio ho fatto notare il contrasto esistente tra gli immigrati ebreo-tedeschi arrivati negli Stati Uniti nella seconda metà del XIX secolo e l’immigrazione di massa degli ebrei provenienti dall’Europa dell’Est che trasformò drasticamente la fisionomia della comunità ebraica statunitense nella direzione del radicalismo politico e del sionismo. Il primo gruppo di immigrati divenne ben presto un gruppo d’élite e i loro atteggiamenti, come in Germania, erano sicuramente più progressisti rispetto a quelli dei non ebrei in simili condizioni.97 Ciononostante, tendevano a essere politicamente conservatori e, che vivessero al Nord o al Sud, non cercavano di cambiare radicalmente le usanze popolari della maggioranza bianca, né si davano alla critica radicale della società non ebraica. Ritengo alquanto improbabile che, in assenza della massiccia immigrazione degli ebrei dell’Europa orientale tra il 1880 e il 1920, gli Stati Uniti avrebbero subito le trasformazioni radicali verificatesi nell’ultimo cinquantennio.

Gli immigrati dell’Europa dell’Est e i loro discendenti erano e sono tuttora un gruppo ben diverso.98 Questi immigrati provenivano dagli shtetl, comunità religiosamente integraliste e intensamente etnocentriche dell’Europa dell’Est. Questi gruppi avevano raggiunto una posizione economica dominante in tutta la regione, ma erano sottoposti a intense pressioni a causa delle opinioni e delle leggi antiebraiche. Per di più, per via della loro elevata fertilità, la stragrande maggioranza degli ebrei dell’Europa dell’Est era povera. Intorno al 1880 questi gruppi spostarono l’attenzione dal fanatismo religioso a una complessa combinazione di radicalismo politico, sionismo e fanatismo religioso, anche se il fanatismo religioso era in declino rispetto alle altre due ideologie.99 Il loro radicalismo politico coesisteva spesso con altre forme messianiche di sionismo e un marcato impegno al nazionalismo ebraico e al separatismo religioso e culturale, e molti individui nutrivano queste idee in combinazioni diverse e spesso rapidamente mutevoli.100

Le due correnti, ossia il radicalismo politico e il sionismo, entrambe derivanti dal pullulante fanatismo e dall’ardente etnocentrismo delle popolazioni ebraiche minacciate nell’Europa dell’Est del XIX secolo, continuano ad avere ripercussioni sul mondo contemporaneo. Tanto in America quanto in Inghilterra, l’immigrazione degli ebrei dall’Europa dell’Est dopo il 1880 ebbe un effetto trasformativo sulle opinioni politiche della comunità ebraiche in quei luoghi, orientandole verso il radicalismo politico e il sionismo, spesso in combinazione con l’ortodossia religiosa.101 In entrambi i Paesi, gli immigrati ebrei provenienti dall’Europa dell’Est subissarono demograficamente le comunità ebraiche preesistenti, che si fecero sempre più preoccupate per un possibile aggravarsi dell’antisemitismo. Ci furono tentativi da parte delle comunità ebraiche più antiche di dissimulare quanto fossero diffuse le idee politiche radicali tra gli immigrati. Non c’è però alcun dubbio che gli immigrati ebrei formavano il nucleo della sinistra americana almeno durante gli anni ’60; come sopra indicato, gli ebrei continuano tutt’oggi a rappresentare una forza importante della sinistra.

Una delle manifestazioni dell’ardente etnocentrismo degli immigrati ebrei e dei loro discendenti è l’odio nei confronti del mondo non ebraico. In altre parole, a livello cosciente, gli attivisti ebrei che ebbero un effetto così grande sulla storia delle relazioni razziali in America erano motivati in larga misura dall’odio verso la struttura del potere bianco degli Stati Uniti, poiché la struttura del potere bianco rappresentava la cultura di un outgroup. Ho tentato in diverse occasioni di descrivere l’odio intenso nutrito dagli ebrei nei confronti del mondo sociale non ebraico,102 ma forse è John Murray Cuddihy a esprimerlo ancora meglio:

