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INDIVIDUALISMO E TRADIZIONE PROGRESSISTA OCCIDENTALE: APPENDICE AL CAPITOLO 8: IL RECENTE DETERIORAMENTO CULTURALE: ALCUNE CORRELAZIONI CULTURALI   RIGUARDO ALL’ASCESA DI UNA NUOVA ÉLITE.

INDIVIDUALISMO E
TRADIZIONE PROGRESSISTA OCCIDENTALE.
Origini evolutive, storia e prospettive future.
traduzione italiana di Marco Marchett

APPENDICE AL CAPITOLO 8:

IL RECENTE DETERIORAMENTO CULTURALE: ALCUNE CORRELAZIONI CULTURALI  

RIGUARDO ALL’ASCESA DI UNA NUOVA ÉLITE.

 

 

E’ stato osservato come la Guerra Civile inglese abbia rappresentato un punto di rottura fondamentale nella storia dell’Occidente. Un’altra epoca spartiacque furono gli anni Sessanta del Novecento. Il risultato della Guerra Civile Inglese fu la graduale ascesa di una nuova élite; il successo della rivoluzione controculturale degli anni Sessanta ha avuto anch’esso come risultato l’ascesa di una nuova élite, che ha rapidamente cambiato il paese [gli Stati Uniti, n. d. t.]. L’eclissi della vecchia élite americana dominata dai WASP è descritta nel libro di Eric Kaufmann The Rise and Fall of Anglo-America [L’ascesa e la caduta dell’AngloAmerica, n. d. t.] (si veda il capitolo 6)1; l’ascesa della nuova élite a dominanza ebraica è descritta nel mio libro The Culture of Critique [La cultura della critica, n. d. t.]. Se, in ultima analisi, il perdente della Guerra Civile Inglese fu l’aristocrazia, quello della controrivoluzione culturale degli anni Sessanta fu la popolazione bianca degli Stati Uniti (e in definitiva l’intero Occidente) ma soprattutto la classe lavoratrice bianca.

Se la più importante conseguenza della controrivoluzione culturale degli anni Sessanta è stata la colonizzazione dell’Occidente da parte di milioni di non-europei (al punto che, se tale situazione non si inverte, la popolazione europea tradizionale sarà destinata a divenire una minoranza entro il presente secolo) sono altresì avvenuti profondi cambiamenti nella cultura occidentale. Questa Appendice prende in esame gli effetti di questa rivoluzione culturale sulla famiglia e sul recente aumento della mortalità che riguarda in particolare la classe lavoratrice bianca.

 

Il generale declino culturale in America a partire dagli anni Sessanta.

 

Un tema de La cultura della critica è che l’élite ebraica egemone ha avuto un ruolo fondamentale nel successo della controrivoluzione culturale degli anni Sessanta, sia come guida dei radicali nelle università sia come promotrice della rivoluzione sessuale2. Riguardo a quest’ultima, gli individui con un maggiore quoziente di intelligenza [d’ora in avanti q. d. i., n. d. t.] patiscono meno l’erosione dei sostegni culturali alla genitorialità ad elevato investimento e il declino delle credenze religiose tradizionali (in particolare le credenze cristiane relative al comportamento sessuale) di quanto avvenga per gli individui con un q. d. i. inferiore. Questo è stato in particolare uno dei temi del capitolo dedicato alla psicanalisi, che si è concentrato sugli effetti della rivoluzione sessuale3.

Sebbene l’Occidente abbia prodotto una cultura decisamente individualista, ha mantenuto forti controlli sociali su certi aspetti del comportamento individuale, e in particolare sul comportamento sessuale. Questi controlli sociali sono stati rafforzati dalla pervasività delle credenze religiose cristiane. Per quanto vi siano certamente stati periodi in cui il controllo sul comportamento sessuale era maggiore e altri in cui era minore, in generale e almeno a partire dal Medioevo la cultura occidentale è stata caratterizzata dal matrimonio monogamico, dalla genitorialità ad elevato investimento e da un tasso di divorzi molto basso, con pratiche sessuali non monogamiche relegate al mondo clandestino della prostituzione.

In generale, gli individui con un q. d. i. inferiore traggono maggior beneficio dai sostegni sociali tradizionali incorporati nella cultura occidentale, e in particolare da quelli che riguardano il matrimonio e i costumi atti a prevenire le gravidanze extramatrimoniali. Nel corso del precedente periodo della mia vita, nel quale ho insegnato psicologia dello sviluppo, il capitolo del libro di testo che trattava la famiglia aveva dei diagrammi che mostravano come a partire dagli anni 1960 si sia verificato un sensibile aumento delle nascite extramatrimoniali e dei divorzi, col risultato che molti più bambini sono stati allevati senza un padre. Questo fatto ha aperto nuovi orizzonti nella psicologia infantile, nella misura in cui gli psicologi hanno indagato gli effetti sui bambini di questi cambiamenti culturali. I risultati appaiono chiari: divorzi, famiglie monogenitoriali e nascite al di fuori del matrimonio rappresentano forti fattori di rischio per un’ampia gamma di problemi dei minori, come la delinquenza, la criminalità, gli scarsi risultati scolastici, le carenze nella salute fisica ed emotiva, la mortalità precoce4.

Uno dei temi principali del libro di Richard Herrnstein e Charles Murray, The Bell Curve [La curva a campana, n. d. t.] è che il divorzio e le altre forme di disfunzionalità familiare siano più frequenti tra gli individui che si collocano all’estremo inferiore della curva di distribuzione del q. d. i.5. La sola ragione per cui faccio uso del q. d. .i. è che questo parametro è stato studiato molto di più e può essere misurato con molta precisione; tuttavia utilizzando il controllo degli impulsi si possono ottenere risultati simili. Gli individui con q. d. i. più basso sono anche quelli che hanno maggiori difficoltà a controllare i loro impulsi, che tendono maggiormente alla gratificazione immediata piuttosto che ad una pianificazione a lungo termine e che probabilmente sono più inclini alla dipendenza da droghe6. Di conseguenza essi soffrono maggiormente a causa dell’erosione dei sostegni culturali alla genitorialità ad elevato investimento (che implicano rimandare nel tempo i rapporti sessuali, non rimanere incinta prima del matrimonio, ecc.). Nella scuola superiore che ho frequentato (una scuola cattolica nella quale l’ideologia tradizionale in materia sessuale era saldamente vigente) praticamente nessun alunno aveva rapporti sessuali. Ma ciò avveniva tra la fine degli anni 1950 e l’inizio degli anni 1960; dopo quel periodo, quella cultura ha subito un attacco che ha conseguito un notevole successo.

Il cristianesimo tradizionale era una delle componenti principali di quei sostegni culturali. Citando da La cultura della critica:

 

Come osserva [Norman] Podhoretz, «si dà il caso, infatti, che gli intellettuali ebrei, le organizzazioni ebraiche come l’American Jewish Congress ed altre organizzazioni a dominanza ebraica come la ACLU […] abbiano messo in ridicolo le credenze religiose cristiane, abbiano cercato di privare il cristianesimo del sostegno del pubblico e abbiano guidato la campagna per eliminare ogni restrizione alla pornografia7». Il fatto è che la psicanalisi, in quanto movimento intellettuale a dominanza ebraica, rappresenta una componente centrale di questa guerra contro i sostegni culturali alla genitorialità ad elevato investimento […]

Sebbene siano indubbiamente coinvolti altri fattori, è degno di nota il fatto che la crescente tendenza, negli

Stati Uniti, verso una genitorialità a basso investimento coincida ampiamente col trionfo delle critiche mosse

dalla psicanalisi e dai radicali alla cultura americana, trionfo rappresentato dal successo politico e culturale del movimento della controcultura degli anni Sessanta8.

 

Queste tendenze si sono manifestate in tutte le razze, ma interesano più i negri dei bianchi perché i negri, in media, si collocano all’incirca una deviazione standard più in basso sulla curva di distribuzione del q. d. i. rispetto ai bianchi e, come si è osservato nel capitolo 8, hanno un minore controllo degli impulsi (coscienziosità). I negri hanno sempre mostrato un’elevata percentuale di nascite extramatrimoniali, ma il divario è aumentato a partire dagli anni Sessanta.

Questi dati concordano con la classifica delle differenze evolutive razziali proposta da J. Philippe Rushton9. I comportamenti sessuali sono ereditari (ossia influenzati geneticamente): uno studio ha mostrato che prima della rivoluzione sessuale l’età del primo rapporto sessuale non era sostanzialmente influenzata dalle differenze genetiche, perché esistevano forti norme sociali contrarie al sesso prematrimoniale; se non c’è variazione, allora, per definizione, non può esserci neppure una variazione influenzata dalla genetica; ne consegue pertanto che l’età del primo rapporto sessuale non era ereditaria in misura significativa10. Nella scuola superiore da me frequentata dunque, dato che nessuno aveva rapporti sessuali, l’età del primo rapporto non era un aspetto ereditario. Essa tuttavia lo divenne dopo la rivoluzione sessuale; gli individui inclini ad un modello lento di storia di vita e ad un elevato controllo degli impulsi rimasero in ogni caso più inclini a procrastinare l’inizio della vita sessuale, ad evitare gravidanze extramatrimoniali e a restare uniti nel matrimonio. Come ci si può aspettare sulla base della teoria di Rushton, la rivoluzione sessuale si è invece dimostrata un disastro per la maggior parte dei negri. Nel 1965 il 24% dei bambini negri e il 3.1% dei bambini bianchi erano figli di ragazze madri, quote che oggi valgono rispettivamente il 72% e il 29% circa11. Nel suo libro Coming Apart [Dissoluzione / Disgregazione, n. d. t.] Charles Murray nota che tra i bianchi, a partire dagli anni Sessanta, si è osservato un aumento del crimine e una diminuzione della religiosità, dell’etica del lavoro e dei matrimoni12. Tra il 1960 e il 2000, nella classe medio-alta la quota di matrimoni è scesa dal 94% all’84%, ma per la classe lavoratrice bianca tale diminuzione è stata dall’82% al 48%. In quest’ultima classe il numero delle persone che non si sono mai sposate è aumentato dal 10% al 25%, fenomeno al quale i lavoratori di basso livello hanno fornito un considerevole contributo. Murray attribuisce tutto ciò a una perdita di “virtù”, ma non esamina le forze che stanno dietro a questo massiccio mutamento culturale.

E frequente, tra i critici di Murray, sostenere che tali cambiamenti siano il risultato delle condizioni economiche piuttosto che della cultura in senso più ampio. Sotto questo aspetto, nell’America dei primi anni Sessanta un diplomato di scuola superiore poteva aspettarsi di trovare un lavoro che gli avrebbe permesso di sposarsi, consentendo a sua moglie di restare a casa e di allevare i figli. Avrebbe potuto acquistare una casa e un’automobile e anche permettersi di portare in vacanza la famiglia, d’estate, per due settimane.

Il problema, dunque, è che le nuove tendenze riguardanti il matrimonio e la famiglia hanno cominciato a manifestarsi negli anni Sessanta, quando la classe lavoratrice bianca stava bene, per raggiungere il culmine nei primi anni Settanta e, successivamente, ristagnare13. La rapida impennata nelle nuove tendenze nell’ambito della famiglia e in altri aspetti disfunzionali della società ha avuto inizio intorno al 1960 e ha continuato fino al 1990 circa, quando ha subito un temporaneo arretramento prima di raggiungere nuovi picchi. Nel 1970, quando la classe lavoratrice bianca aveva raggiunto la massima prosperità economica, il numero delle nascite extramatrimoniali era già triplicato rispetto al 1960.

Non c’è dubbio sul fatto che il periodo compreso tra il 1948 e i primi anni Settanta sia stato l’età d’oro della classe lavoratrice (lavoratori senza mansioni di controllo) con la presenza di sindacati forti e senza il problema dell’esternalizzazione del lavoro. A partire dal 1973 il reddito di questo gruppo è aumentato, in termini reali, di circa il 9%14: molto meno che per i laureati, e tuttavia più un fenomeno di stagnazione che un disastro, che di per sé non avrebbe dovuto provocare un aumento della disfunzionalità familiare.

Né avrebbe dovuto provocare un aumento della mortalità, visti i progressi compiuti dalla medicina nella cura delle malattie cardiache e dei tumori. Angus Case e Anne Deaton fanno notare che qualsiasi spiegazione di tipo economico deve rendere conto del perché una stagnazione dei redditi provochi una mortalità precoce tra i bianchi americani, ma non tra i negri o in Europa. «Anche risalendo fino ai tardi anni Sessanta si osserva come i redditi familiari medi fossero simili per bianchi, negri e ispanici; questo fatto non può pertanto fornire alcuna base per spiegare le forti differenze nella mortalità tra questi gruppi dopo il 1998»15. Ciò esclude anche [dalle possibili cause, n. d. t.] l’aumento delle diseguaglianze di reddito (“il tuo reddito cresce più rapidamente del mio”) come pure un calo della “virtù” propiziato da un generoso sistema assistenziale e di sostegno ai disabili (anche l’Europa ha robusti programmi assistenziali).

In generale, stando a Case e Deaton, l’aumento della mortalità nella classe lavoratrice bianca comincia negli anni Novanta. Il primo gruppo nel quale il fenomeno è apparso chiaramente è quello degli individui nati nel 1950 (e che nel 1990 avevano 40 anni) che è stato anche la prima generazione e sperimentare, in età adolescenziale, la rivoluzione sessuale. Per ciascun gruppo di età successivo l’incremento di mortalità dovuto a droghe, malattie del fegato, alcol e suicidi inizia più precocemente ed è più ripido, ossia raggiunge più velocemente livelli più alti. Queste tendenze sono più pronunciate per gli uomini che per le donne e variano in funzione del livello di istruzione, dove i dati di gran lunga peggiori sono quelli dei bianchi che hanno un diploma di scuola superiore o un titolo inferiore.

Gina Kolata e Sarah Cohen hanno elaborato queste scoperte sulla base dell’esame di 60 milioni di certificati di morte datati tra il 1990 e il 2014, ma quanto alle cause puntano il dito sugli oppioidi e non sull’alcol o sui suicidi16:

Nel 2014 il tasso di mortalità per overdose da droghe legali e illegali tra i bianchi nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni era quintuplicato rispetto al 1999, mentre quello per la fascia d’età tra i 35 e i 44 anni era triplicato nello stesso periodo […] Mentre il tasso di mortalità dei giovani bianchi è cresciuto per ogni gruppo d’età nel corso dei cinque anni precedenti il 2014, esso è aumentato più velocemente, sotto ogni aspetto, per quelli meno istruiti, e cioè del 24% per coloro che non hanno un’istruzione di scuola superiore rispetto al solo 4% di quelli che hanno un diploma universitario o un titolo più elevato.

Un altro studio ha rilevato come l’incremento di mortalità non fosse attribuibile all’alcolismo, bensì all’epidemia dell’abuso di oppioidi. Gli autori osservano che il tasso di mortalità «ha cominciato ad aumentare intorno all’epoca in cui le prescrizioni di oppioidi sono divenute facilmente ottenibili e da allora ha continuato a salire costantemente»17.

Dato che un analogo aumento di mortalità non si è verificato in Europa, il mutamento culturale introdotto dalla psicanalisi non rappresenta l’unica causa18. Il generale declino culturale è scollegato dall’incremento della mortalità; il fatto che le relazioni familiari siano disfunzionali non implica, da solo, un tale incremento. Tuttavia ho il sospetto che i due fattori interagiscano tra loro, nel senso che se i sostegni culturali che esistevano fino agli anni 1950 fossero rimasti integri, la classe lavoratrice bianca non sarebbe caduta vittima dell’epidemia degli oppioidi.

Ancora una volta, gli individui con un profilo di storia di vita più veloce sono i meno capaci a controllare i loro impulsi e pertanto sono i più inclini ad un comportamento maladattivo in un ambiente culturale permissivo inondato dalle droghe nel quale i vincoli al comportamento di tipo religioso e culturale si sono indeboliti. L’effetto combinato di questi due fattori (il mutamento culturale portato dal trionfo della rivoluzione controculturale e l’eccesso di droghe) è stato un disastro per la classe lavoratrice bianca19. Sotto questo aspetto è interessante notare che la prima generazione che ha mostrato un aumento di mortalità è stata quella che è entrata nell’adolescenza negli anni Sessanta.

Come si legge ne La cultura della critica, il movimento che ha promosso l’uso degli oppioidi ha avuto origine tra le élite e si è basato in ultima analisi su dottrine pseudoscientifiche prodotte ai massimi livelli del sistema medico universitario e motivate dal tornaconto economico di una schiera di soggetti che va dai professori delle facoltà di medicina fino ai rappresentanti delle aziende produttrici e ai medici di base.

Un problema fondamentale nel trattare questo argomento, oggi, sta nel fatto che la tendenza all’incremento della mortalità messa in moto dai processi di cui si è detto è destinata a persistere, a prescindere da quanto facciano in governi in materia di prescrizione degli oppioidi. L’introduzione di nuove restrizioni ha semplicemente l’effetto di spingere i tossicodipendenti verso l’eroina ed altre droghe illegali. Infatti, mentre nel 2002 i casi di morte provocati dalla prescrizione di oppioidi erano molto più numerosi rispetto alla somma di quelli dovuti all’eroina e alle droghe sintetiche, nel 2017 i casi di morte per questa seconda causa sono stati 43000 contro i soli 17000 dovuti alla prescrizione di oppioidi20.

Il fenomeno degli oppioidi riflette la cultura americana posteriore agli anni Sessanta. E’ il prodotto della culture dell’élite, dotata di mezzi finanziari cospicui e con accesso alle più prestigiose istituzioni della società. Grazie a questo prestigio, essa è stata in grado di presentare informazioni sostanzialmente false come dati scientifici e di farle accettare dalla classe dirigente medica. Analogamente, nel caso della campagna per l’attuazione della legge sull’immigrazione del 1965, i comitati pro-immigrazione sono stati finanziati da soggetti facoltosi, sono stati prodotti studi accademici fraudolenti in favore dell’immigrazione, sono apparsi nei mezzi di informazione articoli che davano dell’immigrazione un’immagine positiva, sono stati pagati dei lobbisti e reclutate persone di spicco. Un buon esempio di quest’ultimo aspetto è dato da John F. Kennedy (che era destinato a diventare presidente) reclutato per figurare come autore di un libro intitolato A Nation of Immigrants [Una nazione di immigrati, n. d. t.] scritto in realtà da Meyer Feldman e pubblicato dalla Anti Defamation League21.

Troviamo un’analogia anche nell’infrastruttura del movimento neoconservatore, con gruppi di esperti ben finanziati, portavoce illustri presso università prestigiose e una presenza nei media molto forte. I neocon possono essere certi che qualora dovessero perdere il loro lavoro presso il Dipartimento di Stato o quello della Difesa troverebbero ancora molte possibilità di impiego nel mondo universitario, nei centri di studio o nei gruppi lobbistici. Malgrado abbiano sostenuto politiche disastrose, come la guerra in Iraq, essi rappresentano ancora una componente molto potente del gruppo che gestisce la politica estera statunitense22.

Conclusione: l’effetto trasformativo della rivoluzione controculturale degli anni Sessanta.

La rivoluzione controculturale degli anni Sessanta ha avuto un effetto trasformativo sulla società americana altrettanto drammatico quanto quello prodotto dall’eclissi dell’aristocrazia e del modello indoeuropeo della cultura occidentale che ebbe inizio nel XVII secolo. Questa nuova cultura si basa fondamentalmente sull’importazione di non-occidentali con funzione di clienti della sinistra, fattore vitale per la permanenza della sua egemonia, come già si è visto in stati come la California, dove i conservatori anche moderati sono esclusi dal processo politico; tale fattore è anche considerato, da molti dei suoi sostenitori più convinti, come una garanzia contro l’ascesa dei movimenti identitari bianchi che si oppongono con forza agli interessi dei gruppi minoritari.

Se questo processo di trasformazione non verrà invertito, esso comporterà sostanzialmente la fine del nucleo etnico della civiltà occidentale e, molto probabilmente, di tutto l’insieme delle strutture culturali create dall’Occidente. E a causa dell’incremento delle politiche volte a tutelare le identità non-bianche, significherà probabilmente la fine dell’individualismo, nella misura in cui i bianchi si raccoglieranno in gruppi coesi in grado di affermare i loro interessi nel nuovo contesto multiculturale.


Note.

 

  • Eric P. KAUFMANN, The Rise and Fall of Anglo-America, Cambridge, Harvard University Press, 2004.
  • Kevin MACDONALD, The Culture of Critique: An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in

Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Bloomington, IN, AuthorHouse, 2002 (ed. orig.

Westport, CT, Praeger, 1998), cap. 3.

  • Ibid., cap. 4.
  • Questi risultati sono posti in evidenza da Anne CASE e Angus DEATON nel loro influente articolo Mortality and Morbidity in the 21st Century, “Brookings Papers on Economic Activity”, marzo 2017; https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2017/03/6_casedeaton.pdf
  • Richard J. HERRNSTEIN, Charles MURRAY, The Bell Curve: Intelligence and Class Structure in American Life, New York, Free Press, 1994.
  • FIGUEREDO et al., The Psychometric Assessment of Human Life History Strategy.
  • Norman PODHORETZ, In the Matter of Pat Robertson, “Commentary”, agosto 1995: 28-32, 30.
  • MACDONALD, The Culture of Critique.
  • , J. Philippe RUSHTON, Race, Evolution and Behavior: A Life History Perspective, Nwe Brunswick, NJ, Transaction Publishers, 1994.
  • Michael Patrick DUNNE, Nicholas G. MARTIN, Andrew C. HEATH, Genetic and Environmental

Contributions to Variance in Age at First Sexual Intercourse, “Psychological Science”, 8, n. 3, gennaio

1997: 211-216; https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1111/j.1467-9280.1997.tb00414.x

  • Sara MCLANAHAN, Christopher JENCKS, Was Moynihan Right?, “Education Next”, 15, n. 2, primavera 2015.
  • Charles MURRAY, Coming Apart: The State of White America, 1960-2010, New York, Crown Forum, 2012.
  • CASE, DEATON, Mortality and Morbidity in the 21st Century.
  • Lawrence MISHEL, Elise GOULD, Josh BIVENS, Wage Stagnation in Nine Charts, “Economic Policy Institute”, 6 gennaio 2015; https://www.epi.org/publication/charting-wage-stagnation/
  • CASE, DEATON, Mortality and Morbidity in the 21st Century. Come osserviamo più avanti, studi basati su dati più recenti rilevano un brusco incremento della mortalità tra i negri e gli ispanici provocato dagli oppioidi.
  • Gina KOLATA e Sarah COHEN, Drug Overdoses Propel Rise in Mortality Rates of Young Whites, “The New York Times”, 16 gennaio 2016; https://www.nytimes.com/2016/01/17/science/drug-overdoses-propelrise-in-mortality-rates-of-young-whites.html?_r=0
  • Opioids and Obesity, Not “Despair Deaths”, Raising Mortality Rates for White Americans, “Science Daily”, 20 luglio 2017:

https://www.sciencedaily.com/releases/2017/07/170720142334.htm

  • Mente gli studi precedenti avevano rilevato una mortalità più alta tra i bianchi, in particolare tra quelli appartenenti alla classe lavoratrice delle zone rurali, studi più recenti hanno osservato un aumento della mortalità nella popolazione negra e ispanica e nelle aree urbane; si veda ad esempio Marisa PEÑALOZA, The Opioid Crisis Is Surging in the Black, Urban Communities, “NPR”, 8 marzo 2018:

https://www.npr.org/2018/03/08/579193399/the-opioid-crisis-frightening-jump-to-black-urban-areas [19] Kevin MACDONALD, Opioids and the Crisis of The White Working Class, “The Occidental Quarterly”, 18, n. 1, primavera 2018: 41-56.

  • Sources and Burden of Opioids, National Institute for Health Care Management Foundation, dicembre 2018. Lo studio si basa su dati aggiornati al 2017: https://www.nihcm.org/categories/sources-and-burden-of-opioid-deaths
  • Jerry KAMMER, The Hart-Celler Immigration Act of 1965, Center for Immigration Studies, 30 settembre 2015; https://cis.org/Report/HartCeller-Immigration-Act-1965 [22] MACDONALD, Neoconservatism as a Jewish Movement.

 

 

INDIVIDUALISMO E TRADIZIONE PROGRESSISTA OCCIDENTAL: Capitolo 9, TRADIZIONE PROGRESSISTA E MULTICULTURALISMO.

INDIVIDUALISMO E
TRADIZIONE PROGRESSISTA OCCIDENTALE.
Origini evolutive, storia e prospettive future.
traduzione italiana di Marco Marchetti

TRADIZIONE PROGRESSISTA E MULTICULTURALISMO.

 

 

Questo libro ha messo in risalto il filone progressista della cultura occidentale che deriva, in ultima analisi, dall’individualismo europeo, a sua volta riconducibile alle origini stesse delle popolazioni europee occidentali. Come osservato in più luoghi, un aspetto fondamentale dell’individualismo consiste nel fatto che la coesione di gruppo non si basa sulla parentela, ma sulla reputazione, e in particolare su una reputazione morale di persona onesta, affidabile ed equa.

Queste tendenze culturali progressiste ed egualitarie contengono numerosi aspetti positivi. E’ facile intuire  come una guida intellettuale o religiosa possa trovare dei  difetti nella cultura aristocratica e sostanzialmente IE che ha dominato l’Europa per millenni. L’aristocrazia, originariamente composta da capi militari che si erano guadagnati la loro posizione sui campi di battaglia, si era in molti casi trasformata in una élite parassitaria e oppressiva sul piano politico e su quello economico, lontana dal popolo che essa governava e, assai spesso, dedita a un vistoso consumismo e a un comportamento sessuale degenerato, in particolare in Francia.

In una situazione del genere i movimenti sociali egualitari esercitavano un’ovvia attrattiva, e a partire dal XVIII secolo essi si impegnarono a migliorare le condizioni spesso terribili delle classi lavoratrici e a porre fine allo schiavismo.

Ciò nondimeno, la tradizione aristocratico-egualitaria ha avuto certamente, in sé, molte caratteristiche positive. Nel mondo antico, questa tradizione si basava saldamente sull’idea che la società dovesse essere dominata da coloro che possedevano una naturale superiorità. Theodor Mommsen, il grande storico di Roma, osservò che

 

l’aristocrazia senatoria aveva guidato lo stato non tanto in virtù di un diritto naturale, bensì in virtù del più alto di tutti i diritti di rappresentanza: il diritto di chi è superiore, in contrapposizione all’uomo semplicemente ordinario1.

 

Tutto quanto poteva essere richiesto ad un’assemblea di cittadini, come quelli romani, che non rappresentava la forza motrice del potere ma la solida struttura dell’intera sua macchina; una chiara percezione del bene comune, una perspicace deferenza nei confronti di un giusto capo, uno spirito saldo nei giorni prosperi come in quelli avversi e, soprattutto, la capacità di sacrificare l’individuo per il vantaggio generale e il benessere presente per quello futuro: tutte queste qualità erano presenti nella comunità romana a un livello così elevato che, se osserviamo la sua condotta nell’insieme, ogni critica si dissolve in riverente ammirazione2.

 

Si può certamente ammirare una tale aristocrazia, e negli ultimi tempi della storia europea vi furono certamente dei casi in cui le aristocrazie servirono gli interessi della comunità nel suo insieme. Viene in mente re Luigi IX di Francia (San Luigi) ricordato nel capitolo 5 come promotore degli interessi economici dell’intera comunità piuttosto che dell’incremento della propria ricchezza personale; si devono anche menzionare le numerose campagne militari condotte da eroi aristocratici come Carlo Martello contro gli invasori musulmani. Ma tutto ciò non vale come regola generale, e certamente non lo si può dire delle élite che attualmente dominano l’Occidente, nelle quali predominano la miopia, l’opportunismo, l’avidità e i meschini interessi individuali ed etnici. La prospettiva di creare un’aristocrazia come quella del passato appare, nella situazione attuale, semplicemente utopica.

Le tendenze egualitarie che nel XVII secolo iniziarono la loro ascesa verso l’egemonia liberarono una creatività e un’innovazione enormi, nella misura in cui lo status sociale ereditario perdeva importanza nel nuovo contesto meritocratico che consentiva una mobilità sociale ascendente e premiava l’iniziativa e il talento individuali. Si ebbe una straordinaria fioritura delle scienze, della tecnologia, delle invenzioni e delle arti, al punto che, a paragone con tutte le altre aree del mondo, quasi tutti (97%) i protagonisti in questi campi furono maschi di origine europea, e in particolare dell’Europa nordoccidentale. In effetti, la mappa proposta da Charles Murray del «Nucleo Europeo» che diede origine a questa capacità inventiva coincide in misura notevole con l’area geografica descritta nel capitolo 4 come quella dell’individualismo moderato, che comprende le aree germaniche dell’Italia settentrionale ma esclude la Scandinavia (con l’eccezione della Danimarca che, come osservato nel capitolo 1, presenta una maggior comunanza genetica con la Germania rispetto al resto della Scandinavia) e l’Europa del sud (incluse la Francia e l’Italia meridionali)3.

Inoltre, sebbene i risultati delle scienze occidentali nel mondo antico non abbiano paralleli altrove (a mio giudizio Aristotele fu il più grande intellettuale di ogni tempo) questa fioritura ebbe inizio nel XVII secolo e coincise con l’ascesa dell’individualismo egualitario (capitolo 6).

 

L’individualismo come fattore predisponente alla scienza e al capitalismo.

 

L’individualismo come fattore predisponente alla scienza. Le popolazioni occidentali, istruite, ricche e democratiche (WEIRD) di cui si è parlato nel capitolo 3 hanno creato nell’Occidente postmedievale delle associazioni scientifiche e culturali che concepiscono il gruppo come un’entità permeabile e fortemente soggetta alla defezione, cioè ammettono l’esistenza di un mercato delle idee in cui gli individui possono distaccarsi dalla visione scientifica corrente qualora ritengano che i dati in loro possesso sostengano prospettive differenti. Sull’altro versante, le culture collettiviste hanno prodotto movimenti intellettuali orientati al gruppo e basati sulle affermazioni dogmatiche, sulla fedeltà ai capi, sulle reti etniche e sull’espulsione dei dissidenti4.

Ricardo Duchesne evidenzia il ruolo della discussione come componente critica del dibattito culturale europeo, analizzandola nei termini di un retaggio culturale IE connesso alla personale ricerca della fama5. A cominciare dall’antica Grecia, il dibattito intellettuale fu intensamente competitivo, e gli individui erano liberi di abbandonare una particolare scuola se ne trovavano un’altra più attraente6. Gli intellettuali cercavano seguaci non sulla base di preesistenti legami parentali o etnici, bensì valendosi della loro capacità di attrarre un seguito in un liberto mercato delle idee nel quale gli individui erano liberi di cambiare il loro punto di vista. Come i membri di un Männerbund erano liberi di lasciare un gruppo per unirsi ad altri gruppi che presentavano oggettivamente migliori possibilità di successo, così il libero mercato delle idee ricorreva naturalmente ad argomenti e idee che potevano attrarre individui liberi di disertare da gruppi altamente permeabili. In un contesto sociale in cui tutti sono ugualmente liberi di disertare, gli argomenti logici e le teorie predittive sul mondo naturale acquisiscono una posizione di primo piano.

La discussione implica che gli individui siano liberi di dissentire. I movimenti scientifici sono gruppi fortemente permeabili cui membri sono inclini alla diserzione qualora trovino una teoria migliore o vengano alla luce nuovi dati. Una questione fondamentale nella filosofia della scienza consiste nel definire il tipo di comunità di discorso che promuove il pensiero scientifico in ogni area di ricerca. Per usare le parole di Donald Campbell, la questione è sapere «quale sistema sociale di esame e di conservazione delle credenze è quello che ha le migliori probabilità di far crescere la competenza di riferimento relativa a ciò che credono i suoi presunti referenti»7. Il progresso scientifico (la “competenza di riferimento” di Campbell) dipende da un universo di discorso individualista e atomizzato nel quale ciascun individuo vede se stesso non come un membro di una più ampia entità politica o culturale che propone un particolare punto di vista, bensì come un agente indipendente che tenta di valutare le prove e di scoprire la struttura della realtà.

Come osserva Campbell, un aspetto critico della scienza, così come essa si è sviluppata nel XVII secolo, fu che gli individui erano agenti indipendenti che potevano riprodurre le scoperte scientifiche per conto proprio8. Sicuramente, nella scienza concreta l’opinione scientifica si coagula attorno a certe proposizioni (p. es. la struttura del DNA o i meccanismi psicologici del rinforzo) ma questo consenso scientifico è fortemente soggetto ad essere abbandonato nell’eventualità in cui nuovi dati mettano in dubbio le teorie sostenute fino a quel momento. Arthur Jensen sintetizza bene questa idea osservando che «quando molti singoli scienziati […] sono tutti in grado di pensare come vogliono e svolgono le loro ricerche indipendentemente da vincoli collettivisti o totalitari, la scienza è un processo che si autocorregge»9.

Gli argomenti razionali fanno presa sugli osservatori disinteressati e sono passibili di confutazione. La loro efficacia non dipende dalla disciplina o dagli interessi di gruppo, perché nelle culture occidentali i gruppi sono permeabili e le defezioni individuali rappresentano la norma molto più che presso altre culture.

Inoltre, come si è osservato nel capitolo 3, le popolazioni WEIRD tendono maggiormente al ragionamento analitico (astraendo gli oggetti dal contesto, occupandosi delle loro caratteristiche e sviluppando regole atte a spiegare e a predire i fenomeni) che è opposto al ragionamento olistico (che si occupa delle relazioni tra l’oggetto e l’ambiente che lo circonda). Gli occidentali tendono a categorizzare gli oggetti sulla base di regole che sono indipendenti dalla loro funzione e pertanto più astratte, mentre i non occidentali sono più inclini a categorizzare in base alla funzione e alle relazioni col contesto. La scienza si occupa sostanzialmente di creare regole astratte indipendenti dal contesto e di sviluppare spiegazioni e previsioni dei fenomeni del mondo empirico. Tali caratteristiche, già visibili nel mondo antico greco-romano, predispongono al pensiero scientifico.

A questo riguardo, è interessante notare come avere un elevato livello di intelligenza generale (q. d. i.) faciliti la soluzione dei problemi tramite decontestualizzazione e astrazione. La decontestualizzazione è anche un aspetto del pensiero operatorio formale di Jean Piaget, «l’indipendenza della sua forma dal suo contenuto di realtà»10. Questo perché sia l’intelligenza generale che il pensiero operatorio formale di Piaget sono in grado di inibire la modalità predefinita della cognizione umana che consiste nell’elaborare l’informazione in una maniera che è fortemente sensibile al contesto ed è automatica. Noi possediamo una «euristica automatica», delle «regole del pollice» inconsce che ci permettono di elaborare velcemente le informazioni nel nostro ambiente, formulare deduzioni, giudizi e decisioni11.

Le persone tendono automaticamente a contestualizzare i problemi nei termini della loro esperienza personale e specialmente della loro esperienza sociale. Ad esempio, molte persone sono influenzate da esperienze personali forti ma non rappresentative (p. es. l’essere scampati per un soffio alla morte in un incidente aereo) molto più che da valide informazioni statistiche (che mostrano come viaggiare in aereo sia più sicuro che viaggiare in automobile). Di conseguenza, a meno che non inibiscano tali tendenze, esse compiono errori in problemi che sono del tutto formali, come i sillogismi logici, i problemi geometrici e matematici o quelli che si incontrano in un test di intelligenza culturalmente equo, come le matrici progressive non verbali di Raven12. La decontestualizzazione risulta dall’inibizione e dal conseguente controllo di questi processi automatici; essa perciò consente all’individuo di affrontare problemi di logica formale o di matematica che sono astratti da qualsiasi contesto sociale o personale.

Gli studiosi del q. d. i. sono ben consapevoli della centralità della decontestualizzazione per quanto riguarda l’intelligenza e il suo rapporto con la scienza. Così Arthur Jensen:

 

Uno dei ben noti sottoprodotti della scolarizzazione è un’accresciuta capacità di decontestualizzare i problemi. In quasi ogni materia […] gli allievi imparano a scoprire la regola generale che si applica ad una situazione molto specifica e ad applicare una regola generale a un’ampia varietà di contesti differenti. L’uso, nella lettura, di simboli che stanno al posto degli oggetti (e la notazione musicale); le operazioni aritmetiche di base; la coerenza nell’ortografia, nella grammatica e nella punteggiatura; le regolarità e le generalizzazioni nella storia; la categorizzazione, la serialità, l’enumerazione e la deduzione nelle scienze, e così via. Imparare a fare queste cose, che fanno tutte parte del curriculum scolastico, instilla abitudini cognitive che possono essere indicate come decontestualizzazione delle capacità cognitive. L’obiettivo di molti test non verbali o indipendenti dalla cultura non richiede una conoscenza scolastica in quanto tale, ma la capacità di decontestualizzare nuove situazione scoprendo regole o regolarità e utilizzandole per risolvere il problema13.

 

Il pensiero si è evoluto in un contesto sociale e i processi di contestualizzazione funzionano di solito in maniera molto efficace nelle situazioni quotidiane; tali processi sono automatici (cioè sono riflessi psicologici che non richiedono una ponderazione consapevole) e avvengono velocemente e senza sforzo, mentre il pensiero decontestualizzato è relativamente lento e richiede impegno (che è il motivo per cui i bambini, in un contesto educativo, devono concentrarsi e applicarsi per eseguire un compito). Comunque, a prescindere dai test di intelligenza, esistono molte situazioni della vita reale nelle quali è richiesta la decontestualizzazione, dove cioè gli individui devono risolvere problemi in situazioni nuove; e in generale, gli individui che possiedono una più elevata intelligenza generale riescono meglio a ragionare in modo logico su tali problemi14.

L’aver scoperto che le persone WEIRD tendono al ragionamento logico-scientifico spiega dunque l’origine della scienza quale fenomeno peculiare dell’Occidente. A cominciare dal mondo antico greco-romano, l’argomentazione logica ha caratterizzato le culture occidentali più di qualunque altra area culturale. Come ha evidenziato Ricardo Duchesne, per quanto i cinesi abbiano fatto molte scoperte pratiche, essi non hanno mai sviluppato l’idea di un universo razionale e ordinato, retto da leggi universali comprensibili all’uomo. Né hanno mai sviluppato un «metodo deduttivo di dimostrazione rigorosa in base al quale una conclusione o un teorema venissero provati tramite il ragionamento a partire da una serie di assiomi autoevidenti»15.

Queste leggi universali e generalizzate e questi teoremi geometrici o matematici derivati da assiomi sono regole decontestualizzate, cioè regole che pur concernendo triangoli perfetti o moti senza attrito hanno comunque numerose applicazioni nel mondo reale. Questa è l’essenza del ragionamento scientifico. Il concetto galileiano di moto senza attrito, ad esempio, non permette di predire in maniera accurata il moto di un oggetto lungo un piano inclinato, perché nel mondo reale l’attrito è sempre presente. Tuttavia, questo concetto è stato molto utile per effettuare previsioni della realtà e per concepire un’ampia serie di manufatti che vanno dai motori alle strade.

L’esame delle popolazioni WEIRD fatto nel capitolo 3 mette in risalto il radicamento sociale del ragionamento morale presso le culture collettiviste in contrasto con la tendenza occidentale a creare regole morali astratte che si applicano a chiunque. Per i collettivisti il ragionamento morale implica tener conto del contesto sociale, che ruota sostanzialmente attorno al problema di adattarsi ad un gruppo di parentela e di rafforzarlo. Per gli individualisti il mondo sociale comporta una maggior necessità di interagire con estranei e di considerare la loro reputazione per quanto attiene al rispetto di regole impersonali.

La mia proposta è che le culture individualiste e il retaggio genetico dell’Occidente predispongano gli occidentali ad astrarre il loro giudizio dal contesto sociale, e che ciò di conseguenza abbia predisposto l’Occidente al pensiero razionale e scientifico, come pure ad un peculiare metodo di ragionamento morale. Gli individui sono valutati in quanto tali, in base a tratti come l’onestà, l’intelligenza, il talento militare, la logicità ed utilità delle argomentazioni, facendo astrazione dai loro (relativamente deboli) legami di parentela. Le situazioni morali sono valutate in base ad un concetto astratto di giustizia che si applica a tutti gli individui, piuttosto che essere essenzialmente vincolate agli obblighi sociali verso un particolare gruppo costituito da una particolare rete di legami di parentela estesa. Di fronte al mondo reale, per gli individualisti è più facile astrarre dal contesto sociale e dall’esperienza personale, così come ricercare ed applicare leggi naturali  universali.