Da Solomon Maimon a Normon Podhoretz, da Rachel Varnhagen a Cynthia Ozick, da Marx e Lassalle a Erving Goffman e Harold Garfinkel, da Herzl e Freud a Harold Laski e Lionel Trilling, da Moses Mendelssohn a J. Robert Oppenheimer e Ayn Rand, Gertrude Stein, e Reich I e II (Wilhelm e Charles), una sola struttura dominante di un dilemma identico e un destino condiviso si impone sulla coscienza e sul comportamento dell’intellettuale ebreo in Galut [esilio]: con l’avvento dell’emancipazione ebraica, quando le mura del ghetto si sbriciolano e gli shtetlach [villaggi ebraici] cominciano a svanire, la comunità ebraica – come un antropologo dagli occhi sgranati – entra in uno strano mondo, a esplorare uno strano popolo che osserva uno strano halakah [codice morale]. Esamina questo mondo con sgomento, meraviglia, rabbia, e obiettività punitiva. Questa meraviglia, questa rabbia, e l’obiettività vendicativa dell’estraneo emarginato sono recidive; continuano ininterrottamente nel nostro tempo, perché l’emancipazione ebraica continua fino ai nostri tempi.103

In linea con quanto è noto sulla psicologia dell’etnocentrismo, ciò implica che una delle motivazioni fondamentali degli intellettuali e attivisti ebrei coinvolti nella critica sociale si riduce semplicemente all’odio verso la struttura del potere non ebraico, percepita come antiebraica e profondamente immorale. Tale odio è tipicamente associato alla specifica denuncia secondo cui la cultura statunitense prima della seconda guerra mondiale sarebbe stata profondamente antiebraica. Oggetto particolare dell’indignazione degli ebrei era la legge sull’immigrazione del 1924, che bloccò l’immigrazione degli ebrei dell’Europa orientale negli Stati Uniti. Indubbiamente, la legge del 1924 era motivata in parte dal consenso statunitense contrario al radicalismo politico e alle consuetudini claniche-tribali dei recenti immigrati ebrei.104 La forza emotiva dell’impegno ebraico a favore dell’alleanza tra ebrei e neri è rispecchiata nell’intensità dei loro sforzi per cambiare la politica migratoria degli Stati Uniti; entrambi i movimenti evidenziano forti sentori di odio nei confronti dell’intera cultura bianca e cristiana degli Stati Uniti, considerata antiebraica e pertanto immorale.

La subcultura ebraica di lingua yiddish vedeva l’America bianca attraverso il prisma dell’ebreo dello shtetl dell’Europea dell’Est, circondato da un fiume di non ebrei ostili sempre pronti a scatenare un pogrom antiebraico. Infatti, negli anni ’20 e ’30 la stampa yiddish era solita descrivere i linciaggi e altre manifestazioni di animosità razziale come pogrom o autodafé (ovvero le penitenze ed esecuzioni pubbliche dei cripto-ebrei condannati dall’Inquisizione per essere cattolici insinceri).105 Entrambi i termini collocano l’ebreo nella posizione del nero quale vittima di aggressione da parte dei bianchi. I bianchi del Sud erano considerati alla stregua dei cosacchi che attaccavano gli ebrei nella Polonia del XVIII secolo o degli inquisitori che torturavano e giustiziavano gli ebrei nella Spagna del XVI secolo – un’indicazione di quanto sia profondo il senso di rancore storico tipico degli ebrei caratterizzati da una forte identità etnica.106

Questa profonda antipatia nei confronti del mondo non ebraico è evidente nei commenti di Michael Walzer, sociologo della Princeton University nonché membro degli Intellettuali di New York, in merito alle “patologie della vita ebraica”. Walzer descrive “la sensazione che ‘tutto il mondo sia contro di noi,’ la conseguente paura, il risentimento, e l’odio verso il goy, i sogni segreti di rovesciamento e di trionfo”.107 Queste emozioni erano molto evidenti nelle iniziative ebraiche intraprese per conto dei neri dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni ’60 lo stesso Walzer organizzava picchetti davanti alle catene di negozi le cui succursali praticavano la segregazione nel Sud e marciava nelle manifestazioni; era altresì un importante sostenitore economico del movimento per i diritti civili degli anni ’60.108  Egli sottolinea che gli ebrei coinvolti nel movimento per i diritti civili non erano solo dei progressisti che per puro caso erano ebrei:

Nel movimento per i diritti civili, eravamo inequivocabilmente progressisti ebrei. La nostra identità, l’autocoscienza, la comprensione del nostro passato e, soprattutto, i nostri sentimenti più profondi erano più coinvolti in questa lotta che in qualsiasi [altra causa progressista]… Avevamo i nostri ricordi dei seder di Pasqua [con il tema degli ebrei schiavizzati], e sapevamo citare i profeti e raccontare storie della persecuzione ebraica. Gli sceriffi del Sud con i loro cani ci sembravano cosacchi… o nazisti. Questioni a cui non pensavamo e di cui non parlavamo negli altri movimenti ci venivano facilmente in mente e sulle labbra in questo. Siamo rimasti sorpresi dalla forza della nostra identificazione: i neri americani come ebrei, noi ebrei come neri. I diritti civili, noi credevamo, erano la nostra battaglia.109

Le motivazioni dell’alleanza tra neri ed ebrei devono inoltre essere considerante nel contesto generale del coinvolgimento ebraico nella sinistra, argomento che ho discusso a fondo altrove.110 Quanto segue riassume la questione:

  1. Gli ebrei beneficiavano direttamente delle attività della sinistra attraverso il miglioramento della loro situazione economica, come nell’alleanza tra ebrei e neri, dove si assistette a ricorsi contro la discriminazione nel settore occupazionale e dell’edilizia abitativa. Nell’Europa dell’Est un gran numero di ebrei viveva in povertà, e gli ebrei beneficiarono della rivoluzione bolscevica perché pose fine alle pratiche antiebraiche del governo. Nei primi decenni della loro presenza negli Stati Uniti, gli ebrei coinvolti nel movimento operaio lottarono per migliori condizioni economiche per i lavoratori ebrei.
  1. Gli ebrei erano diversi dagli altri appartenenti al movimento operaio per via del loro intenso odio verso l’intero ordine sociale, da essi considerato antiebraico, e verso l’espressione di un popolo e di una cultura stranieri. Tale odio non cambiò neanche dopo aver conquistato la mobilità sociale ascendente negli Stati Uniti. Per esempio, il sociologo Seymour Martin Lipset descrive tipiche famiglie ebraiche che “giorno dopo giorno, sedute a tavola, a Scarsdale, Newton, Great Neck, e Beverly Hills, discutevano quanto tremenda, corrotta, immorale, poco democratica e razzista fosse la società statunitense”.111 Per molti ebrei della Nuova sinistra “la rivoluzione promette di vendicare le sofferenze e di rimediare ai torti per tanto tempo inflitti agli ebrei con il permesso, incoraggiamento, o perfino per ordine delle autorità nelle società pre-rivoluzionarie.112 Dalle interviste ai radicali ebrei è emerso che molti nutrivano fantasie distruttive in cui la rivoluzione avrebbe portato a “l’umiliazione, l’espropriazione, l’incarcerazione o l’esecuzione degli oppressori”,113 insieme alla convinzione della propria onnipotenza e della propria capacità di creare un ordine sociale privo di oppressione.
  1. Come sopra notato, alcuni opinionisti hanno osservato che gli ebrei coinvolti nell’alleanza con i neri si percepivano come altruisti che esprimevano un’etica universalista profondamente radicata nella tradizione ebraica. In generale, gli studi dei radicali ebrei condotti da scienziati sociali ebrei tendevano ad attribuire gratuitamente il radicalismo ebraico, in assenza di adeguate spiegazioni economiche, alla “libera scelta di una minoranza dotata.”114 In effetti l’ideologia progressista forniva una patina di universalismo, ma un’analisi più approfondita dei radicali ebrei rivela che la maggior parte nutriva una forte identità ebraica e abbandonò il movimento quando questo sembrava pregiudicare gli interessi ebraici. Spesso gli attivisti ebrei si auto-ingannavano sull’intensità degli impegni che si assumevano in quanto ebrei. L’universalismo di sinistra offriva una critica delle istituzioni che promuovevano legami di gruppo tra i non ebrei (come il nazionalismo e le associazioni religiose cristiane tradizionali) mentre gli ebrei per conto loro continuavano a coltivare un forte senso di identità di gruppo. Gli ebrei ostentavano una retorica universalista mentre erigevano sottili barriere tra loro e i non ebrei:

A dire il vero [gli intellettuali non ebrei] non sono    pienamente accettati nemmeno nella compagnia laica, umanista e progressista dei loro amici ebrei di un tempo. Gli ebrei continuano a insistere in modo indiretto e spesso sibillino sulla propria singolarità. L’universalismo degli ebrei per quanto riguarda le relazioni tra ebrei e non ebrei suona insincero… Ciononostante, abbiamo l’anomalia dei laici e atei ebrei che redigono i propri libri di preghiera. Troviamo riformatori politici ebrei che tagliano i ponti con i loro partiti locali perché dediti a uno stile di politica etnico e che premono apertamente per obiettivi politici universali, e nel contempo organizzano i propri circoli politici che sono talmente ebraici in stile e maniera che spesso i non ebrei si sentono a disagio.115

  1. I movimenti politici di sinistra hanno ricreato l’atmosfera psicologica della società ebraica tradizionale: un forte senso di orgoglio verso l’ingroup e di superiorità morale, un fervore messianico per un futuro utopico, un modo di pensare in termini di ingroup/outgroup, una struttura sociale gerarchica, e l’esclusione dei dissenzienti.

I suddetti commenti si riferiscono agli immigrati provenienti dall’Europa dell’Est e ai loro discendenti che finirono per dominare la comunità ebraica americana nel secondo dopoguerra mondiale sostituendo l’élite ebreo-tedesca dell’epoca precedente. Le motivazioni dell’élite ebreo-tedesca contenevano indubbiamente alcuni elementi analoghi. Tuttavia, nella sua rassegna dei media ebreo-tedeschi dell’epoca, Hasia Diner dimostra che questi ultimi erano molto più preoccupati per le forme di discriminazione contro i neri che avrebbero potuto ripercuotersi anche sugli ebrei, quali le clausole restrittive nei contratti di locazione, piuttosto che per le forme di discriminazione che incidevano solo sui neri, quali la segregazione sui mezzi pubblici.116 Essenzialmente, la loro strategia si proponeva di garantire i diritti civili tramite il sistema giuridico, piuttosto che attraverso l’atteggiamento antagonistico emerso dopo il secondo conflitto mondiale. Sebbene provassero senz’altro un senso di emarginazione sociale e di alienazione dalla cultura americana – essenzialmente una caratteristica distintiva dell’essere ebrei117 – tra loro non si riscontra quell’intenso odio nei confronti dell’intero ordine sociale non ebraico. Il radicalismo politico e il sionismo – i due pilastri della subcultura ebraica dell’Europa orientale che tanto hanno condizionato il mondo contemporaneo – non caratterizzavano questo gruppo. In quanto élite, la loro principale preoccupazione era quella di eliminare gli ostacoli civili che, a loro avviso, limitavano gli orizzonti sia dei neri che degli ebrei.

CONCLUSIONE

Gli ebrei hanno costituito la spina dorsale della sinistra negli Stati Uniti sin dall’inizio del XX secolo, periodo in cui la massiccia ondata di immigrati ebrei dell’Europa dell’Est raggiunse l’apice. L’alleanza tra ebrei e neri è stata un importante elemento del coinvolgimento degli ebrei nella sinistra almeno a partire dagli anni ’40. Nell’epoca odierna, né l’ascesa del neoconservatorismo ebraico (che accetta i principi fondamentali della sinistra per quanto riguarda le questioni razziali), né le dichiarazioni antiebraiche e filopalestinesi di vari attivisti neri, né gli atteggiamenti antiebraici assai diffusi nella comunità nera hanno sostanzialmente cambiato questa realtà. La mia l’ipotesi è che questo sia dovuto al fatto che, a un livello fondamentale, l’intero spettro politico ebraico, dalla sinistra progressista alla destra neoconservatrice, continua a guardare con ostilità e diffidenza l’egemonia politica e culturale degli europei bianchi. Le opinioni sull’immigrazione ne sono un’ottima indicazione. L’immigrazione ha già modificato la demografia elettorale negli Stati Uniti e in un futuro prevedibile porterà a una crescente eclisse del potere politico e culturale dei bianchi. Gli ebrei sostengono unanimemente questo risultato.