 

L’individualismo come fattore predisponente al capitalismo.

Oltre alla scienza, nella nuova cultura dell’individualismo egualitario sorta a partire dal XVII secolo è fiorito anche il capitalismo, che ha finito per minare le culture aristocratiche basate sullo status ereditario. Nel XX secolo, in Gran Bretagna, le antiche famiglie di proprietari terrieri con un albero genealogico che risaliva al Medioevo (e che guardavano con disprezzo al successo negli affari) stavano andando in bancarotta e vendevano le loro proprietà a facoltosi capitalisti i cui antenati erano contadini, sarti e piccoli commercianti; oppure facevano sposare i loro figli con quelli dei ricchi capitalisti, in modo da poter conservare le loro proprietà.

Il contesto sociale in cui la cultura aristocratica decadde e in cui le persone furono libere dagli obblighi verso i signori feudali lasciò libero spazio alle tendenze acquisitive individuali e ad una cultura capitalista. Ciò ebbe come conseguenza grosse differenze nel successo economico16. Come sostiene Gregory Clark nel suo libro Farewell to Alms, ciò a sua volta condusse ad una selezione naturale dell’industriosità e dell’intelligenza nel contesto precedente il XIX secolo in cui la ricchezza era positivamente correlata al numero dei figli17.

La trasformazione dell’Occidente era completa. E’ pur vero che la rivoluzione industriale ebbe un’enorme effetto perturbatore («le sofferenze e lo sconvolgimento che l’Inghilterra subì tra il 1790 e il 1850 sono stati tra i peggiori nel corso della sua storia»18) e lo stesso si può dire del processo di industrializzazione che ebbe luogo in alte aree dell’Occidente; tuttavia, in Inghilterra «il tenore di vita della maggior parte delle persone crebbe nettamente nella seconda metà del [XIX] secolo»19. Le società occidentali non soltanto divennero ricche come non lo erano mai state fino ad allora, ma crearono anche condizioni di vita più che adeguate per la classe lavoratrice e la possibilità di mobilità sociale ascendente per gli individui dotati e ambiziosi.

Nell’arco di tempo che va dalla metà del XVII secolo agli anni 1960 l’Occidente ha tratto beneficio da questi movimenti e si è incamminato lungo la strada della creazione di società non solo più ricche, ma anche più giuste e più eque. Negli Stati Uniti degli anni 1950 esistevano già forti tendenze verso un trattamento sempre più equo degli afroamericani. L’Occidente aveva perso le sue colonie lasciando in eredità l’autogoverno, consistenti infrastrutture e istituzioni educative a gran parte dell’Africa e dell’Asia20. Nel 1991 l’Unione Sovietica è crollata, lasciando l’Occidente in una condizione di egemonia senza rivali.

 

Cosa è andato storto? La nuova élite e la sua avversione per la nazione che essa governa.

 

Dunque, cos’è andato storto? Come mai poco più di mezzo secolo dopo la rivoluzione controculturale l’Occidente è sull’orlo del suicidio, ovunque inondato da altre popolazioni, da genti tipicamente molto più tribali e molto più inclini alla corruzione (un problema endemico in gran parte del terzo mondo, dove le relazioni si basano principalmente sui rapporti di parentela più che sui meriti individuali e sulla fiducia verso i non consanguinei) e spesso, palesemente, dotate di un’intelligenza inferiore? Le cose sono arrivate al punto in cui i popoli occidentali stanno per diventare minoranza in aree che hanno dominato per centinaia o, in Europa, migliaia di anni. Sostanzialmente, se le tendenze attuali continueranno, il loro peculiare patrimonio genetico andrà completamente perduto. Basta soltanto considerare le tendenze demografiche di tutti i paesi occidentali che mostrano un continuo declino della percentuale dei bianchi rispetto alla popolazione mondiale, con un tasso di natalità che è al di sotto del livello sostitutivo, nel contesto di una massiccia immigrazione di non-bianchi. L’estinzione, dopo tutto, costituisce una parte della storia della vita tanto quanto l’evoluzione di nuove forme viventi.

Questo disastro attualmente in corso, che riguarda la popolazione americana tradizionale, è la diretta conseguenza dell’ascesa di una nuova élite come risultato della controrivoluzione culturale degli anni 1960.

Questa nuova élite disprezza la popolazione e la cultura tradizionali americane. Così David Gelernter:

 

La vecchia élite era in buoni rapporti col paese ai cui vertici si collocava. I membri della vecchia classe sociale superiore erano più ricchi e meglio educati rispetto al grosso della popolazione, ma concepivano la vita sostanzialmente negli stessi termini. La gente comune andava in chiesa e lo stesso facevano loro. La gente comune entrava nell’esercito e lo stesso facevano loro. La gente comune organizzava matrimoni semplici e l’élite matrimoni più lussuosi, ma quasi tutti utilizzavano il medesimo linguaggio dignitoso e nessuno si metteva in mostra. Erano tutti concordi sul fatto che l’arte fosse uno spreco (quella era l’America) che degli scienziati si potesse dubitare, che l’ingegneria, le macchine, il progresso e la natura fossero cose buone. Alcuni aspetti della mentalità dei vecchi tempi avevano un senso, altri no; ma la manovalanza e i suoi capi erano fondamentalmente concordi […].

L’élite odierna detesta la nazione che essa governa. Niente di personale, solo una sostanziale differenza nella visione del mondo, e tuttavia il sentimento è inequivocabile. Occasionalmente, esso si manifesta come un geyser rovente. Così Michael Lewis scrive sul New Republic a proposito della campagna presidenziale di Dole dell’autunno 1996: «la gente fa gestacci col dito medio agli autobus carichi di giornalisti e rivolge loro cantilene offensive; i giornalisti, dal canto loro, portano distintivi con scritto “Sì, io sono nei Media. E tu vai a farti fottere!”». La gente odia i giornalisti e i giornalisti odiano la gente: siamo pari, eccetto per il fatto che i giornalisti detengono un potere e la gente (di fatto) non ne ha nessuno21.

 

Questa cultura ostile e antagonista è ora molto più diffusa e più esplicitamente affermata di quando, due decenni or sono, comparve l’articolo di Gelernter, come appare ad esempio dalle frequenti manifestazioni di astio contro i bianchi di cui si è detto nel capitolo 8. E’ stata sicuramente evidente nel corso delle elezioni [presidenziali americane, n. d. t.] del 2016 e in seguito, quando la stragrande maggioranza dei media ha dato mostra di un odio quasi furioso nei confronti di Donald Trump. Questi, durante i suoi comizi, è solito restituire il favore, spesso puntando il dito contro i media e riferendosi ad essi con espressioni come «le gente più corrotta del mondo» o simili, suscitando l’entusiastico applauso del suo uditorio.

Fondamentalmente, l’assuefazione della sinistra alle politiche identitarie ha distrutto la tradizionale base sociale e classista della politica occidentale, producendo uno scenario politico che si basa sull’identità etnicorazziale e sui vantaggi elettorali per i partiti di sinistra e per gli interessi affaristici (tramite il lavoro a basso costo) ottenuti importando milioni di non-bianchi nei paesi occidentali. Storicamente, ciò ha avuto inizio con un mutamento avvenuto tra gli intellettuali legati alla Scuola di Francoforte in risposta all’emergere del nazionalsocialismo in Germania nel corso degli anni 193022. Questi intellettuali erano stati marxisti ortodossi convinti che le fondamentali divisioni nella società fossero quelle basate sulle classi sociali, i quali tuttavia si resero conto del fatto che l’analisi marxista classica non poteva spiegare l’attrazione che il nazionalsocialismo esercitava nei confronti della classe lavoratrice tedesca.

Temi comuni negli scritti [della corrente legata alla Scuola di Francoforte, n. d. t.] sono l’ostilità verso il populismo americano, il bisogno di una guida rappresentata da un’élite di intellettuali e la patologizzazione dell’identità e del perseguimento degli interessi dei bianchi, che include un’ideologia secondo la quale la preoccupazione dei bianchi per il rischio di essere soppiantati e per la crescita del potere delle minoranze etniche è irrazionale e sintomo di una psiche disturbata.

Questi temi misero radici nei circoli intellettuali degli anni 1950 e divennero dominanti con il successo della rivoluzione controculturale degli anni 1960.

E siccome le società bianche omogenee erano considerate, alla lunga, inevitabilmente pericolose (come dimostrava il caso della Germania nel periodo tra il 1933 e il 1945) questa ideologia venne a saldarsi con lo sforzo di ribaltare la legge del 1924 che poneva dei limiti all’immigrazione favorendo quella che proveniva dall’Europa nordoccidentale23. Il risultato fu la legge Hart-Cellar del 1965 che aprì le porte all’immigrazione di tutti i popoli del mondo e che fu promulgata nello stesso periodo in cui si svolse la fase finale dell’ascesa al potere della nuova élite.

Nel corso degli anni l’immigrazione legale è cresciuta fino ad oltre un milione di unità l’anno, per un totale di 59 milioni di persone fino al 2015, epoca nella quale gli immigrati di prima e seconda generazione erano arrivati a costituire il 26% della popolazione e quasi 65 milioni di americani non parlavano inglese nell’ambito domestico24.

 

Gli americani nati all’estero e i loro discendenti hanno rappresentato la componente principale della crescita della popolazione degli Stati Uniti, come pure del mutamento razziale ed etnico della nazione, da quando la promulgazione della legge del 1965 ha ridefinito la politica nazionale sull’immigrazione. […] Senza l’immigrazione verificatasi a partire dal 1965, gli Stati Uniti […] avrebbero una popolazione bianca pari al 75% invece del 62% attuale. Gli ispanici sarebbero l’8% della popolazione e non il 18%. E gli asiatici sarebbero meno dell’1% degli americani, invece che il 6%25.

 

Il risultato è stata la polarizzazione della politica in senso razziale, nella misura in cui i bianchi si sono raggruppati sempre più attorno al Partito Repubblicano, mentre coloro che sono immigrati dopo il 1965 e i loro discendenti si sono raggruppati attorno al Partito Democratico, insieme ad altri gruppi già presenti in precedenza come i negri e gli ebrei. Nel 2016 oltre il 90% dei voti repubblicani proveniva dai bianchi, mentre il 40-44% dei voti democratici proveniva dai non-bianchi26. Questa tendenza alla polarizzazione razziale aumenterà probabilmente in futuro, anche nel caso in cui l’immigrazione dovesse essere improvvisamente bloccata, perché coloro che sono già immigrati e i loro figli tendono ad essere più giovani rispetto alla popolazione autoctona.

Se la tendenza attuale continuerà, il Partito Democratico e la sinistra in generale domineranno la politica americana a cominciare da un futuro molto prossimo, assai probabilmente dalle elezioni del 2020. Malgrado la retorica anti-immigrazione del presidente Trump, nulla ha sostanzialmente cambiato la linea della politica immigratoria americana, col risultato che, salvo il caso in cui si verifichi un qualche tipo di cataclisma, la sinistra otterrà presto la presidenza ed entrambe le camere del Congresso. La sinistra ha già dato prova delle sue tendenze autoritarie, in particolare per quanto concerne la libertà di parola. I campus universitari sono divenuti il bastione dell’intolleranza progressista o di sinistra verso qualunque posizione conservatrice, anche moderata27. Una o due nomine di giudici della Corte Suprema fatte da un presidente progressista faranno sostanzialmente piazza pulita del Primo e del Secondo Emendamento. E la retorica anti-bianca di cui si è parlato nel capitolo 8 si inasprirà assai oltre l’attuale livello.

La frattura su base razziale, che va facendosi più profonda, segnerà la fine dell’individualismo per la popolazione bianca americana, nella misura in cui questa si concentrerà in gruppi coesi in un ambiente antibianco sempre più ostile. Un’impennata di etnocentrismo da parte della maggioranza della popolazione americana di origine europea è un esito probabile del panorama politico e sociale contemporaneo, sempre più strutturato in gruppi, probabilmente perché i meccanismi psicologici umani, prodotti dall’evoluzione, funzionano attribuendo un maggiore risalto alla distinzione tra il proprio gruppo d’appartenenza e i gruppi estranei in situazioni di competizione per le risorse e di ostilità tra gruppi (si veda il capitolo 8). I principali esempi di collettivismo in Occidente (la cristianità medievale e il nazionalsocialismo tedesco) sono stati caratterizzati da atteggiamenti di gruppo fortemente negativi e da nette divisioni sociali.

 

I movimenti intellettuali di sinistra hanno approfittato della tradizione progressista occidentale.

 

Gli intellettuali che sono arrivati a dominare il dibattito culturale americano e il mondo accademico erano ben consapevoli della necessità di fare appello alle tendenze occidentali all’individualismo, all’egualitarismo e all’universalismo morale che sono state prese in esame in questo volume. Un tema de La cultura della critica è che le accuse morali rivolte ai loro oppositori hanno avuto un ruolo di primo piano negli scritti di questi intellettuali attivisti, inclusi i radicali e coloro che rifiutano il punto di vista biologico circa le differenze di quoziente intellettivo tra gli individui e i gruppi. Un senso di superiorità morale era altresì prevalente nel movimento psicanalitico, e la Scuola di Francoforte ha sviluppato l’idea che le scienze sociali dovessero essere giudicate in base a criteri morali.

Il trionfo di questi movimenti intellettuali fino ad ottenere il consenso in Occidente ha prodotto una comunità morale in cui coloro che non ne accettano le credenze sono visti non soltanto come deficienti sul piano intellettuale, ma anche come moralmente riprovevoli.

Israel Zangwill rappresenta un buon esempio di attivista intellettuale che ha sottolineato come gli ideali occidentali di moralità e di equità potessero essere utilizzati contro le restrizioni poste all’immigrazione.

 

Dovete condurre una battaglia contro [la legge limitativa dell’immigrazione del 1924]; dite loro che stanno distruggendo gli ideali americani. La maggior parte delle fortezze è fatta di cartone, e se farete pressione contro di esse, cederanno28.

 

L’America ha un ampio spazio per tutti i sei milioni della Zona di Residenza [il territorio in cui viveva la maggior parte degli ebrei russi]; ciascuno dei suoi cinquanta stati potrebbe assorbirli. E a parte l’avere un paese tutto per loro, non potrebbero avere un destino migliore di quello di ritrovarsi assieme in una terra di libertà religiosa e civile della cui costituzione il cristianesimo non fa parte e dove il loro voto collettivo li garantirebbe in pratica da ogni persecuzione futura29.

 

E’ stato osservato come durante il periodo della difesa etnica, negli anni 1920, il pensiero darwinista sulla razza fosse diffuso in tutta la cultura occidentale e avesse un ruolo importante per molti americani fautori delle restrizioni all’immigrazione, stimolati dal mutamento degli equilibri etnici negli Stati Uniti (cfr. il capitolo 6). Un tema de La cultura della critica è che gli intellettuali che acquisirono influenza a partire dagli anni 1930 (in particolare la scuola antropologica boasiana) presero di mira le teorie darwiniane sulla razza come pure le singole identità basate sulla coscienza razziale del gruppo bianco. Ad esempio, l’attacco rivolto alle identità razziali con l’obiettivo di promuovere un individualismo atomizzato degli americani di origine europea rappresentò una strategia centrale della Scuola di Francoforte. Le identità di gruppo fondate sulla razza e addirittura sulla famiglia vennero presentate come indicatori di patologia psichica. L’individualismo radicale venne dunque proposto da intellettuali che mantenevano un forte legame col proprio gruppo e ne promuovevano consapevolmente gli interessi.

Queste ideologie caddero su un suolo particolarmente fertile, perché si inserirono nelle tendenze individualiste dell’Europa occidentale. E se l’individualismo ha rappresentato la caratteristica chiave dei popoli occidentali nella loro ascesa verso il dominio mondiale, queste ideologie e la loro interiorizzazione da parte di un così gran numero di europei giocano ora un ruolo di primo piano nel facilitare l’espropriazione dell’Occidente.

In particolare, l’ideologia secondo la quale possedere un senso dell’identità bianca e degli interessi dei bianchi è sintomo di patologia mentale ha reso impossibile sostenere, nei mezzi di informazione maggioritari e nelle università, il legittimo interesse della popolazione bianca ad avere una propria terra e ad evitare di trasformarsi in minoranza all’interno delle società che essa ha dominato per centinaia e di anni, nel caso dell’Europa, per migliaia. Ideologie del genere sono diffuse dai mezzi di informazione maggioritari (che comprendono tanto quelli conservatori quanto quelli progressisti) e dal sistema educativo, dalle scuole elementari fino all’università.

Esse di fatto hanno prodotto una comunità morale che si oppone radicalmente agli interessi dei bianchi. E come nel caso dei puritani, la nuova élite è stata capace di creare una cultura di punizione altruistica nella quale i bianchi puniscono i loro simili che dissentono dai dogmi della comunità morale creata dalla nuova élite, anche a costo di compromettere i propri interessi a lungo termine e quelli dei loro discendenti.

Queste ideologie sono state rafforzate in misura crescente dai controlli sociali. Come si è detto nel capitolo 8, in gran parte dell’Occidente tali controlli includono una legislazione formale che punisce chi critica l’immigrazione e l’espropriazione dell’Occidente. Negli Stati Uniti, grazie al Primo Emendamento, questi controlli legali sono in una fase embrionale, ma è probabile che acquistino forza negli anni a venire qualora la sinistra vada al potere.

In ogni caso, i controlli informali sono molto efficaci sia negli Stati Uniti che nel resto dell’Occidente. Molte persone, ad esempio, sono state licenziate grazie ad una semplice telefonata fatta ai loro datori di lavoro da parte di organizzazioni attiviste. Queste organizzazioni approfittano dalla comunità morale creata dalle élite dei media e del mondo accademico nel corso degli ultimi  cinquant’anni per limitare l’influenza dei soggetti dissidenti e per esporli al pubblico giudizio, portandoli così all’ostracismo e alla perdita del lavoro. L’efficacia di queste tattiche si fonda sul consenso delle élite e sugli atteggiamenti conformisti della popolazione. Idee scientifiche che meno di un secolo fa erano del tutto rispettabili portano ora all’emarginazione e al licenziamento.

 

L’argomento morale a sostegno degli interessi dei bianchi.

 

In ultima analisi, l’efficacia della comunità morale della sinistra contemporanea dipende dalle tendenze occidentali all’individualismo e al progressismo, così come sono state esposte in questo volume. Gli attivisti bianchi che tentano di opporsi a questa comunità morale devono essere consapevoli della fortissima tendenza dei suoi componenti a voler essere parte di tale comunità. In particolare, essi devono porre l’accento sul fatto che i bianchi sono portatori di interessi moralmente legittimi. Per quanto i sentimenti morali degli abolizionisti del XVIII e del XIX secolo fossero certamente lodevoli, adottare un’ideologia di universalismo morale significa il suicidio in condizioni come quelle attuali, nelle quali la migrazione attraverso lunghe distanze è diventata facilissima. Chi definisce “razzisti” i bianchi che affermano i loro legittimi interessi tenta di porre i suoi avversari su un piano di illegittimità morale. Campagne del genere sono efficaci soltanto in Occidente. Ad esempio, Israele e i suoi sostenitori occidentali sono straordinariamente immuni all’accusa, malgrado abbiano edificato una società fondata su una politica immigratoria definita su basi etniche, sulla pulizia etnica, su politiche di apartheid nei confronti dei palestinesi e sull’espulsione dei migranti africani. Per uno psicologo evoluzionista l’aggressione moralistica nei confronti di coloro che dissentono dagli atteggiamenti del gruppo appare come un ovvio adattamento all’esigenza di mantenere i confini di un gruppo fortemente coeso e di sorvegliarne il comportamento.

I gruppi degli angli, degli juti e i loro discendenti puritani trassero senza dubbio un grande vantaggio dall’aggressione moralistica, per la capacità che essa ha di rafforzare le norme del gruppo e di punire opportunisti e disertori creando in tal modo dei gruppi efficaci. L’aggressione moralistica non è in sé sbagliata. La chiave sta nel convincere i bianchi a modificarla in una direzione più adattiva da un punto di vista darwinista. Dopo tutto, l’oggetto dell’aggressione moralistica è piuttosto malleabile.

Un comportamento adeguato in senso darwinista sarebbe dirigere l’aggressione moralistica verso gli appartenenti a qualunque etnia che hanno concepito o tengono in piedi i controlli culturali che stanno attualmente espropriando i bianchi dei loro territori storici. La base morale di tale proposta è piuttosto chiara:

 

  • Esistono differenze genetiche tra i popoli, così che, da un punto di vista evoluzionista, popoli differenti hanno legittimi conflitti di interessi30.
  • L’etnocentrismo ha profonde radici psicologiche che fanno sì che anche i bianchi, che sono relativamente poco etnocentrici, provino una maggiore attrazione verso coloro che sono geneticamente simili a loro e di costoro si fidino31. Tra gli occidentali l’etnocentrismo ha aperto la strada alla creazione di società omogenee e fortemente basate sulla fiducia, che sono state tradizionalmente più comuni in Occidente che altrove. Come si è osservato nel capitolo 8, gli studi hanno dimostrato che le aree in cui è presente una maggiore diversità culturale ed etnica tendono ad avere una minore partecipazione politica e una minore fiducia sociale, che include quella nei confronti dei membri del proprio gruppo razziale o etnico32.
  • Come osserva Frank Salter, le società in cui è presente un gruppo etnico predominante unito da vincoli di parentela e di cultura sono più inclini alle politiche redistributive (come la previdenza sociale) e a contribuire al bene comune (come ad esempio alla sanità pubblica)33.
  • Le società con una predominante maggioranza occidentale di origine europea sono predisposte verso sistemi politici caratterizzati dalla democrazia e dal governo delle leggi34. Vi sono già dei segnali che tali caratteristiche delle società occidentali europee siano minacciate, a causa dell’ascesa di forme di progressismo radicali basate sulla coercizione, sullo sradicamento delle libertà individuali e su modifiche radicali alla Costituzione. Una condizione necessaria per questa trasformazione è il nuovo elettorato che viene importato nei paesi occidentali in conseguenza delle politiche immigratorie generate, in ultima analisi, dall’approvazione della legge sull’immigrazione del 1965 e diffusesi negli altri paesi occidentali poco tempo dopo35.
  • L’accusa di corruzione morale che attualmente viene mossa ai bianchi in quanto gruppo, per via della loro storia di conquiste e dello schiavismo, si applica anche ai gruppi non-bianchi. Grandi gruppi umani (arabi, cinesi Han, bantu) sono stati in grado di monopolizzare sul piano etnico vaste aree in conseguenza delle conquiste dei loro antenati, e tuttavia non li si sente mai esprimere sensi di colpa per quelle loro conquiste o per il trattamento riservato ai popoli soggiogati; né sono destinatari di messaggi da parte delle loro élite che presentino come un imperativo morale l’accoglienza di milioni di non-bianchi.
  • A patire almeno dal XVIII secolo, le società occidentali sono state non soltanto più prospere, ma anche più giuste ed eque di quelle non occidentali, col risultato che una gran parte dell’umanità vorrebbe trasferirsi in Occidente. Un esempio notevole sta nel fatto che lo schiavismo ha continuato ad esistere in molte parti del mondo per molto tempo rispetto a quando fu abolito in Occidente, e continua ad esistervi anche oggi, in particolare in Africa36.
  • Poiché la gran maggioranza degli immigrati dopo il 1965 possiede un q. d. i. inferiore alla media dei bianchi, essi rappresenteranno per molto tempo un peso per la società, per via del loro scarso successo accademico in un’economia altamente tecnologica37, per l’elevato consumo di servizi sociali38 e per la tendenza alla criminalità39, specialmente dopo la prima generazione40. Ciò costituisce un costo a lungo termine per i contribuenti bianchi come pure un generale abbassamento del livello culturale.
  • Una consistente immigrazione ha come conseguenza una pressione verso il basso degli stipendi della classe lavoratrice41 e in misura crescente anche per i settori altamente tecnologici, con il proliferare dei visti di ingresso per i lavoratori del settore informatico provenienti dall’India e dalla Cina.
  • L’immigrazione ha avuto come conseguenza una radicalizzazione in senso razziale della politica e un aumento della polarizzazione politica e del conflitto sociale che possono in definitiva dimostrarsi catastrofici. Malgrado le guerre presentate come crociate morali contro crudeli dittatori (Iraq, Libia) le intromissioni occidentali in queste culture non ne hanno modificato la dinamica basata sulla parentela, cosa che rappresenta il segnale di un futuro sempre più frammentato per l’Occidente, a meno che il processo di trasformazione della società occidentale non venga invertito.
  • Ho già espresso i miei commenti sul crescente odio anti-bianco che promana dalla cultura dell’élite e dalla società occidentale in senso lato. Esso non farà che diventare più intenso man mano che i bianchi perderanno il potere politico, e potrà sicuramente potare ad un aumento della violenza nei loro confronti. Già si verifica che la probabilità che i bianchi siano vittime di crimini violenti perpetrati dai negri risulti molto più alta che nel caso opposto42.
  • A causa del livello di vita relativamente più alto dei paesi occidentali, l’importazione di milioni di poveri dal Terzo Modo ha effetti ambientali negativi.

 

E non è il caso di dire che i sostenitori entusiasti dell’immigrazione ignorano gli interessi etnici e genetici dei bianchi. Essi inoltre non si preoccupano della coerenza razionale: sarebbero infatti terrorizzati al solo pensiero che paesi come la Corea, la Nigeria o Israele dovessero subire un’immigrazione di entità paragonabile ad una sostituzione etnica.

Un buon segnale è che la gran maggioranza degli attivisti e dei simpatizzanti pro-bianchi considerano un forte imperativo morale la conservazione del nostro popolo e della nostra cultura. Spesso senza che dietro vi sia un pensiero consapevole, c’è la sensazione di formare una comunità morale, che ci porta a respingere e ad evitare coloro che odiano noi e le nostre idee. C’è un senso di rettitudine morale e di consapevolezza dell’ipocrisia e della corruzione dei nostri nemici, in particolare delle élite globaliste che oggi controllano il destino dell’Occidente. C’è una forte fiducia di essere nel giusto sul piano morale e su quello intellettuale. E questo è, in effetti, un punto di partenza molto buono. E’ un messaggio che incontrerà una risonanza crescente nell’ampia massa della popolazione bianca, man mano che l’Occidente si polarizzerà sempre di più lungo le linee di frattura etniche e si farà sempre più ostile nei confronti dei bianchi.

 

Conclusione: l’incerto futuro dell’Occidente.

 

Nel libro La cultura della critica scrivevo che «segmenti delle popolazioni del mondo di derivazione europea finiranno per rendersi conto di non aver ricevuto alcun beneficio dall’ideologia del multiculturalismo e da quella dell’individualismo de-etnicizzato». Prevedevo crescenti conflitti tra gruppi, così come un intensificarsi dei controlli sociali che tentano di puntellare il progetto multiculturale:

 

L’importanza del conflitto tra gruppi è qualcosa che non si sottolineerà mai abbastanza. Ritengo sia altamente improbabile che le società occidentali basate sull’individualismo e sulla democrazia possano sopravvivere a lungo alla legittimazione della competizione tra gruppi impermeabili l’appartenenza ai quali è definita in base all’etnicità. L’analisi fatta in Separation and Its Discontents [La separazione e i suoi inconvenienti, n. d. t.] suggerisce decisamente che, in ultima analisi, le strategie di gruppo provocano altre strategie di gruppo, e che le società si organizzano attorno a gruppi coesi e mutuamente esclusivi43. In effetti, i recenti movimenti multiculturali possono essere considerati come tendenti ad una forma di organizzazione sociale profondamente non occidentale che storicamente è stata assai più tipica delle società segmentarie del Medio Oriente basate su gruppi omogenei e separati […]

Esiste dunque una significativa possibilità che le società individualiste possano non sopravvivere alla competizione interna basata sui gruppi, sempre più diffusa e intellettualmente rispettabile negli Stati Uniti. Credo che, negli Stati Uniti, si stia percorrendo un pericoloso sentiero in discesa che porta al conflitto interetnico e alla creazione di enclavi collettiviste, autoritarie e razziste. Sebbene in America le idee e i comportamenti etnocentrici siano considerati legittimi sul piano morale e intellettuale soltanto quando vengono manifestati da parte di minoranze etniche, la teoria e i dati che vengono presentati in Separation and Its Discontents indicano come probabile risultato delle attuali tendenze lo sviluppo di un etnocentrismo più forte nella popolazione di origine europea […]

Ci si può aspettare che nella misura in cui il conflitto etnico negli Stati Uniti continuerà ad inasprirsi, verranno fatti tentativi sempre più disperati di imporre l’ideologia del multiculturalismo attraverso sofisticate teorie che postulano la natura psicopatologica dell’etnocentrismo dei gruppi maggioritari, come pure attraverso la creazione di controlli statali polizieschi su pensieri e comportamenti non conformi.

 

Come si è detto nel capitolo 8, molto di tutto ciò sta già accadendo. L’ideologia secondo cui l’etnocentrismo bianco non ha una fondamento intellettuale ed è un sintomo di patologia psichica viene promossa più vigorosamente che mai dai media come dal sistema educativo, mentre vengono incoraggiati l’identità e gli interessi etnici dei non-bianchi. L’odio anti-bianco da parte dei non-bianchi, e specialmente quello nei confronti dei maschi bianchi, è palesemente in crescita: una situazione che inevitabilmente rende i bianchi più consapevoli di sé in quanto gruppo. E constatiamo anche la presenza di controlli sociali sempre più severi che tentano di fornire un sostegno allo stato multiculturale, siano essi controlli informali basati sul consenso dell’élite (licenziamenti, ostracismo) siano anche, in molte parti dell’Occidente, condanne penali per soggetti che esprimono una visione pro-bianca od opinioni dissenzienti in materia di razza, di immigrazione o sull’importanza dell’influenza ebraica.

Molti commentatori, nell’attuale scenario americano, hanno osservato la crescente polarizzazione e l’incapacità di comunicare al di là della linea di divisione politica (che è sempre più etnica). I gruppi contrapposti sono portatori di visioni del mondo inconciliabili e vedono l’altra parte come l’incarnazione del male, aspetto che ricorda molto il pensiero millenarista di cui si è parlato, nel capitolo 6, come di una forte tendenza nella storia americana. Come ha scritto E. M. Bradford, «siamo già bene incamminati sulla strada di una retorica puritana in piena regola di guerra perpetua contro i “poteri dell’oscurità”: andiamo “verso due schieramenti universali armati, impegnati in una lotta mortale l’uno contro l’altro”»44.

Questo fenomeno continua ad inasprirsi, e il conflitto è visto, da tutte le parti, come irreconciliabile. Ciò si traduce in uno scontro esistenziale, nel quale sono in gioco valori fondamentali. Commentando l’atmosfera velenosa della politica americana del 2018, Hillary Clinton ha dichiarato che la civiltà nella politica americana può essere ristabilita qualora la sua parte, i democratici, vinca: «Non si può essere civili con un partito politico che vuole distruggere ciò per cui vi battete, quello che vi sta a cuore»45.

Questo suggerisce la possibilità di una guerra civile. In effetti, un sondaggio Rasmussen del 2018 indica che il 31% degli americani pensa che una guerra civile sia probabilmente vicina46.

Un possibile scenario di guerra civile è stato proposto da Michael Vlahos, che osserva come le guerre civili scoppino quando la popolazione di divide in campi contrapposti47.

 

Proprio a partire dalle elezioni del 2016 abbiamo assistito a un bombardamento di retorica d’èlite blu e rossa47a: affollamento della Corte Suprema, abolizione del collegio elettorale, revoca del Secondo Emendamento, invalidamento totale della legge federale, incatenamento dei diritti degli elettori e invocazione del Venticinquesimo Emendamento da parte dello “stato profondo”47b. Queste sono tutte azioni potenzialmente estreme che non soltanto smantellerebbero il nostro ordinamento costituzionale, ma lo distorcerebbero per adattarlo al concetto giuridico di virtù di una parte, cancellando così ogni parvenza di legalità dell’altra parte. Nel corso del tempo ciascun partito è stato emotivamente investito dalla bramosia di smantellare il vecchio per creare qualcosa di  nuovo.

Perciò le norme costituzionali esistono soltanto nominalmente fino a quando non verranno demolite e soltanto fino a quando un precario equilibrio elettorale  resterà in piedi. Un grande capovolgimento storico in favore di un partito e a svantaggio dell’altro spingerebbe molto velocemente la nazione verso una crisi, perché il partito vincente si precipiterebbe a mettere in atto il suo programma. Proprio la minaccia di una simile demolizione costituzionale verrebbe ad essere un sicuro casus belli. Capovolgimenti del genere, come quello degli anni 1770 contro la Gran Bretagna e quello degli anni 1850 contro i sostenitori dello schiavismo, sono stati gli autentici punti di svolta. La sentenza “Dred Scott contro Stanford” del 185747c non fu soltanto un punto di svolta: a livello inconscio la sua eredità grava ancora molto sugli americani odierni, nel momento in cui essi prendono in considerazione (spesso con passionalità isterica) le paurose conseguenze della nomina di [Brett] Kavanaugh [alla Corte Suprema] […].

La cosa chiara è che due partiti in guerra tra loro non accetteranno nulla di meno, ciascuno dall’altro, che la sottomissione, anche quando il perdente non intenda in alcun modo sottomettersi. Inoltre, l’ethos di ciascuna fazione è tale da renderla incapace di provare empatia per l’altra.

 

Vlahos suggerisce che «ciò che potrebbe derivarne sarebbe una riorganizzazione nazionale, una separazione de facto nella quale le regioni blu e quelle rosse procederebbero (e si governerebbero) ciascuna a modo suo, pur mantenendo la facciata formale di “Stati Uniti”».

 

  • La divisione non avverrebbe intermini propriamente regionali, quanto piuttosto tra realtà urbane e realtà rurali e tra bianchi e non-bianchi, per quanto com’è ovvio tali dicotomie si compenetrino in una certa misura. In tutti gli stati blu esiste una divisione tra le zone rurali e i grandi centri urbani che ha un ruolo dominante in politica e che rende vana una ripartizione in termini regionali. Inoltre, una frattura di tipo regionale sulla base di motivi ideologici chiaramente definiti, come quella verificatasi

nel caso della Guerra Civile, sarebbe più facile di una suddivisione in base a criteri artificiali, che creerebbe enormi problemi logistici.

  • Diversi analisti hanno suggerito vari modelli di divisione degli Stati Uniti al fine di rendere possibile uno stato etnico bianco. Ciò comporterebbe trasferimenti di popolazione analoghi a quelli verificatisi in occasione dell’espulsione dei tedeschi dall’Europa Orientale dopo la Seconda Guerra Mondiale e della divisione tra India e Pakistan nel 194848. In entrambi i casi si trasferirono milioni di persone, portando a un incremento dell’omogeneità etnica e religiosa di entrambe le aree. Un modello del genere, negli Stati Uniti odierni, comporterebbe enormi difficoltà logistiche, ma sarebbe certamente possibile se vi fosse una sufficiente volontà politica.
  • Una difficoltà considerevole nel caso di una divisione su basi razziali sta nel fatto che la sinistra è sul punto di diventare una maggioranza permanente all’interno dell’attuale sistema, grazie al suo elettorato d’importazione. La sinistra ha mostrato crescenti tendenze autoritarie, che verrebbero indirizzate ad impedire uno stato etnico bianco. La sinistra non ha mostrato alcuna tolleranza per le voci dissenzienti. In effetti, coloro che dissentono sono visti come la personificazione del male, esattamente come avvenne nel periodo che precedette la Guerra Civile. Se infatti la sinistra otterrà il potere, bisognerà aspettarsi un aumento della repressione politica, la fine della protezione della libertà di parola garantita dal Primo Emendamento, cambiamenti radicali alla Costituzione, una retorica anti-bianca più o meno ufficiale, un’ulteriore rimozione di monumenti storici e un aumento dell’indottrinamento tramite il sistema educativo.

 

Se ciò è corretto, allora dovremo aspettarci che la violenza sia un elemento dell’equazione. Che aspetto avrà questa guerra? Attualmente la parte bianca e rurale avrebbe diversi vantaggi, in termini di possesso di armi e di rappresentanza nelle forze di polizia e militari, soprattutto ai livelli più alti49, ma questo non è una garanzia di vittoria.

Concordo con Enoch Powell: «se guardo al futuro, sono pieno di inquietudine; come i romani, mi pare di vedere “il fiume Tevere schiumante di sangue”»50. Tutte le utopie immaginate dalla sinistra hanno inevitabilmente condotto allo spargimento di sangue, perché erano in contrasto con la natura umana. La classica visione utopica marxista di una società senza classi dell’Unione Sovietica si è autodistrutta, ma solo dopo aver mandato a morte milioni dei suoi cittadini. Ora la versione utopica multiculturale divenuta dominante in tutto l’Occidente mostra di aver prodotto una forte opposizione e una polarizzazione inconciliabile.

Ripensando un giorno all’epoca attuale, non vorremmo dover dire di aver fatto troppo poco e troppo tardi, come avvenne nel 1924 con la legge sull’immigrazione che mirava a creare uno status quo etnico. Tutti i numeri della rappresentanza dei bianchi nelle forze di controllo sociale continueranno a diminuire negli anni a venire per via del continuo deterioramento della situazione demografica. A questo punto, neppure un blocco immediato dell’immigrazione e una deportazione degli immigrati illegali sarebbero sufficienti per preservare a lungo un’America bianca.

La sinistra e i suoi alleati nel mondo degli affari hanno creato un mostro. I bianchi devono rendersi conto del fatto che se non faranno nulla, i decenni futuri li vedranno sempre più perseguitati e denigrati, nella misura in cui il mostro continuerà ad acquisire potere.


Note.

 

  • Theodor MOMMSEN, The History of Rome, vol. 2, trad. W. P. Dickson New York, Charles Scribner’s Sons, 1894: 386.
  • Ibid., 403-404.
  • Charles MURRAY, Human Accomplishment: The Pursuit of Excellence in the Arts and Sciences, New York, Harper Perennial, 2004.
  • Kevin MACDONALD, The Culture of Critique: An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Bloomington, IN, AuthorHouse, 2002, ed. orig.

Westport, CT, Praeger, 1998; capitolo 6.

  • Ricardo DUCHESNE, The Uniqueness of Western Civilization, Leiden, Olanda, Brill, 2011.
  • Questa inclinazione alla discussione propria dell’Occidente non si accorda bene con l’individualismo egualitario e con l’enfasi che questo pone sulla conformità e sulla punizione di coloro che, per le loro capacità, si distinguono dagli altri. Come in molti altri ambiti, anche in quello culturale l’Occidente è una complessa miscela di individualismo egualitario e individualismo aristocratico. Tuttavia, come si è osservato nel capitolo 6, dopo che i forti controlli di gruppo dei puritani si sono dissolti, alcuni individui di origine puritana come Benjamin Tucker sono diventati degli individualisti radicali (si veda la sezione intitolata “Anarchismo libertario”). Inoltre, prima che (in tempi recenti) la sinistra radicale cominciasse a esercitare la sua egemonia su aree di studio come il q. d. i. e le differenze razziali, i campi di indagine scientifici non venivano affrontati dal punto di vista delle comunità morali, e gli individui erano pertanto liberi di dissentire senza dover subire penose conseguenze per la loro reputazione, senza cioè venire automaticamente accusati di incompetenza o di immoralità. I dissidenti potevano essere considerati eccentrici o poco brillanti, ma non denigrati come individui malvagi.
  • Donald T. CAMPBELL, Plausible Coselection of Belief by Referent: All the “Objectivity” that Is Possible, “Perspectives on Science”, 1, 1993: 88-108, 93.
  • Donald T. CAMPBELL, Science’s Social System of Validity-enhancing Collective Belief Change and the Problems of the Social Sciences, in Donald W. FISKE, Richard A. SHWEDER (eds.), Metatheory in Social Science: Pluralisms and Subjectivities, Chicago, University of Chicago Press, 1986: 108-135, 121-122. [9] Arthur JENSEN, The Debunking of Scientific Fossils and Straw Persons, Contemporary Education Review, 1, 1982: 121-135.
  • Jean PIAGET, Intellectual Evolution from Adolescence to Adulthood, “Human Development”, 15, 1972:

1-12.