L’attivismo ebraico ha svolto un ruolo essenziale e fondamentale nella rivoluzione delle relazioni etniche verificatasi negli Stati Uniti nell’ultimo cinquantennio. Si tratta di una rivoluzione le cui premesse sono state interiorizzate anche da gran parte dei bianchi negli Stati Uniti e negli altri Paesi occidentali, in modo particolare dall’élite bianca, che ha stretto alleanze con gli ebrei e con altri elementi dell’élite multietnica. Resta da vedere quali saranno le conseguenze a lungo termine di questa rivoluzione e, in modo particolare, se i bianchi cercheranno di mantenere e di espandere il loro potere politico e culturale negli Stati Uniti e nelle altre società tradizionalmente occidentali. Occorre tenere presente che nel giudaismo di per sé non vi è nulla che implichi che la comunità ebraica debba necessariamente opporsi all’essere una minoranza in una società razzialmente gerarchica dominata dai bianchi. Gli ebrei hanno spesso partecipato a tali società, o nelle vesti di attivi sostenitori della dominazione di un altro gruppo razziale o almeno come partecipanti passivi ma disponibili verso un tale sistema. È possibile che gli ebrei modificheranno il loro comportamento politico in questa direzione man mano che gli effetti negativi dell’immigrazione dal Terzo mondo, specialmente quella dai Paesi musulmani, cominceranno a incidere sulla loro sensibilità.118 Può darsi che il movimento neoconservatore rappresenti i primi fremiti di questo orientamento per la comunità ebraica, anche se, nella sua forma attuale, essa continua a opporsi agli interessi etnici degli americani di origine europea.


NOTE

* Pubblicato per prima volta in Race and the American Prospect: Essays on the Racial Realities of our Nation and our Time, ed. Samuel Francis (Mount Airy, Md.: The Occidental Press, 2006).

1 Si veda A People That Shall Dwell Alone e cap. 1 sopra “Background Traits for Jewish Activism.”

2 Goldberg 1996, 5.

3 Herrnstein and Murray 1994, 321-22, 488-92.

4 A People That Shall Dwell Alone, cap. 7.

5 Cruse 1967/1992.

6 Friedman 1995, 45.

7 Levering-Lewish 1984, 85.

8 Levering-Lewish 1984, 85.

9 Friedman 1995, 106.

10 http://www.maldef.org/about/founding.htm.

11 Friedman 1995, 48, 106.

12 Friedman 1995, 183.

13 Si veda Friedman 1995, 182.

14 Friedman 1995, 135.

15 Greenberg 1998, 140.

16 Kaufman 1997, 110.

17 Svonkin 1997, 79-112.

18 Levering-Lewis 1984, 94.

19 Friedman 1995, 133; Greenberg 1998, 136.

20 The Culture of Critique, cap. 3 e cap. 3 sopra “Zionism and the Internal Dynamics of the Jewish Community.”

21 Svonkin 1997, 166.

22 Svonkin 1997, 132.

23 Si veda Friedman 1995, 110-11, 117.

24 Hollinger 1996, 4.

25 Higham 1984, 209.

26 Si veda la discussione in Williams 1998.

27 The Culture of Critique, cap. 2.

28 Svonkin 1997, 63, 64.

29 The Culture of Critique, capp. 3 e 4.

30 Friedman 1995, 144.

31 Ackerman e Jahoda 1950.

32 Si veda Svonkin 1997.

33 Friedman 1995, 140.

34 In Friedman 1995, 140.

35 Svonkin 1997, 45, 51, 65, 71-72; Separation and Its Discontents, cap. 6.

36 Svonkin 1997, 30, 59.

37 Svonkin 1997, 5.

38 Svonkin 1997, 75.

39 Svonkin 1997, 7, 20.

40 Svonkin 1997.

41 Smith 1998; si veda The Culture of Critique, cap. 8.

42 Svonkin 1997, 69.

43 http://www.adl.org/education/.

44 Cruse 1987, 122.

45 Si veda The Culture of Critique, cap. 7.

46 Salter 1998; si veda anche cap. 1 sopra su “Background Traits for Jewish Activism.”

47 Salter 1998.

48 Si veda Graham 1990, 194-96.

49 Lipset e Raab 1995; Friedman 2002.

50 Friedman 1995, 351.

51 Si veda Chanes 1997; discusso in seguito.

52 The Culture of Critique, cap. 7.

53 Chanes 1997, 307.

54 Separation and Its Discontents, Prefazione all’edizione tascabile.

55 Davies 1981, 444; si veda anche Subtelny 1988, 124.

56 The Culture of Critique, cap. 3.

57 Friedman 1995, cap. 1.

58 Greenberg 1998.

59 Greenberg 1998, 153.

60 The Culture of Critique, cap. 3.

61 In Greenberg 1998, 126.

62 In Greenberg 1998, 128.

63 In Greenberg 1998, 129.

64 In Greenberg 1998, 134. Tuttavia, un sondaggio del 1965 condotto tra gli ebrei del Sud ha riscontrato che questi erano due volte più inclini rispetto ai protestanti bianchi del Sud a considerare inevitabile e desiderabile la fine della segregazione. Greenberg non precisa le percentuali effettive.