  • Keith E. STANOVICH, Richard E. WEST, Individual Differences in Rational Thought, “Journal of Experimental Psychology: General 127”, 1998: 161-188.
  • Keith E. STANOVICH, Richard E. WEST, Individual Differences in Reasoning: Implications for the Rationality Debate, “Behavioral and Brain Sciences”, 23, 2000:645-665.
  • Arthur JENSEN, The g Factor: The Science of Mental Ability, Westport, CT, Praeger, 1998:_ 325.
  • STANOVICH, WEST, Individual Differences in Reasoning.
  • DUCHESNE, The Uniqueness of Western Civilization.
  • Ibid., 239.
  • Gregory CLARK, A Farewell to Alms, Princeton, NJ, Princeton University Press, 2007.
  • Thomas TOMBS, The English and Their History, London, Penguin Books, 2015, ed. orig. London, Allen Lane, 2014: 453.
  • Ibid., 482.
  • Riguardo ai benefici del colonialismo, si veda Jeremy BLACK, Imperial Legacies: The British Empire Around the World, New York, Encounter Books, 2019.
  • David GELERNTER, How the Intellectuals Took Over (And What to Do About It), “Commentary”, marzo 1997; https://www.commentarymagazine.com/articles/how-the-intellectuals-took-over-and-what-to-doabout-it/
  • Si veda MACDONALD, The Culture of Critique, cap. 5.
  • Ibid., cap. 7.
  • Steven A. CAMAROTA, Karen ZEIGLER, Nearly 65 Million U. S. Resident Spoke a Foreign Language at Home in 2015, “Center for ImmigrationStudies”, 18 ottobre 2016; https://cis.org/Report/Nearly-65-Million-US-Residents-Spoke-Foreign-Language-Home-2015
  • Modern Immigration Wave Brings 59 Million to U. S., Driving Population Growth and Change

Through 2065, cap. 2: Immigration’s Impact on Past and Future U. S. Population Change, Pew Research Center, 28 settembre 2015; http://www.pewhispanic.org/2015/09/28/Ch.-2-immigrations-impact-on-pastand-future-u-s-population-change/

  • Ezra KLEIN, How Democracies Die, Explained, 2 febbraio 2018, https://www.vox.com/policy-andpolitics/2018/2/2/16929764/how-democracies-die-trump-book-levitsky-ziblatt;

David LAUTER, Democratic, Republican Voters Bases Are More Different Than Ever, “Los Angeles Times”,

20 marzo 2018, https://www.latimes.com/politics/la-na-pol-voter-groups-20180320-story.html

  • Si veda ad esempio Samuel J. ABRAMS, The Dangerous Silence in Higher Education, “Spectator USA”, 10 novembre 2018, https://spectator.us/dangerous-silence-higher-education/
  • Israel ZANGWILL, citato nel Rapporto di Maggioranza della Camera dei Rappresentanti sul progetto di legge del 1924 riguardante le limitazioni all’immigrazione, House Report No. 350, 1924: 16.
  • Israel ZANGWILL, citato in Edward A. ROSS, The Old World and the New: The Significance of Past and Present Immigration to the American People, New York, The Century Co. 1914: 144.
  • Frank K. SALTER, On Genetic Interests: Family, Ethnicity and Humanity in an Age o Mass Migration, New Brunswick, NJ, Transaction, 2006.
  • Philippe RUSHTON, Ethnic Nationalism, Evolutionary Psychology and Genetic Similarity Theory, “Nations and Nationalism”, 11, 2005: 489-507; si veda anche il cap. 8.
  • Robert PUTNAM, E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century,

“Scandinavian Journal of Political Studies”, 30, 2007: 137-74; Frank K. SALTER, The Biosocial Study of Ethnicity, in Rosemary HOPCROFT (ed.), The Oxford Handbook of Evolution, Biology and Society, Oxford, Oxford University Press, 2018: 543-568.

  • Frank K. SALTER, Welfare, Ethnicity and Altruism: New Data and Evolutionary Theory, London, Routledge, 2005.
  • Jerry Z. MULLER, Us and Them: The Enduring Power of Ethnic Nationalism, “Foreign Affairs”, marzo – aprile 2008.
  • Si vedano i capitoli 8 e 9.
  • Global Slavery Index, https://www.globalslaveryindex.org/2018/findings/global-findings/
  • Kevin MACDONALD, Jason Richwine on IQ and Immigration, “The Occidental Observer”, 16 maggio

2013, https://www.theoccidentalobserver.net/2013/05/16/jason-richwine-on-iq-and-immigration/

  • Steven A. CAMAROTA, Karen ZEIGLER, 63% of Non-Citizen Households Access Welfare Programs,

Center for Immigration Studies, 20 novembre 2018, https://cis.org/Report/63-NonCitizen-HouseholdsAccess-Welfare-Programs

  • Steven A. CAMAROTA, Non-Citizens Committed a Disproportionate Share of Federal Crimes, 2011-16, Center for Immigration Studies, 10 gennaio 2018.
  • Frank SALTER, Germany’s Jeopardy, You Tube, 5 gennaio 2016, https://youtu.be/R8qcK-jx6_8
  • George J. BORJAS, The Wage Impact of the Marielitos: A Reappraisal, National Bureau of Economic

Research, luglio 2016, https://www.nber.org/papers/w21588

  • Edwin S. RUBINSTEIN, The Color of Crime, 2016, https://www.amren.com/archives/reports/the-color-of-crime-2016-revised-edition/
  • Kevin MACDONALD, Separation and Its Discontents: Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Bloomington, IN, AuthorHouse, 2003 (ed. orig. Westport, CT, Praeger, 1998), capitoli 3-5.
  • E. BRADFORD, Dividing the House: The Gnosticism of Lincoln’s Political Rhetoric, “Modern Age”, inverno 1979: 10-24, 18.
  • Jack CROWE, Hillary Clinton: “Civility Can Start Again” When Democrats Take Congress, “National Review”, 9 ottobre 2018, https://www.nationalreview.com/news/hillary-clinton-civility-can-start-againwhen-democrats-take-congress/
  • 31% Think a U. S. Civil War Likely Soon, Rasmussen Report, 27 giugno 2018, https://www.rasmussenreports.com/public_content/politics/general_politics/june_2018/31_think_u_s_civil_ war_likely_soon
  • Michael VLAHOS, We Were Made for Civil War, “The American Conservative”, 29 ottobre 2018, https://www.theamericanconservative.com/articles/we-were-made-for-civil-war/

[47a] N. d. t.: Il blu e il rosso sono i colori che rappresentano rispettivamente il Partito Democratico e il Partito Repubblicano statunitensi.

[47b] N. d. t.: Il Venticinquesimo Emendamento della Costituzione americana prevede la possibilità di rimuovere e sostituire il presidente quando questi si dimostri incapace di assolvere il proprio compito. Con l’espressione “stato profondo” (deep state) si designano quegli apparati statali (e non) che condizionano la politica di uno stato e l’azione dei suoi rappresentanti ufficiali (in pratica i “poteri forti” che stanno “dietro le quinte”).

[47c] Il caso giudiziario “Dred Scott contro Stanford”, discusso presso la Corte Suprema degli Stati Uniti tra il 1856 e il 1857, stabilì che gli schiavi, non essendo cittadini americani, non erano tutelati dalla Costituzione. Gli effetti di questa sentenza vennero vanificati dal Quattordicesimo Emendamento (1868).

  • Richard MCCULLOCH, Visions of the Ethnostate, The Occidental Quarterly, 18, n. 2, estate 2018: 29-46. [49] Kevin MACDONALD, Thinking about Civil War II, The Occidental Observer, 4 luglio 2018, https://www.theoccidentalobserver.net/2018/07/04/thinking-about-civil-war-ii/

[50]      Enoch   Powell’s           “Rivers             of         Blood” Speech,             “The Telegraph”,       6          novembre         2007, https://www.telegraph.co.uk/comment/3643823/Enoch-Powells-Rivers-of-Blood-speech.html

 

 

 

French Translation: La cultura de la critique

Capitolo 3 di La cultura della critica: Gli ebrei e la sinistra

3

Gli ebrei e la sinistra

Non sono mai riuscito a comprendere cosa avesse a che fare il giudaismo con il marxismo, e perché mettere in dubbio quest’ultimo equivalesse ad essere sleale al Dio di Abramo, Isacco, e Giacobbe. (Ralph de Toledano [1996, 50] discute delle sue esperienze con gli intellettuali ebrei dell’Europa dell’Est)

Il socialismo, per molti immigrati ebrei, non significava meramente la politica o un’idea, era una cultura onnicomprensiva, un modo di percepire e di valutare attraverso cui costruire la loro vita. (Irving Howe 1982, 9)

L’associazione tra gli ebrei e la sinistra è stata ampiamente notata e commentata a partire dal XIX secolo. “Qualunque fosse la loro situazione… in quasi ogni Paese su cui abbiamo informazioni, una parte della comunità ebraica giocava un ruolo cruciale nell’ambito dei movimenti mirati a sovvertire l’ordine esistente” (Rothman & Lichter 1982, 110).

Quantomeno in apparenza, il coinvolgimento ebraico nell’attività politica radicale può destare sorpresa. Il marxismo, almeno nella visione di Marx, è l’esatta antitesi del giudaismo. Il marxismo è un esemplare di un’ideologia universalista in cui le barriere etniche e nazionaliste all’interno della società, e addirittura tra le società, vengono infine abbattute nell’interesse dell’armonia sociale e di una percepita utilità comune. Lo stesso Marx, inoltre, sebbene nato da genitori di etnia ebraica, è stato considerato da molti un antisemita.71 La sua critica (Sulla questione ebraica [Marx 1843/1975]) concettualizzava il giudaismo essenzialmente come un’egoistica brama di arricchimento: era arrivato a dominare il mondo trasformando l’uomo e la natura in oggetti smerciabili. Marx vedeva il giudaismo come un astratto principio dell’avidità umana che avrebbe portato alla società comunista del futuro. Tuttavia, Marx respingeva l’idea che gli ebrei dovessero rinunciare alla loro ebraicità per essere cittadini tedeschi, e immaginava che il giudaismo, liberato dal principio dell’avidità, avrebbe continuato a esistere nella società trasformata dopo la rivoluzione (Katz 1986, 113).

A prescindere dalle idee di Marx a riguardo, una domanda cruciale da porsi qui di seguito è se l’accettazione di ideologie radicali e universaliste e la partecipazione a movimenti radicali e universalisti siano compatibili con l’identificazione ebraica.

50

L’adozione di una tale ideologia comporta necessariamente l’esclusione dalla comunità ebraica e dal tradizionale impegno a favore del separatismo e dell’autonomia del popolo ebraico? Oppure, riformulando la domanda dal mio punto di vista, la promozione di ideologie e azioni radicali e universaliste sarebbe compatibile con una partecipazione continuativa al giudaismo come strategia evolutiva di gruppo?

Si noti bene che ciò si differenzia dalla domanda sul se gli ebrei come gruppo possano essere opportunamente caratterizzati come promotori di soluzioni politiche radicali per le società gentili. Non significa che il giudaismo costituisca un movimento unificato o che tutti i segmenti della comunità ebraica abbiano le stesse idee o gli stessi atteggiamenti verso la comunità gentile (si veda cap. 1). È possibile che gli ebrei costituiscano un elemento predominante o necessario nei movimenti politici radicali, e che l’identificazione ebraica sia fortemente compatibile con o persino faciliti il coinvolgimento ebraico in movimenti politici radicali senza una partecipazione maggioritaria degli ebrei, e perfino nel caso in cui gli ebrei costituiscano una minoranza numerica all’interno di tali movimenti.

RADICALISMO E IDENTIFICAZIONE EBRAICA

 

L’ipotesi che il radicalismo ebraico sia compatibile con il giudaismo come strategia evolutiva di gruppo implica che gli ebrei radicali continuino a identificarsi come ebrei. Ci sono ben pochi dubbi sul fatto che la stragrande maggioranza degli ebrei che promuoveva le cause di sinistra a partire dal tardo XIX secolo si identificava fortemente come ebraica e non vedesse alcun conflitto tra il giudaismo e il radicalismo (Marcus 1983, 280 segg.; Levin 1977, 65, 1988, I, 4-5; Mishkinsky 1968, 290, 291; Rothman & Lichter 1982, 92-93; Sorin 1985, passim). Infatti, i maggiori movimenti radicali ebraici sia in Russia che in Polonia erano i Bund ebraici, caratterizzati da una composizione esclusivamente ebraica e da un programma ben definito teso a perseguire obiettivi specificamente ebraici. Il proletarismo del Bund polacco in realtà era parte del tentativo di preservare la loro l’identità nazionale come ebrei (Marcus 1983, 282). La fratellanza con la classe operaia non ebraica era intesa a facilitare i loro obiettivi specificamente ebraici, e lo stesso si può dire per il Bund russo ebraico (Liebman 1979, 111 segg.). Giacché i Bund comprendevano la maggior parte del movimento radicale ebraico in queste zone, la stragrande maggioranza degli ebrei che militava nei movimenti radicali in questo periodo aveva una forte identità ebraica.

Per di più, molti membri ebrei del partito comunista dell’Unione Sovietica sembravano intenti a creare una forma di giudaismo laico piuttosto che a porre fine alla continuità di gruppo ebraica. Il governo sovietico postrivoluzionario e i movimenti socialisti ebraici si arrovellavano sulla questione della conservazione dell’identità nazionale (Levin 1988; Pinkus 1988). Malgrado un’ideologia ufficiale in cui il nazionalismo e il separatismo etnico venivano considerati reazionari, il governo sovietico

51

era costretto ad affrontare la realtà di fortissime identificazioni etniche e nazionali all’interno dell’Unione Sovietica. Di conseguenza, venne creata una sezione ebraica (Evsektsiya) del partito comunista. Questa sezione “lottava duramente contro i partiti sionisti socialisti, le comunità ebraiche democratiche, la fede e la cultura ebraiche. Riuscì, tuttavia, a formare uno stile di vita laico basato sullo yiddish come lingua nazionale riconosciuta della nazionalità ebraica; a lottare per la sopravvivenza nazionale ebraica negli anni ’20; a lavorare durante gli anni ’30 per rallentare il processo assimilativo della sovietizzazione della lingua e cultura ebraiche” (Pinkus 1988, 62).72

Il risultato di questi sforzi fu la creazione di una subcultura separatista yiddish, di sponsorizzazione statale, che comprendeva scuole e perfino soviet yiddish. Questa cultura separatista era sostenuta in maniera molto aggressiva dall’Evsektsiya. I genitori ebrei ricalcitranti venivano costretti “con il terrore” a mandare i figli a queste scuole separatiste anziché a scuole in cui i bambini non sarebbero stati costretti a studiare nuovamente le materie in russo per superare gli esami di ammissione (Gitelman 1991, 12). I temi trattati dagli scrittori sovietici ebrei prominenti e ufficialmente riconosciuti negli anni ’30 evidenziano ulteriormente l’importanza dell’identità etnica: “L’essenza della loro prosa, poesia e opera teatrale si riduceva a una sola idea – le limitazioni ai loro diritti sotto lo zarismo e il fiorire degli ebrei, un tempo oppressi, sotto il sole della costituzione Lenin-Stalin” (Vaksberg 1994, 115).

Per di più, dal 1942 fino al secondo dopoguerra il Jewish Anti-Fascist Committee [Comitato ebraico antifascista, N.d.T.] (JAC) serviva a promuovere gli interessi culturali e politici ebraici (compreso il tentativo di fondare una repubblica ebraica in Crimea) fino al suo scioglimento da parte del governo nel 1948 tra accuse di nazionalismo ebraico, resistenza all’assimilazione e simpatie sioniste (Kostyrchenko 1995, 30 segg.; Vaksberg 1994, 112 segg.). I leader del JAC si identificavano fortemente come ebrei. I seguenti commenti di Itsik Fefer, leader del JAC, circa le sue opinioni durante la guerra indicano un forte senso di appartenenza al popolo ebraico, popolo risalente a tempi antichi:

Ho dichiarato che amo il mio popolo. Ma chi non ama il proprio popolo?… Il mio interesse relativo alla Crimea e a Birobidzhan [zona dell’Unione Sovietica designata per l’insediamento ebraico] è stato dettato da ciò. Ero del parere che solo Stalin potesse riparare l’ingiustizia storica creata dagli imperatori romani. Mi sembrava che solo il governo sovietico potesse riparare questa ingiustizia, attraverso la creazione di una nazione ebraica. (In Kostyrchenko 1995, 39)

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Nonostante la loro totale mancanza di identificazione con il giudaismo come religione e le loro battaglie contro alcuni dei segni più salienti del separatismo ebraico di gruppo, l’iscrizione al partito comunista di questi attivisti ebrei non era incompatibile con l’elaborazione di meccanismi ideati per garantire la continuità di gruppo ebraica come entità laica. Di fatto, a parte la prole di matrimoni interetnici, ben pochi ebrei persero l’identità ebraica nel corso dell’intera epoca sovietica (Gitelman 1991, 5),73 e gli anni del secondo dopoguerra videro un forte rafforzamento della cultura ebraica e del sionismo nell’Unione Sovietica. A cominciare dallo scioglimento del JAC, il governo sovietico diede inizio a una campagna di repressione contro qualsiasi manifestazione di nazionalismo ebraico e di cultura ebraica, inclusi la chiusura dei teatri e musei ebraici e lo scioglimento dei sindacati degli scrittori ebrei.

La questione dell’identificazione ebraica dei bolscevichi ebrei di nascita è complessa. Pipes (1993, 102-104) asserisce che durante il periodo zarista i bolscevichi di discendenza ebraica non si identificavano come ebrei, nonostante fossero percepiti dai gentili come impegnati a favore degli interessi ebraici e nonostante fossero vittime dell’antisemitismo. Per esempio, Leon Trotsky, il secondo bolscevico più importante dopo Lenin, faceva di tutto per evitare l’impressione di avere la pur minima identità ebraica o qualsiasi interesse nelle questioni ebraiche.74

È difficile credere che questi radicali fossero totalmente privi di un’identità ebraica, visto che erano considerati ebrei dagli altri e presi di mira dagli antisemiti. In generale, l’antisemitismo aumenta l’identificazione ebraica (SAID, cap.6). Tuttavia, è possibile che in questi casi l’identità ebraica fosse principalmente imposta dall’esterno. Per esempio, il contrasto negli anni ’20 tra Stalin e l’opposizione di sinistra, capeggiata da Trotsky, Grigory Zinoviev, Lev Kamenev e Grigory Solkolnikov (tutti di etnia ebraica), aveva forti connotazioni di un conflitto di gruppo ebreo-gentile: “L’ovvia condizione di ‘estranei’, che si presumeva unisse un intero blocco di candidati, era una circostanza lampante” (Vaksberg 1994, 19; si vedano anche Ginsberg 1993, 53; Lindemann 1997, 452; Pinkus 1988, 85-86; Rapoport 1990, 38; Rothman & Lichter 1982, 94). Per tutti i partecipanti, il background ebraico o gentile dei loro avversari era molto saliente, e infatti Sidney Hook (1949, 464) fa notare che gli stalinisti non ebrei si servivano di argomenti antisemitici contro i trotzkisti. Vaksberg cita Vyacheslav Molotov (ministro degli affari esteri e il secondo più importante leader sovietico), il quale asserisce che Stalin aveva scartato Kamenev perché voleva un non ebreo a capo del governo. Per di più, l’internazionalismo del blocco ebraico, paragonato al nazionalismo implicito nella posizione stalinista (Lindemann 1997, 450), è più coerente con gli interessi ebraici e riflette sicuramente un tema ricorrente degli atteggiamenti ebraici nelle società postilluministiche in generale. Durante questo periodo fino agli anni ’30 “per il Cremlino e la Lubyanka [sede della polizia segreta russa] non era la religione ma il sangue a determinare l’essere ebrei” (Vaksberg 1994, 64). Infatti, la polizia segreta

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faceva uso di outsider etnici (p. es. ebrei in Ucraina, tradizionalmente antisemitica) come agenti poiché erano meno solidali nei confronti dei nativi (Lindemann 1997, 443) – una politica perfettamente sensata in termini evoluzionistici.

L’essere di etnia ebraica era pertanto importante non solo per i gentili ma anche, soggettivamente, per gli ebrei. Quando intendeva indagare su un agente ebreo, la polizia segreta reclutava una “fanciulla ebrea di etnia pura” per stabilire una relazione intima con l’indagato – presumendo implicitamente che il rapporto intraetnico avrebbe portato a un’operazione più fruttuosa (Vaksberg 1994, 44n). In modo analogo, si è registrata una marcata tendenza da parte degli ebrei a venerare altri ebrei quali Trotsky e Rosa Luxemburg piuttosto che gentili di sinistra, come avveniva in Polonia (Shatz 1991, 62, 89), sebbene alcuni studiosi nutrano seri dubbi sull’identificazione ebraica di questi due rivoluzionari. Tra l’altro, Hook (1949, 465) rileva la percezione all’interno della sinistra che l’attrazione degli intellettuali ebrei verso Trotsky avesse una base etnica. A detta di un simpatizzante, “Non è un caso che tre quarti dei leader trotzkisti siano ebrei.”

Numerosi elementi, pertanto, indicano che, in linea di massima, i bolscevichi ebrei conservavano almeno in parte una residua identità ebraica. In alcuni casi è ben possibile che questa identità ebraica fosse “reattiva” (ovvero risultante dalla percezione altrui). Per esempio, è possibile che Rosa Luxemburg avesse un’identità ebraica reattiva, poiché era percepita come ebrea nonostante “fosse la più aspra critica del proprio popolo, abbassandosi talvolta a insultare spietatamente gli altri ebrei” (Shepherd 1933, 118). Ciononostante, la sua unica relazione sessuale fu con un ebreo, e continuò a mantenere i legami con la propria famiglia. Lindemann (1997, 178) osserva che il conflitto tra la sinistra rivoluzionaria di Luxemburg e i riformatori socialdemocratici in Germania risentiva del conflitto etnico ebreo-gentile, considerando l’alta percentuale e la prominenza degli ebrei tra i primi. Giunti alla prima guerra mondiale, “le sempre più esigue amicizie della Luxemburg all’interno del partito erano diventate sempre più ebraiche, mentre il suo disprezzo per i leader del partito (prevalentemente non ebrei) si faceva sempre più manifesto e caustico. Le sue allusioni alla dirigenza erano spesso costellate di frasi caratteristicamente ebraiche: i leader del partito erano gli ‘shabbesgoyim della borghesia’. Agli occhi di molti tedeschi di destra, Luxemburg era diventata la più odiata tra tutti i rivoluzionari, la personificazione dello straniero ebreo distruttivo” (p. 402). Considerati questi fatti, la possibilità che Luxemburg fosse in realtà una cripto-ebrea o che fosse in preda all’autoinganno riguardo alla sua identità ebraica – fenomeno, quest’ultimo, piuttosto frequente tra i radicali ebrei (si veda sotto) – sembra almeno altrettanto probabile quanto la supposizione che non si identificasse affatto come ebrea.

In termini della teoria dell’identità sociale, l’antisemitismo renderebbe difficile l’adozione dell’identità della cultura circostante. Le pratiche separatiste ebraiche tradizionali unite alla concorrenza economica tendono a sfociare nell’antisemitismo, ma l’antisemitismo a sua volta rende l’assimilazione ebraica più difficile perché

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diventa più difficile per gli ebrei accettare un’identità non ebraica. Nella Polonia del periodo interbellico, pertanto, l’assimilazione culturale ebraica subì un incremento notevole; nel 1939 la metà degli studenti ebrei delle superiori considerava il polacco la propria madrelingua. Tuttavia, la permanenza della cultura ebraica tradizionale tra una percentuale significativa di ebrei e il correlato antisemitismo rappresentavano una barriera che impediva agli ebrei di adottare un’identificazione polacca (Schatz 1991, 34-35).

Dal punto di vista dei gentili, tuttavia, le reazioni antisemitiche nei confronti di individui quali Luxemburg e altri ebrei esteriormente assimilati possono essere interpretate come derivanti da un tentativo di prevenire l’inganno attraverso un’eccessiva esagerazione della misura in cui le persone di etnia ebraica si identifichino come ebrei e cerchino coscientemente di promuovere interessi specificamente ebraici (si veda SAID, cap.1). Simili percezioni degli ebrei laici e degli ebrei convertiti al cristianesimo sono una caratteristica ricorrente dell’antisemitismo nel mondo postilluministico e, in realtà, questi ebrei spesso mantenevano reti sociali e commerciali informali che portavano a matrimoni con altri ebrei battezzati e con altre famiglie ebree che non avevano cambiato la loro religione professata (si veda SAID, capp. 5, 6).75

Ritengo che non sia possibile stabilire in via definitiva l’identificazione ebraica o l’assenza di tale identificazione da parte dei bolscevichi ebrei prima della rivoluzione e nel periodo postrivoluzionario, quando gli ebrei etnici godevano di grande potere nell’Unione Sovietica. Diversi elementi sembrano suffragare la supposizione che l’identificazione ebraica interessasse una percentuale sostanziale degli ebrei etnici: (1) le persone erano classificate come ebrei in base all’appartenenza etnica a causa – almeno in parte – dell’antisemitismo residuo; ciò tenderebbe a imporre un’identità ebraica a questi individui e renderebbe più difficile assumere un’identità esclusiva come membro di un gruppo politico più grande e inclusivo. (2) Molti bolscevichi ebrei, come quelli nell’Evsektsiya e nel JAC, cercavano accanitamente di stabilire una subcultura ebraica laica. (3) Pochissimi ebrei di sinistra immaginavano una società postrivoluzionaria senza la continuazione del giudaismo come gruppo; infatti, l’ideologia predominante tra gli ebrei di sinistra sosteneva che la società postrivoluzionaria avrebbe posto fine all’antisemitismo poiché avrebbe posto fine al conflitto di classe e al peculiare profilo occupazionale ebraico. (4) Il comportamento dei comunisti americani dimostra che l’identità ebraica e il predominio degli interessi ebraici su quelli comunisti erano diffusi tra gli individui che erano comunisti etnicamente ebrei (si veda qui di seguito). (5) L’esistenza del criptismo ebraico in altri tempi e luoghi si associa alla possibilità che l’autoinganno, la flessibilità e l’ambivalenza identificatorie siano componenti importanti del giudaismo come strategia evolutiva di gruppo (si veda SAID, cap. 8).

Quest’ultima possibilità è particolarmente interessante e verrà elaborata qui di seguito. La migliore dimostrazione che un individuo abbia realmente cessato di avere un’identità ebraica è quella di optare per una scelta politica percepita dallo stesso come chiaramente non vantaggiosa per

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gli ebrei come gruppo. In assenza di un evidente conflitto con gli interessi ebraici, resta probabile che le scelte politiche diverse tra gli ebrei etnici non siano altro che tattiche differenti per come meglio perseguire obiettivi ebraici. Nel caso dei membri ebrei del Partito comunista americano (CPUSA) esaminato qui di seguito, la prova più convincente che i membri ebrei etnici continuassero ad avere un’identità ebraica è che in generale il loro sostegno al CPUSA aumentava e diminuiva a seconda che le politiche sovietiche fossero percepite o meno come una violazione di specifici interessi ebraici come il sostegno a favore di Israele o l’opposizione alla Germania nazista.

L’identificazione ebraica è un argomento complesso nell’ambito del quale le dichiarazioni superficiali possono trarre in inganno. In realtà, è possibile che gli ebrei non siano effettivamente consapevoli di quanto sia forte la loro identificazione con il giudaismo. Silberman (1985, 184), per esempio, fa notare che nel periodo della guerra arabo-israeliana molti ebrei potevano immedesimarsi nella dichiarazione del rabbino Abraham Joshua Heschel “Non sapevo quanto fossi ebreo” (in Silberman 1985, 184; corsivo nel testo). Silberman osserva: “Questa è la riposta data non da un nuovo proselito del giudaismo o da un fedele occasionale, bensì dall’uomo considerato da molti, me incluso, il più grande leader spirituale ebreo dei nostri tempi.” Tanti altri arrivarono alla stessa sorprendente scoperta su se stessi: Arthur Hertzberg (1979, 210) scrisse: “L’immediata reazione della comunità ebraica americana alla crisi fu molto più intensa e diffusa di quanto si potesse immaginare. Molti ebrei non avrebbero mai creduto che un grave pericolo per Israele potesse dominare i loro pensieri e le loro emozioni ad esclusione di tutto il resto.”

Si consideri anche il caso di Polina Zhemchuzhina, moglie di Vyacheslav Mikhailovich Molotov (premier dell’URSS negli anni ’30) e rivoluzionaria di spicco che aderì al Partito comunista nel 1918. (Tra le varie sue conquiste, divenne membro del Comitato centrale del Partito.) Quando Golda Meir, in occasione della sua visita nell’Unione Sovietica nel 1948, domandò a Zhemchuzhina come mai parlasse così bene lo yiddish, ella rispose più volte “Ich bin a Yiddishe tochter” (Sono una donna ebrea) (Rubenstein 1996, 262). “Si congedò [dalla delegazione israeliana] con le lacrime agli occhi, dicendo ‘Spero che vi vada tutto bene lì e così andrà bene a tutti gli ebrei’” (Rubenstein 1996, 262). Vaksberg  (1994, 192) la descrive come “una stalinista di ferro”, ma il suo fanatismo non le impediva di essere una “buona figlia ebrea”.

Si consideri inoltre il caso di Ilya Ehrenburg, noto giornalista sovietico e propagandista antifascista per l’Unione Sovietica, la vita del quale è raccontata in un libro il cui titolo, Tangled Loyalties [Lealtà aggrovigliate, N.d.T] (Rubenstein 1996), illustra le complessità dell’identità ebraica nell’Unione Sovietica. Ehrenburg era un fedele stalinista che sosteneva la linea sovietica sul sionismo e si rifiutava di condannare le misure sovietiche contro gli ebrei (Rubenstein 1996). Ciò malgrado, Ehrenburg aveva opinioni sioniste, manteneva pratiche associative ebraiche, credeva nell’unicità del popolo ebraico e nutriva una profonda preoccupazione per l’antisemitismo e l’Olocausto. Ehrenburg era un organizzatore del JAC, che promuoveva il risveglio culturale ebraico

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e maggiori contatti con gli ebrei all’estero. Un suo amico scrittore lo descriveva “innanzitutto un ebreo… Ehrenburg aveva respinto le sue origini con tutto il suo essere, travestendosi da occidentale, fumando tabacco olandese e pianificando i suoi viaggi presso la Cook… Ma non aveva cancellato l’ebreo” (p. 204). “Ehrenburg non negava mai le sue origini ebraiche e verso la fine della sua vita ripeteva spesso l’indomita convinzione che si sarebbe considerato ebreo ‘fino a quando non sarà rimasto sulla Terra un solo antisemita’” (Rubenstein 1996, 13). In un famoso articolo, citò un’affermazione secondo cui “il sangue esiste in due forme: il sangue che scorre dentro le vene e il sangue che scorre fuori delle vene… Perché dico ‘Noi ebrei’? Per via del sangue” (p. 259). Infatti è possibile che la sua intensa fedeltà al regime stalinista e il suo silenzio sulle brutalità sovietiche inclusa l’uccisione di milioni di cittadini negli anni ’30 fossero motivati essenzialmente dalla sua idea che l’Unione Sovietica costituisse un baluardo contro il fascismo (pp. 143-145). “Nessuna trasgressione suscitava la sua ira quanto l’antisemitismo” (p. 313).

La forte identità ebraica residua di una nota bolscevica si palesa anche nel seguente commento sulla reazione degli ebrei etnici alla nascita di Israele:

Sembrava che tutti gli ebrei, a prescindere dall’età, dalla professione o dalla condizione sociale, si sentissero responsabili del piccolo stato lontano diventato simbolo del risveglio nazionale. Anche gli ebrei sovietici, in apparenza assimilati in modo irrevocabile, erano ora sotto l’incantesimo del miracolo mediorientale. Yekaterina Davidovna (Golda Gorbman) era una bolscevica fanatica, un’internazionalista nonché moglie del maresciallo Kliment Voroshilov, e nella sua gioventù era stata scomunicata come miscredente; ma adesso lasciava a bocca aperta i parenti dicendo: “Finalmente ora anche noi abbiamo la nostra patria.” (Kostyrchenko 1995, 102)

Il punto è che anche l’identità ebraica di un ebreo altamente assimilato, e perfino di uno che l’ha soggettivamente respinta, può riemergere in momenti di crisi del gruppo o quando l’identificazione ebraica entra in conflitto con qualsiasi altra identità che un ebreo possa avere, inclusa l’identificazione come radicale politico. In linea con la teoria dell’identità sociale, Elazar (1980) fa notare che nei momenti in cui si percepisce una minaccia per il giudaismo, l’identificazione di gruppo aumenta notevolmente perfino tra gli ebrei aventi un’identità ebraica “molto trascurabile”, come durante la guerra di Yom Kippur. Di conseguenza, le affermazioni sull’identificazione ebraica che non tengono conto delle percepite minacce per il giudaismo possono seriamente sottovalutare l’entità dell’impegno ebraico. Le dichiarazioni superficiali di mancanza di un’identità ebraica possono essere molto fuorvianti.76 E, come vedremo in seguito, ci sono prove valide del diffuso autoinganno sull’identità ebraica tra i radicali ebrei.

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Per di più esistono prove convincenti che, sia nell’epoca zarista sia in quella postrivoluzionaria, i bolscevichi ebrei percepivano le loro attività come pienamente congruenti con gli interessi ebraici. La rivoluzione pose fine al governo zarista, ufficialmente antisemitico, e sebbene l’antisemitismo popolare persistesse nel periodo postrivoluzionario, esso fu ufficialmente bandito dal governo. Gli ebrei erano altamente sovrarappresentati nelle posizioni di potere economico e politico, come pure di influenza culturale, almeno fino agli anni ’40. Lo stesso governo tentava anche di cancellare qualsiasi traccia del cristianesimo come forza sociale unificatrice nell’Unione Sovietica e simultaneamente creava una subcultura ebraica laica in modo che il  giudaismo non perdesse la sua continuità di gruppo o i suoi meccanismi unificatori come la lingua yiddish.

C’è da dubitare, perciò, che i bolscevichi sovietici ebraici fossero mai stati costretti a scegliere tra un’identità ebraica e una bolscevica, almeno nel periodo postrivoluzionario e negli anni ’30. Data la congruenza di quanto potrebbe essere definito “auto-interesse identificatorio,” è assai plausibile che dei singoli bolscevichi ebrei negassero o ignorassero la propria identità ebraica – forse facilitati da meccanismi di autoinganno – mantenendo allo stesso tempo un’identità ebraica che sarebbe riemersa soltanto nel caso di netto conflitto tra gli interessi ebraici e le politiche comuniste.

COMUNISMO E IDENTIFICAZIONE EBRAICA IN POLONIA

 

L’opera di Schatz (1991) sul gruppo di comunisti ebrei saliti al potere in Polonia nel secondo dopoguerra (definiti da Schatz “la Generazione”) è importante perché fa luce sui processi identificatori di un’intera generazione di ebrei comunisti nell’Europa dell’Est. A differenza della situazione nell’Unione Sovietica, dove la fazione prevalentemente ebraica guidata da Trotsky fu sconfitta, qui si possono tracciare le attività e le identificazioni di un’élite comunista ebraica che effettivamente conquistò il potere politico e riuscì a detenerlo per un periodo di tempo significativo.

La stragrande maggioranza di questo gruppo era stata socializzata in famiglie ebraiche molto tradizionali

la cui vita interiore, abitudini e folclore, tradizioni religiose, tempo libero, contatti tra le generazioni, e modi di socializzare erano essenzialmente pervasi, nonostante alcune variazioni, da valori e norme di comportamento ebraici tradizionali… I fondamenti del patrimonio culturale erano stati tramandati loro attraverso

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l’istruzione e la pratica religiosa formale, la celebrazione delle festività, i racconti e le canzoni, le storie raccontate dai genitori e nonni, attraverso l’ascolto delle discussioni tra gli anziani… Ne risultava un profondo nucleo di identità, valori, norme e atteggiamenti con cui entravano nel turbolento periodo della loro gioventù e della maturità. Questo nucleo si sarebbe poi trasformato nei processi di acculturazione, secolarizzazione e radicalizzazione, talvolta fino ad arrivare a un rifiuto esplicito. Ciò nonostante, è attraverso questo strato profondo che sarebbero state filtrate tutte le successive percezioni. (Schatz 1991, 37-38; mia l’enfasi)

Si noti l’implicita entrata in gioco di processi di autoinganno: i membri de “la generazione” negavano gli effetti di quella pervasiva esperienza di socializzazione che ha poi condizionato tutte le loro percezioni successive, cosicché in termini molto reali, non si rendevano conto di quanto fossero ebrei. La maggior parte di questi individui parlava yiddish nella vita quotidiana e aveva una scarsa padronanza del polacco anche dopo l’iscrizione al partito (p. 54). Socializzavano esclusivamente con altri ebrei conosciuti nel mondo ebraico del lavoro, nella comunità, e nelle organizzazioni sociali e politiche ebraiche. Una volta diventati comunisti, uscivano e si sposavano solo tra loro, e gli eventi sociali si svolgevano in lingua yiddish (p. 116). Come nel caso di tutti i movimenti intellettuali e politici ebraici esaminati in questo volume, i loro mentori e coloro che li influenzarono maggiormente erano altri ebrei etnici, inclusi in modo particolare Luxemburg e Trotsky (pp. 62, 89), e quando ricordavano i propri eroi personali, questi ultimi erano prevalentemente ebrei le cui imprese assumevano proporzioni quasi mitiche (p. 112).

Prima di unirsi al movimento comunista, gli ebrei non rinnegavano la loro identità ebraica, e molti “facevano tesoro della cultura ebraica… [e] sognavano una società in cui gli ebrei sarebbero stati al pari degli altri come ebrei” (p. 48). Infatti, era piuttosto normale nutrire una forte identità ebraica accompagnata dal marxismo nonché da svariate combinazioni di sionismo e bundismo. Inoltre, il richiamo esercitato dal comunismo sugli ebrei polacchi era notevolmente facilitato dalla consapevolezza che gli ebrei avevano raggiunto alte posizioni di potere e influenza nell’Unione Sovietica e che il governo sovietico aveva creato un sistema di istruzione e cultura ebraiche (p. 60). Sia nell’Unione Sovietica che in Polonia, il comunismo era visto come opposto all’antisemitismo. In netto contrasto, il governo polacco degli anni ’30 aveva istituito politiche con cui gli ebrei venivano esclusi dall’impiego statale, la loro rappresentanza nelle università e nelle professioni era soggetta a quote, e le attività commerciali e gli artigiani ebrei erano soggetti a boicottaggi sponsorizzati dallo Stato (Hagen 1996). Chiaramente, gli ebrei percepivano il comunismo come positivo per ebrei: era un movimento che non minacciava la continuità di gruppo ebraica,

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e offriva la speranza di potere e influenza per gli ebrei e la fine dell’antisemitismo di sponsorizzazione statale.

A un estremo dello spettro dell’identificazione ebraica si trovavano i comunisti che iniziavano la loro carriera nel Bund o nelle organizzazioni ebraiche, parlavano yiddish e lavoravano esclusivamente all’interno di un milieu ebraico. L’identità ebraica e quella comunista erano entrambe sincere, prive di qualsiasi ambivalenza o percepito conflitto tra le due fonti di identità. All’altro estremo dello spettro dell’identificazione ebraica, alcuni comunisti ebrei forse avrebbero voluto fondare uno stato de-etnicizzato senza continuità ebraica di gruppo, ma le prove a riguardo sono ben poco convincenti. Nel periodo prebellico, perfino gli ebrei più “de-etnicizzati” si assimilavano solo esteriormente, vestendosi da gentili, assumendo nomi simil-gentili (il che suggerisce inganno) e imparando le loro lingue. Tentavano di reclutare gentili nel movimento, eppure loro non si assimilavano alla cultura polacca né tentavano di farlo; conservavano gli “atteggiamenti sprezzanti e altezzosi” tradizionalmente ebraici verso quanto, da marxisti,  consideravano una cultura contadina polacca “retrograda” (p. 119). Perfino i comunisti ebrei più assimilati che lavoravano nelle aree urbane a contatto con non ebrei erano turbati dal Patto di non aggressione tedesco-sovietico, e si sentirono sollevati quando finalmente scoppiò la guerra tedesco-sovietica (p. 121) – chiaro segno che l’identità personale ebraica rimaneva appena sotto la superficie. Il Partito comunista di Polonia (KPP) inoltre aveva sempre una tendenza a promuovere gli interessi specificamente ebraici anziché una cieca lealtà all’Unione Sovietica. Infatti, Schatz (p. 102) afferma che Stalin sciolse il KPP nel 1938 a causa della presenza di trotzkisti all’interno del partito e perché la dirigenza sovietica prevedeva che il KPP si sarebbe opposto all’alleanza con la Germania nazista.