65 Shimoni 2003, 58.

66 Shimoni 2003, 58.

67 Shimoni 2003, 60, 61, 62.

68 Shimoni 2003, 82-94. La maggior parte della comunità ebraica sudafricana proveniva dall’Europa dell’Est, ma da una zona particolare dove dominava il sionismo, avulso dal radicalismo politico. Ciò non era caratteristico dell’Europa dell’Est, dove in prevalenza erano molto influenti entrambi le ideologie. Shimoni (p. 94) fa notare che in generale il forte impegno sionista degli ebrei sudafricani non sfociò in opposizione all’apartheid, ma osserva che alcuni radicali anti-apartheid sono stati probabilmente influenzati dalle idee socialiste che correvano nel Movimento giovanile sionista.

69 Friedman 1995, 220, 222, 346. Muhammad fece la sua dichiarazione nel 1994 alla Howard University.

70 In Friedman 1995, 92.

71 Friedman 1995, 102; si veda anche McDowell 1998; Trotter 1998.

72 In Friedman 1995, 103.

73 Friedman 1995, 214.

74 Diner 1977/1995, xiii.

75 Greenberg 1998, 162.

76 P. es. Greenberg 1998, 143.

77 A People That Shall Dwell Alone, cap. 6, The Culture of Critique, Prefazione alla prima edizione tascabile.

78 Si veda sopra il cap. 3 su “Zionism and the Internal Dynamics of the Jewish Community.”

79 Greenberg 1998, 158-59.

80 In Friedman 1995, 72.

81 Si veda Friedman 1995, 257 segg.

82 Friedman 1995, 72.

83 Chanes 1997, 307.

84 Chanes 1997, 301.

85 American Jewish Committee 2003.

86 Anti-Defamation League 2003.

87 Friedman 1995, 230.

88 Liebman 1979, 561; The Culture of Critique, cap. 3.

89 Friedman 1995, 319 segg.; Anti-Defamation League 1998.

90 Cruse 1967/1992, 121-22; corsivo nel testo.

91 Svonkin 1997, 10.

92 The Culture of Critique, cap. 7; Graham 2002, 56-57.

93 Si veda The Culture of Critique, cap. 7.

94 In Cattan 2002.

95 Amann 2000.

96 http://www.ffeu.org/index.htm.

97 Si veda Separation and Its Discontents, cap. 5.

98 Si veda il cap. 3 su “Zionism and the Internal Dynamics of the Jewish Community” per una discussione più esaustiva.

99 Vital 1975, 314.

100 Si veda Frankel 1981.

101 Alderman 1983, 47 segg.; The Culture of Critique, cap. 3.

102 The Culture of Critique, passim; capp. 1 e 3 sopra “Background Traits for Jewish Activism” e “Zionism and the Internal Dynamics of the Jewish Community.”

103 Cuddihy 1974, 68.

104 Si veda The Culture of Critique, Prefazione alla prima edizione tascabile e il cap. 7.

105 Diner 1998, 33.

106 Separation and Its Discontents, cap. 6; 2003°.

107 Walzer 1994, 6-7.

108 Friedman 1995, 180-81, 232. La seconda ellissi è presente nell’originale. Avendo passato parecchio tempo con i radicali ebrei negli anni ’60, posso attestare l’odio intenso ed emotivamente carico degli attivisti ebrei verso la segregazione e altre manifestazioni del potere dei bianchi in quell’epoca. Le mie esperienze tra i radicali ebrei sono discusse nella nota finale 83 di The Culture of Critique.

110 The Culture of Critique, 79-96.

111 Lipset 1988, 393.

112 Cohen 1980, 208.

113 Cohen 1980, 208.

114 Rothman e Lichter 1982, 118.

115 Liebman 1973, 158.

116 Diner 1977/1995, 100.

117 Si veda Separation and Its Discontents, cap. 1.

118 Questa argomentazione è avanzata da Steinlight (2001). Tuttavia, ad oggi, le organizzazioni ebraiche non hanno modificato le loro posizioni favorevoli all’immigrazione.

 

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