In SAID (cap. 8) si è osservato che dall’illuminismo in poi l’ambivalenza identificatoria è stata una caratteristica ricorrente del giudaismo. È interessante che gli attivisti polacchi ebrei mostrassero una notevole ambivalenza identificatoria derivante in ultima analisi dalla contraddizione tra “il credere in qualche sorta di esistenza collettiva ebraica e, al tempo stesso, un rifiuto di una tale comunione etnica, in quanto ritenuta incompatibile con le divisioni di classe e dannosa alla lotta politica complessiva; gli sforzi per conservare uno specifico tipo di cultura ebraica e, al tempo stesso, considerare ciò una mera forma etnica del messaggio comunista, strumentale nell’integrare gli ebrei nella comunità socialista polacca; il mantenimento di istituzioni ebraiche distinte e al tempo stesso il desiderio di eliminare la separatezza ebraica di per sé” (p. 234). Più avanti sarà evidente che gli ebrei, inclusi quelli comunisti ai più alti livelli del governo, andavano avanti come gruppo identificabile e coeso. Tuttavia, sebbene essi stessi non sembrassero rendersi conto della natura collettiva ebraica della loro esperienza (p. 240), ciò era percepibile dagli altri – un chiaro esempio di autoinganno evidente anche nel caso dei progressisti americani ebrei, come osservato qui di seguito.

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Questi comunisti ebrei erano anch’essi impegnati in elaborate razionalizzazioni e autoinganni sul ruolo del movimento comunista in Polonia, pertanto l’assenza di prove di una manifesta identità etnica ebraica non può essere interpretata come chiara prova della mancanza di un’identità ebraica. “Anomalie cognitive ed emotive – pensieri ed emozioni non liberi, mutilati e distorti – diventarono il prezzo per aver conservato inalterate le loro idee… L’adattamento delle proprie esperienze alle proprie credenze veniva conseguito tramite meccanismi di interpretazione, soppressione, giustificazione o motivazione” (p. 191). “Per quanto sapessero applicare abilmente il loro pensiero critico a penetranti analisi del sistema sociopolitico da essi respinto, erano altrettanto bloccati quando si trattava di applicare le stesse regole di analisi critica al sistema da essi considerato il futuro dell’umanità intera” (p. 192).

Questo insieme di razionalizzazioni autoingannatrici, come pure le numerose prove di un’identità ebraica, si evincono dai commenti di Jacub Berman, uno dei leader più prominenti del dopoguerra. (Tutti e tre i leader comunisti che dominarono la Polonia tra il 1948 e il 1956, ovvero Berman, Boleslaw Bierut e Hilary Minc, erano ebrei.) In merito alle epurazioni e all’uccisione di migliaia di comunisti, inclusi molti ebrei, nell’Unione Sovietica durante anni ’30, Berman commenta:

Cercavo come meglio potevo di spiegare ciò che stava accadendo; di chiarire il retroscena, le situazioni piene di conflitto e contraddizioni interne in cui Stalin probabilmente si era trovato e che lo avevano spinto ad agire come fece; di esagerare gli errori dell’opposizione, i quali assunsero proporzioni grottesche nelle successive accuse nei loro confronti e furono ulteriormente ingranditi dalla propaganda sovietica. Al tempo ci voleva grande resistenza e dedizione alla causa per accettare ciò che stava accadendo malgrado tutte le distorsioni, le ferite e i tormenti. (In Toranska 1987, 207)

Per quanto riguarda la sua identità ebraica, quando gli fu chiesto quali fossero i suoi progetti dopo la guerra, Berman rispose:

Non avevo nessun progetto in particolare. Ma ero consapevole del fatto che, in quanto ebreo, non avrei dovuto né potuto ricoprire massime cariche. D’altronde non mi dispiaceva non essere in prima fila: non perché sono particolarmente umile di natura, ma perché non è affatto vero che per esercitare un vero potere occorre porsi in una posizione di prominenza. Per me, l’importante era esercitare la mia influenza, lasciare la mia impronta sulla complicata formazione del governo

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che si stava creando, ma senza espormi. Naturalmente ciò richiedeva una certa destrezza. (In Toranska 1987, 237)

Chiaramente Berman si identifica come ebreo ed è ben consapevole del fatto di essere percepito dagli altri come tale, e per questa ragione sente di dover assumere ingannevolmente un profilo pubblico più basso. Berman fa inoltre notare il fatto di essere stato oggetto di sospetto in quanto ebreo durante la campagna contro i “cosmopoliti” iniziata alla fine degli anni ’40. Suo fratello, attivista nel Comitato centrale degli ebrei polacchi (organizzazione mirata a creare una cultura ebraica laica nella Polonia comunista), emigrò in Israele nel 1950 per evitare le conseguenze delle politiche antisemitiche di ispirazione sovietica in Polonia. Berman precisa che non seguì il fratello in Israele sebbene questi glielo avesse vivamente consigliato: “Naturalmente, mi interessava ciò che succedeva in Israele, specialmente perché conoscevo piuttosto bene la gente da quelle parti” (in Toranska 1987, 322). Ovviamente, Berman era visto dal fratello non come un non ebreo, ma piuttosto come un ebreo che avrebbe dovuto emigrare a causa dell’antisemitismo incipiente. Gli stretti legami di famiglia e amicizia tra un ufficiale al vertice del governo comunista polacco e un attivista nell’organizzazione dedicata alla promozione della cultura ebraica laica in Polonia evidenziano ulteriormente che non veniva percepita alcuna incompatibilità nell’identificarsi come ebrei e come comunisti, nemmeno tra i comunisti polacchi ebrei più assimilati dell’epoca.

Mentre i membri ebrei vedevano il KPP come favorevole agli interessi ebraici, il partito era visto dai polacchi gentili come “filosovietico, antipatriottico ed etnicamente ‘non realmente polacco’” (Schatz 1991, 82). Questa percepita mancanza di patriottismo era alla base dell’ostilità pubblica verso il KPP (Schatz 1991, 91).

Da un lato, per gran parte della sua esistenza il KPP era stato ai ferri corti non solo con lo Stato polacco ma con l’intera nazione, inclusi i partiti dell’opposizione legale della sinistra. Dall’altro, agli occhi della stragrande maggioranza dei polacchi, il KPP era una sovversiva agenzia straniera di Mosca, intenzionata a distruggere l’indipendenza della Polonia, conquistata a fatica, e a integrare la Polonia nell’Unione Sovietica. Bollato come “agenzia sovietica” o “comune ebraica”, esso era considerato un complotto pericoloso e fondamentalmente anti-polacco volto a minare la sovranità nazionale e a restaurare, sotto nuove vesti, la dominazione russa. (Coutouvidis & Reynolds 1986, 115)

Il KPP appoggiò l’Unione Sovietica nella guerra polacco-sovietica del 1919-1920 e nell’invasione sovietica del 1939. Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, accettò il confine con l’URSS e si mostrò relativamente indifferente verso il massacro sovietico di prigionieri polacchi,

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mentre il governo polacco in esilio a Londra aveva opinioni nazionaliste a riguardo. L’esercito sovietico e i suoi alleati polacchi, “spinti dal freddo calcolo politico, dalle necessità militari, o da entrambi”, lasciarono che la rivolta dell’Esercito nazionale polacco, fedele al governo non comunista in esilio, venisse sconfitta dai tedeschi, causando 200 000 morti e spazzando via così “il fior fiore dell’élite attivista non comunista e anticomunista” (Schatz 1991, 188). Appena finita la guerra, i sovietici arrestarono anche i leader della resistenza non comunista sopravvissuti.

Per di più, così come accadeva nel caso del CPUSA, la dirigenza ebraica e il coinvolgimento ebraico nel comunismo polacco erano in realtà ben più forti di quanto apparissero in superficie: venivano reclutati polacchi etnici e promossi ad alte cariche per minimizzare l’impressione che il KPP fosse un movimento ebraico (Schatz 1991, 97). Questo calcolato tentativo di sminuire la presenza ebraica del movimento comunista era presente anche nello ZPP. (Lo ZPP si riferisce all’Unione dei patrioti polacchi – nome orwelliano di un’organizzazione di facciata comunista, creata dall’Unione Sovietica per occupare la Polonia dopo la guerra.) A parte i membri de “la generazione” sulla cui lealtà politica si poteva contare e che formavano il nucleo dirigenziale del gruppo, gli ebrei erano spesso dissuasi dall’unirsi al movimento per paura che quest’ultimo apparisse troppo ebraico. Tuttavia, gli ebrei che fisionomicamente potevano spacciarsi per polacchi venivano autorizzati a iscriversi ed erano incoraggiati a dichiararsi polacchi etnici e ad assumere nomi tipicamente polacchi. “Non tutti erano invitati [a ricorrere all’inganno], e ad alcuni venivano risparmiate tali proposte perché nel loro caso non si sarebbe potuto far nulla: avevano un aspetto fin troppo ebraico” (Schatz 1991, 185).

Salito al potere al termine della guerra, questo gruppo favoriva gli interessi politici, economici e culturali sovietici in Polonia, e al tempo stesso perseguiva interessi specificamente ebraici, inclusa la distruzione dell’opposizione politica nazionalista, il cui aperto antisemitismo derivava in parte dal fatto che gli ebrei erano percepiti come sostenitori della dominazione sovietica.77 L’epurazione del gruppo di Wladyslaw Gomulka subito dopo la guerra portò alla promozione degli ebrei e al divieto assoluto dell’antisemitismo. Per di più, il contrasto generale tra il governo comunista polacco prevalentemente ebreo appoggiato dai sovietici e l’opposizione clandestina, nazionalista e antisemitica contribuiva ad alimentare la fedeltà della stragrande maggioranza della popolazione ebraica verso il governo comunista, mentre la stragrande maggioranza dei polacchi non ebrei appoggiava i partiti antisovietici (Schatz 1991, 204-205). Tutto ciò portò a un diffuso antisemitismo: nell’estate del 1947, erano già stati uccisi circa 1 500 ebrei in incidenti avvenuti in 155 località. Nelle parole del cardinale Hlond, espresse nel 1946 riguardo a un incidente in cui furono uccisi 41 ebrei, il pogrom era “dovuto agli ebrei che oggi occupano i gradi più alti nel governo della Polonia e che cercano di

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introdurre una struttura governativa non voluta dalla maggioranza dei polacchi” (in Schatz 1991, 107).

Il governo comunista dominato dagli ebrei cercava attivamente di rianimare e perpetuare la vita ebraica in Polonia (Schatz 1991, 208) cosicché, come nel caso dell’Unione Sovietica, non ci aspettava che il giudaismo sarebbe svanito sotto un regime comunista. Gli attivisti ebrei avevano una “visione etnopolitica” secondo cui la cultura ebraica laica sarebbe andata avanti in Polonia con la collaborazione e l’approvazione del governo (Schatz 1991, 230). Mentre il governo lottava attivamente contro il potere politico e culturale della chiesa cattolica, la vita collettiva ebraica prosperava nel periodo postbellico. Si fondarono scuole di lingua yiddish ed ebraica, nonché un’ampia gamma di organizzazioni culturali e di assistenza sociale per gli ebrei. Una percentuale significativa della popolazione ebraica lavorava presso le cooperative economiche ebraiche.

Inoltre, il governo dominato dagli ebrei considerava la popolazione ebraica, tra cui molti non erano mai stati comunisti, come “una riserva degna di fiducia e arruolabile negli sforzi per ricostruire il paese. Benché non fossero vecchi compagni ‘collaudati’, non erano radicati nelle reti della società anticomunista, erano estranei alle sue tradizioni storiche, non avevano legami con la chiesa cattolica ed erano odiati da chi odiava il regime.78 Erano perciò affidabili e utilizzabili per ricoprire gli incarichi necessari ” (Schatz 1991, 212-213).

L’etnicità ebraica era particolarmente importante nel reclutamento per il servizio di sicurezza interna: “la generazione” di ebrei comunisti sapeva che il proprio potere derivava interamente dall’Unione Sovietica e che sarebbe dovuto ricorrere alla coercizione per controllare una società non comunista essenzialmente ostile (p. 262). I più importanti membri del servizio di sicurezza erano reclutati tra ebrei che erano comunisti da prima ancora che si instaurasse il governo comunista polacco, ma a questi si univano altri ebrei simpatizzanti del governo e alienati dalla società più ampia. Ciò a sua volta rafforzava l’immagine popolare degli ebrei come servitori degli interessi stranieri e nemici dei polacchi etnici (Schatz 1991, 225).

I membri ebrei della forza di sicurezza interna spesso sembravano essere motivati dalla rabbia personale e dal desiderio di vendetta legati alla loro identità ebraica:

Le loro famiglie erano rimaste uccise e l’opposizione clandestina anticomunista era essenzialmente, nella loro percezione, una continuazione della stessa tradizione antisemitica e anticomunista. Odiavano chi aveva collaborato con i nazisti e chi si opponeva al nuovo ordine con quasi la stessa intensità e,

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essendo comunisti, ovvero essendo comunisti ed ebrei, sapevano di essere odiati con almeno pari intensità. Ai loro occhi si trattava essenzialmente del medesimo nemico. Bisognava punire le vecchie malefatte e prevenirne delle nuove, ed era necessaria una lotta impietosa prima di poter creare un mondo migliore. (Schatz 1991, 226)

Come nel caso dell’Ungheria del secondo dopoguerra (si veda qui di seguito), la Polonia si polarizzava tra una classe dirigente e amministrativa prevalentemente ebraica, appoggiata dal resto della comunità ebraica e dal potere militare sovietico, e la stragrande maggioranza della popolazione autoctona gentile. La situazione era esattamente analoga ai molti esempi delle società tradizionali in cui gli ebrei costituivano uno strato intermedio tra un’élite regnante straniera, nella fattispecie i sovietici, e la popolazione autoctona gentile (si veda PTSDA, cap. 5). Tuttavia, questo ruolo di intermediario trasformò coloro che erano stati fino ad allora degli outsider in un gruppo di élite in Polonia, e gli ex campioni della giustizia sociale facevano di tutto per difendere le loro prerogative personali, abbondante razionalizzazione e autoinganno compresi (p. 261). Infatti, quando nel 1954 divennero noti i racconti di un disertore sullo stile di vita lussuoso dell’élite (p. es., Boleslaw Bierut possedeva quattro ville e ne aveva a disposizione altre cinque [Toranska 1987, 28]), sulla loro corruzione, nonché sul loro ruolo di agenti sovietici, i ranghi più bassi del partito rimasero sconvolti (p. 266). È evidente che il senso di superiorità morale e le motivazioni altruistiche di questo gruppo rientravano interamente nei loro autoinganni.

Sebbene si cercasse di dare un volto polacco a quello che in realtà era un governo dominato dagli ebrei, questi tentativi erano vanificati dalla mancanza di polacchi affidabili in grado di ricoprire incarichi nel partito comunista, nell’amministrazione statale, nelle forze militari e nelle forze dell’ordine interne. Negli avanzamenti di carriera, erano privilegiati gli ebrei che avevano reciso i legami formali con la comunità ebraica, o che avevano assunto nomi tipicamente polacchi, o che potevano sembrare polacchi per fisionomia o mancanza di un accento ebraico (p. 214).

Qualunque fossero le soggettive identità personali degli individui reclutati per queste posizioni statali, chi li reclutava lo faceva chiaramente considerando l’estrazione etnica dell’individuo come indicatore di affidabilità, e di conseguenza la situazione era simile ai tanti esempi nelle società tradizionali in cui gli ebrei e i cripto-ebrei formavano reti economiche e politiche di correligiosi: “Oltre a un gruppo di politici influenti, troppo piccolo per essere definito una categoria, c’erano i soldati; gli apparatčik e gli amministratori; gli intellettuali e gli ideologi; i poliziotti; i diplomatici; e infine, gli attivisti nel settore ebraico. C’era anche la massa della gente comune – funzionari, artigiani e operai – il cui comune denominatore era una visione ideologica condivisa, una storia pregressa, e aspirazioni etniche essenzialmente simili” (p. 226).

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È significativo che man mano che la dominazione ebraica diminuiva gradualmente nella seconda metà degli anni ’50, molti di questi individui cominciavano a lavorare nelle cooperative economiche ebraiche, e gli ebrei estromessi dal servizio di sicurezza interno ricevevano assistenza da organizzazioni finanziate in ultima analisi dagli ebrei americani. Possono esserci ben pochi dubbi sulla loro ininterrotta identità ebraica e sulla continuazione del separatismo economico e culturale ebraico. Infatti, dopo il crollo del regime comunista in Polonia, “numerosi ebrei, tra cui figli e nipoti di ex-comunisti, uscirono allo scoperto” (Anti-Semitism Worldwide 1994, 115), adottando apertamente un’identità ebraica e rafforzando l’idea che molti comunisti ebrei fossero in realtà cripto-ebrei.

Quando, in seguito al cambiamento nella politica sovietica nei confronti di Israele, il movimento antisionista-antisemita nell’Unione Sovietica penetrò anche in Polonia alla fine degli anni ’40, si ebbe un’altra crisi di identità scaturita dall’idea che l’antisemitismo e il comunismo fossero tra loro incompatibili. Una delle reazioni era costituita dal ricorso alla “auto-abnegazione etnica” con dichiarazioni che negavano l’esistenza di un’identità ebraica; un’altra era quella di raccomandare agli ebrei di non esporsi troppo. A causa della fortissima identificazione con il sistema diffusa tra gli ebrei, la tendenza generale era quella di razionalizzare anche la propria persecuzione durante il periodo in cui gli ebrei venivano gradualmente estromessi da posizioni importanti: “Anche quando i metodi diventavano inaspettatamente dolorosi e duri, quando diventava palese l’obiettivo di ricorrere alla forza per ottenere un’ammissione di reati non commessi e per incastrare altre persone, e quando emergeva la percezione di essere trattati ingiustamente con metodi che contraddicevano l’etica comunista, le fondamentali convinzioni ideologiche rimanevano immutate. Trionfò, perciò, la santa follia, perfino nelle celle del carcere” (p. 260). Infine, un importante elemento nella campagna antiebraica degli anni ’60 era l’asserzione che gli ebrei comunisti della Generazione si opponevano alla politica mediorientale dell’Unione Sovietica che favoriva gli arabi.

Come per i gruppi ebraici nel corso della storia (si veda PTSDA, cap. 3), le epurazioni antiebraiche non portarono all’abbandono della lealtà di gruppo anche quando ne seguivano persecuzioni ingiuste. Invece, ne conseguì un aumentato impegno, una “disciplina ideologica incrollabile, e un’obbedienza che rasentava l’autoinganno… Consideravano il partito la personificazione collettiva delle forze progressiste della storia e, ritenendosi suoi servitori, esprimevano un tipo particolare di dogmatismo teleologico-deduttivo, arroganza rivoluzionaria e ambiguità morale” (pp. 260-261). Infatti, ci sono elementi per credere che questa coesione di gruppo diventasse più accentuata man mano che le sorti della generazione volgevano al peggio (p. 301).  Man mano che la loro posizione veniva gradualmente erosa da un nascente nazionalismo polacco antisemita, diventavano sempre più consapevoli di costituire un gruppo. Dopo la loro sconfitta finale, persero rapidamente qualsiasi traccia di identità polacca avessero e assumevano senza indugio un’aperta identità ebraica, particolarmente in Israele, destinazione della maggior parte degli ebrei polacchi.

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Arrivarono a vedere il loro precedente antisionismo come un errore e ora diventavano forti sostenitori di Israele (p. 314).

In conclusione, l’opera di Shatz dimostra che ‘la generazione’ di comunisti ebrei e i loro sostenitori di etnia ebraica devono essere considerati come un gruppo ebraico storico. I fatti riscontrati indicano che questo gruppo perseguiva interessi specificamente ebraici, compreso l’interesse a garantire la continuità di gruppo ebraica e al tempo stesso a distruggere istituzioni quali la Chiesa cattolica e altre manifestazioni di nazionalismo polacco che promuovevano la coesione sociale tra polacchi. Il governo comunista, inoltre, lottava contro l’antisemitismo e tutelava gli interessi politici ed economici ebraici. Sebbene il grado di identità ebraica soggettiva all’interno di questo gruppo fosse certamente variabile, gli elementi riscontrati indicano livelli di identità ebraica sommersi e autoingannatori perfino tra i più assimilati del gruppo. L’intero episodio illustra la complessità dell’identificazione ebraica ed esemplifica l’importanza dell’autoinganno e della razionalizzazione quali aspetti fondamentali del giudaismo come strategia evolutiva di gruppo (si veda SAID, capp. 7, 8). Si assisteva a un massiccio ricorso all’autoinganno e alla razionalizzazione sul ruolo svolto dal governo dominati dagli ebrei e dai suoi sostenitori ebrei nell’eliminazione delle élite nazionaliste gentili, sul suo ruolo nell’opporsi alla cultura nazionale polacca e alla Chiesa cattolica man mano che si costruiva una cultura ebraica laica, sul suo ruolo di agente nella dominazione sovietica della Polonia, e sul suo successo alla guida dell’economia polacca, che veniva sfruttata per soddisfare interessi sovietici al costo di ristrettezze e sacrifici per il resto del popolo.

RADICALISMO E IDENTIFICAZIONE EBRAICA NEGLI STATI UNITI E IN INGHILTERRA

 

Dagli inizi del movimento nel tardo XIX secolo, un forte senso di identificazione ebraica contraddistingueva anche i radicali ebrei americani (p.es., l’Union of Hebrew Trades [Sindacato dei mestieri ebraici, N.d.T.] e la Jewish Socialist Federation [Federazione socialista operaia, N.d.T.]; si vedano Levin 1977; Liebman 1979). Nello studio di Sorin (1985) sui radicali ebrei immigrati negli Uniti Stati nel primo XX secolo, solo il 7 percento era avverso a qualsiasi forma di separatismo ebraico. Oltre il 70 percento “era intriso di positiva coscienza ebraica. La grande maggioranza era fortemente invischiata in un groviglio di istituzioni, associazioni e formazioni sociali ebraiche che si sovrapponevano le une alle altre” (p. 119). Per di più, dei 95 radicali, “al massimo” 26 rientravano nelle categorie “ostile, ambivalente, o assimilazionista” di Soren, ma “in alcuni, se non tutti i casi, queste erano persone che si sforzavano, spesso in maniera creativa, di formare nuove identità” (p. 115)

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Un tema importante di questo capitolo è che un gran numero dei radicali ebrei dichiaratamente “sradicati” manteneva percezioni autoingannatrici riguardo alla propria mancanza di identificazione ebraica. La tendenza generale è illustrata dal seguente commento su una ben nota radicale ebrea americana:

Le pagine della Mother Earth, rivista di cui Emma Goldman era la redattrice dal 1906 al 1917, sono piene di storie yiddish, racconti dal Talmud e traduzioni delle poesie di Morris Rosenfeld. Per di più, il suo impegno verso l’anarchismo non le impediva di parlare e scrivere, sovente e apertamente, in merito agli oneri particolari che gli ebrei dovevano affrontare in un mondo in cui l’antisemitismo era un nemico vivente. A quanto pare, la fede di Emma Goldman nell’anarchismo, con enfasi sull’universalismo, non derivava né dipendeva dall’abbandono dell’identità ebraica. (Sorin 1985, 8; corsivo nel testo)

Il radicalismo ebraico del XX secolo era una subcultura specificamente ebraica, o una “controcultura”, per usare il termine di Arthur Liebman (1979, 37). La sinistra ebraica americana non si si è mai separata dalla più ampia comunità ebraica, e anzi, la partecipazione degli ebrei nel movimento fluttuava in base agli eventuali conflitti tra questi movimenti e gli interessi specificamente ebraici.79

Fondamentalmente, la vecchia sinistra ebraica, compresi i sindacati, la stampa di sinistra e le confraternite di sinistra (spesso legate a una sinagoga [Liebman 1979, 284]), faceva parte della comunità ebraica più ampia, e quando la classe operaia ebraica entrò in declino, l’importanza delle credenze politiche radicali diminuiva in concomitanza con una crescente rilevanza dell’identità e delle questioni specificamente ebraiche.

Questa tendenza dei membri ebrei delle organizzazioni di sinistra a occuparsi specificamente di questioni ebraiche aumentò dopo il 1930, essenzialmente per via delle ricorrenti divergenze tra gli interessi specificamente ebraici e le cause universaliste di sinistra all’epoca. Questo fenomeno si verificava nell’intera gamma delle organizzazioni di sinistra, incluse organizzazioni quali il partito comunista e quello socialista, tra i cui iscritti figuravano anche gentili (Liebman 1979, 267 segg.).

Il separatismo nei movimenti di sinistra era agevolato da un aspetto molto tradizionale del separatismo ebraico – l’uso di una lingua ingroup. Lo yiddish divenne infine molto apprezzato per il suo effetto unificatore sul movimento operaio ebraico e per la capacità di forgiare legami con la comunità ebraica più ampia (Levin 1977, 210; Liebman 1979, 259-260). “I landsmanshaften [club sociali ebraici], la stampa e il teatro yiddish, i caffè socialisti dell’East Side, le società letterarie e fereyns [associazioni, N.d.T.], che costituivano una parte così caratteristica della cultura socialista ebraica, creavano un milieu inequivocabilmente ebraico che né il negozio, né il sindacato, né il partito socialista potevano sperare di replicare.

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Perfino il nemico di classe – il datore di lavoro ebreo – parlava yiddish” (Levin 1977, 210).

Infatti, il programma di istruzione socialista del Workman’s Circle [Circolo operaio, N.d.T.] (la più grande confraternita operaia agli inizi del XX secolo) andò in fallimento in un primo momento (prima del 1916) a causa della mancanza di contenuto yiddish ed ebraico: “Perfino i genitori ebrei radicali volevano che i propri figli imparassero lo yiddish e conoscessero qualcosa del loro popolo” (Liebman 1979, 292). Queste scuole cominciarono a prosperare quando introdussero un curriculum ebraico con un’enfasi sull’identità storica ebraica. Perdurarono negli anni ’40 come scuole ebraiche con un’ideologia socialista che enfatizzava l’idea che l’impegno per la giustizia sociale fosse la chiave per la sopravvivenza ebraica nel mondo moderno. Chiaramente, il socialismo e la politica progressista erano diventati una forma di giudaismo laico. L’organizzazione era stata trasformata nel corso della sua storia da “una confraternita operaia radicale con membri ebrei in una confraternita ebraica dai sentimenti progressisti e dal passato socialista” (Liebman 1979, 295).

Analogamente, la subcultura ebraica di orientamento comunista, incluse organizzazioni quale l’International Workers Order [Ordine operaio internazionale, N.d.T.] (IWO), comprendeva sezioni di lingua yiddish. Una di queste sezioni, la Jewish Peoples Fraternal Order (JPFO) [Confraternita dei popoli ebrei, N.d.T.], era un’associazione affiliata dell’American Jewish Congress (AJCongress) ed era segnalata dal Procuratore generale degli Stati Uniti come organizzazione sovversiva. La JPFO contava 50 000 iscritti ed era il “baluardo” finanziario e organizzativo del CPUSA nel secondo dopoguerra; inoltre, contribuiva in modo determinante al finanziamento del Daily Worker e del Morning Freiheit (Svonkin 1997, 166). In linea con l’enfasi di allora circa la compatibilità del comunismo-radicalismo con l’identità ebraica, essa finanziava programmi di educazione infantile che promulgavano un forte legame tra l’identità ebraica e le cause radicali. Le scuole yiddish e i campi estivi dell’IWO, che continuarono fino agli anni ’60, mettevano in primo piano la cultura ebraica, reinterpretando perfino il marxismo non come teoria di lotta di classe ma piuttosto come teoria di lotta per la libertà degli ebrei oppressi. Sebbene alla fine l’AJCongress abbia tagliato i ponti con la JPFO all’epoca della guerra fredda e proclamato il comunismo una minaccia, era “a dir poco, una partecipante riluttante e poco entusiasta” (Svonkin 1977, 132) allo sforzo ebraico per creare un’immagine pubblica di anticomunismo – un atteggiamento conforme alle simpatie di molti dei suoi membri, prevalentemente immigrati dell’Europa dell’Est di seconda e terza generazione.

David Horowitz (1997, 42) descrive il mondo dei suoi genitori, che si erano iscritti a una “shul” gestita dal CPUSA dove si dava un’interpretazione politica alle festività ebraiche. Dal punto di vista psicologico, era come se questi individui si trovassero nella Polonia del XVIII secolo:

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Ciò che fecero i miei genitori iscrivendosi al partito comunista e trasferendosi a Sunnyside era un ritornare al ghetto. C’era lo stesso linguaggio privato condiviso, lo stesso universo ermeticamente sigillato, la stessa duplice postura che mostrava un volto al mondo esterno e un altro alla tribù. Sopratutto, c’era la stessa convinzione di essere bollati per la persecuzione e di essere specialmente predestinati, il senso di superiorità morale verso i goyim fuori, più potenti e numerosi. E c’era la stessa paura di espulsione per pensieri eretici, paura che legava gli eletti alla fede.

Un forte senso dell’identità storica ebraica era caratteristico della stampa yiddish di sinistra. In una lettera al radicale Jewish Daily Forward, un lettore si lamentava che i suoi genitori non religiosi fossero dispiaciuti perché egli voleva sposare una non ebrea. “Egli scrisse al Forward nella presunzione di trovarvi empatia, solo per scoprire che i direttori socialisti e liberali del giornale insistettero… che fosse imperativo che egli sposasse un’ebrea e che continuasse a identificarsi con la comunità ebraica… coloro che leggevano il Forward sapevano che la determinazione degli ebrei a rimanere ebrei era fuori dubbio e discussione” (Hertzberg 1989, 211-212). Il Forward era il periodico ebraico più diffuso al mondo fino agli anni ’30 e manteneva stretti legami con il partito socialista.

Werner Cohn (1958, 621) descrive il milieu generale della comunità ebraica immigrata dal 1886 al 1920 come “un grande circolo di discussione”:

Nel 1886 la comunità ebraica a New York era diventata cospicua per il suo sostegno al candidato del terzo partito (United Labor Party [Partito unito del lavoro, N.d.T.]), Henry George, teorico dell’Imposta unica. Da allora in poi, i quartieri ebraici a New York e altrove sarebbero diventati famosi per le loro abitudini radicali di voto. Il Lower East Side scelse ripetutamente Meyer London come deputato, l’unico socialista di New York a essere eletto al Congresso. Inoltre, molti socialisti di quartieri ebraici furono eletti all’assemblea legislativa ad Albany. Nella campagna del 1917 per l’elezione del sindaco di New York City, la candidatura socialista e pacifista di Morris Hillquit era appoggiata dai più importanti organi di rappresentanza del Lower East Side ebraico: l’United Hebrew Trades [Unione ebraica del lavoro, N.d.T.], l’International Ladies Garment Workers’ Union [Sindacato per le lavoratrici dell’abbigliamento, N.d.T.], e soprattutto, il popolarissimo yiddish Daily Forward. Si tratta dello stesso periodo in cui gli ultra-radicali – come Alexander Berkman ed Emma Goldman – erano colossi della comunità ebraica, e quando

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quasi tutti i colossi ebrei – tra cui Abraham Cahan, Morris Hillquit, e il giovane Morris R. Cohen – erano radicali. Perfino Samuel Gompers, nei suoi discorsi davanti a un pubblico ebraico, giudicava necessario l’uso di frasi radicali.

In più, The Freiheit, organo ufficioso del partito comunista tra gli anni ’20 e ’50, “si collocava al centro delle istituzioni proletarie e della subcultura yiddish… [le quali] offrivano identità, significato, amicizia e comprensione” (Liebman 1979, 349-350). Il giornale perse molto del sostegno della comunità ebraica nel 1929 quando abbracciò la posizione del partito comunista contro il sionismo, e negli anni ’50 fu costretto essenzialmente a scegliere tra soddisfare la sua anima ebraica o il suo status di organo comunista. Avendo scelto la prima opzione, già alla fine degli anni ’60 si trovava in opposizione alla linea del CPUSA sulla restituzione dei territori occupati da Israele.

La relazione tra gli ebrei e il CPUSA è particolarmente interessante dal momento che il partito abbracciava spesso posizioni antiebraiche, specialmente alla luce dei suoi stretti rapporti con l’Unione Sovietica. A partire dalla fine degli anni ’20 gli ebrei giocavano un ruolo di primissimo piano nel CPUSA (Klehr 1978, 37 segg.). La semplice valutazione delle percentuali di leader ebrei, tuttavia, non è un’indicazione adeguata della portata dell’influenza ebraica, dato che non tiene conto né delle caratteristiche personali dei radicali ebrei come gruppo colto, ambizioso e talentuoso (si vedano pp. 5, 95-96), né profusi sforzi per reclutare gentili come “facciata” al fine di nascondere la portata della dominazione ebraica (Klehr 1978, 40; Rothman & Lichter 1982, 99). Lyons (1982, 81) cita un comunista gentile secondo cui molti gentili della classe operaia credevano di essere stati reclutati per “diversificare la composizione etnica del partito.” Questo testimone racconta la sua esperienza come rappresentante gentile a una conferenza della gioventù di sponsorizzazione comunista:

Diventava sempre più evidente alla maggior parte dei partecipanti che praticamente tutti gli oratori erano ebrei di New York. Oratori dai marcati accenti newyorkesi si presentavano come “il delegato del Lower East Side” o “il compagno di Brownsville.” Infine la dirigenza nazionale ordinò un’interruzione per discutere di ciò che stava diventando imbarazzante. Com’era possibile che un’organizzazione che si ostentava nazionale fosse talmente dominata da ebrei newyorkesi? Alla fine, decisero di intervenire e di rimediare alla situazione chiedendo al caucus di New York di dare a “chi veniva da fuori città [New York, N.d.T.]” l’opportunità di parlare. Il convegno si tenne nel Wisconsin.

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Klehr (1978, 40) stima che dal 1921 al 1961 gli ebrei costituissero il 33,5 percento dei membri del Comitato centrale, e la rappresentanza di ebrei superasse spesso il 40 percento (Klehr 1978, 46). Gli ebrei erano l’unico gruppo etnico autoctono dal quale il partito poteva attingere per reclutare membri. Glazer (1969, 129) afferma che fino agli anni ’50 almeno la metà dei 50 000 iscritti al CPUSA era costituita da ebrei e che il tasso di ricambio era molto alto; pertanto, forse un numero dieci volte superiore di individui erano coinvolti nel partito e c’era “un numero altrettanto elevato se non superiore di socialisti di qualche tipo.” Negli anni ’20, Buhle (1980, 89) osserva che “la maggior parte di quanti erano favorevoli al partito e al Freiheit semplicemente non si iscriveva – non più di qualche migliaio su un seguito cento volte superiore.”

Ethel e Julius Rosenberg, condannati per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica, incarnano il forte senso di identificazione ebraica tra molti ebrei di sinistra. Svonkin (1997, 158) fa notare che si consideravano martiri ebrei. Così come tanti altri ebrei di sinistra, percepivano un forte legame tra il giudaismo e le loro simpatie comuniste. La loro corrispondenza in prigione, a detta di un critico, era intrisa di “una continua manifestazione di ebraismo e di ebraicità,” incluso il commento: “fra qualche giorno arriverà la Pasqua ebraica, celebrazione della ricerca di libertà del nostro popolo. Questa eredità culturale ha un significato addizionale per noi che siamo incarcerati, lontani l’uno dall’altro e dai nostri cari, dai moderni faraoni” (pp. 158-159). Imbarazzata dalle autopercezioni dei Rosenberg come martiri ebrei, l’Anti-Defamation League [ADL] interpretò le dichiarazioni di Julius Rosenberg sul suo essere ebreo come un tentativo di ottenere “ogni possibile briciolo di vantaggio dalla fede da egli ripudiata” [Svonkin 1997, 159] – un altro esempio dei tanti tentativi revisionistici, alcuni dei quali esaminati in questo capitolo, di rendere incompatibile l’identificazione ebraica con il radicalismo politico e nascondere pertanto un importante capitolo della storia ebraica.)

Come nel caso dell’Unione Sovietica nei primi tempi, il CPUSA aveva diverse sezioni per diversi gruppi etnici, inclusa una federazione ebraica di lingua yiddish.80 Quando queste furono abolite nel 1925 al fine di formare un partito che piacesse  agli americani nati nel Paese (che tendevano ad avere un ridotto livello di coscienza etnica), ci fu un esodo di massa di ebrei dal partito, e molti di quanti vi rimanevano continuavano a prendere parte a un’ufficiosa subcultura yiddish nel partito.

Negli anni che seguirono, il sostegno ebraico cresceva e calava a seconda dell’appoggio del partito a questioni specificamente ebraiche. Durante gli anni ’30 il CPUSA cambiò posizione e fece di tutto per interessarsi a specifici interessi ebraici, inclusi un’enfasi primaria sull’antisemitismo, il sostegno a favore del sionismo e alla fine di Israele, e la promozione dell’importanza di mantenere le tradizioni culturali ebraiche. Come nella Polonia di questo periodo, “Il movimento radicale americano

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lodava la crescita della vita ebraica nell’Unione Sovietica… L’Unione Sovietica era la prova vivente che sotto il socialismo la questione ebraica poteva essere risolta” (Kann 1981, 152-153). Il comunismo pertanto era percepito come “favorevole agli ebrei”. Nonostante i problemi passeggeri causati dal Patto tedesco-sovietico di non aggressione del 1939, il risultato fu la fine dell’isolamento del CPUSA dalla comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra.

Curiosamente, gli ebrei rimasti nel partito durante il periodo del Patto di non aggressione dovevano affrontare un difficile conflitto tra lealtà divise, segno che l’identità ebraica continuava ad essere importante per questi individui. Il Patto di non aggressione provocò non poca razionalizzazione da parte dei membri ebrei del CPUSA, spesso con un tentativo di interpretare le azioni dell’Unione Sovietica come effettivamente favorevoli agli interessi ebraici – una chiara indicazione che questi individui non avevano rinnegato la loro identità ebraica.81 Altri rimanevano iscritti ma si opponevano silenziosamente alla linea del partito per via delle proprie lealtà ebraiche. Il fatto che il Patto di non aggressione stava rovinando il loro rapporto con la più ampia comunità ebraica era per loro causa di grande preoccupazione.

Al tempo della fondazione di Israele nel 1948, parte dell’attrattiva del CPUSA per gli ebrei era dovuta al suo sostegno a Israele in un periodo in cui Truman si mostrava tentennante sulla questione. Nel 1946 il CPUSA adottò perfino una risoluzione che promuoveva la continuazione del popolo ebraico come entità etnica all’interno delle società socialiste. Arthur Liebman descrive l’euforia dei membri del CPUSA per la congruenza tra gli interessi ebraici e l’iscrizione al partito. Si esprimevano sentimenti di comunanza con la più ampia comunità ebraica e si riscontrava un accentuato senso di ebraicità derivato dalle interazioni con altri ebrei all’interno del CPUSA: durante il periodo postbellico “ci si aspettava e si incoraggiava che gli ebrei comunisti si comportassero da ebrei, si relazionassero con ebrei e guardassero il popolo ebraico e la cultura ebraica in una luce positiva. Al tempo stesso, gli ebrei non comunisti, salvo alcune notevoli eccezioni [nella sinistra ebraica non comunista]… accettarono le loro credenziali ebraiche e decisero di collaborare con loro in un contesto esclusivamente ebraico” (Liebman 1979, 514). Come si è verificato tante volte nella storia ebraica, questa impennata di identità ebraica era facilitata dalla persecuzione degli ebrei, nella fattispecie l’Olocausto.

Questo periodo di facile compatibilità degli interessi ebraici con quelli del CPUSA svanì dopo il 1948, soprattutto a causa della mutata posizione sovietica riguardo a Israele e delle rivelazioni di antisemitismo di stampo statale nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est. Di conseguenza, molti ebrei abbandonarono il partito. Ancora una volta, chi rimase nel CPUSA tendeva a razionalizzare l’antisemitismo sovietico in una maniera che consentiva di mantenere la propria identificazione ebraica. Alcuni consideravano le persecuzioni come un’aberrazione e il risultato di una patologia individuale anziché una colpa del sistema sovietico. Oppure si biasimava l’Occidente come indirettamente responsabile. Per di più, sembra che i motivi per rimanere nel CPUSA

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solitamente comportassero un desiderio di restare nell’autonoma subcultura comunista yiddish. Liebman (1979, 522) descrive un individuo che infine diede le dimissioni quando le prove dell’antisemitismo sovietico diventarono schiaccianti: “Nel 1958, dopo più di 25 anni nel partito comunista, questo leader diede le dimissioni e sviluppò una forte identità ebraica che comprendeva una feroce lealtà verso Israele.” Alternativamente, i membri ebrei del CPUSA semplicemente si astenevano dall’adottare la linea del partito sovietico, come avvenne per la questione dell’appoggio a Israele durante le guerre del 1967 e 1973. Alla fine, ci fu una scissione quasi totale tra gli ebrei e il CPUSA.

La descrizione di Lyons (1982, 180) di un club ebreo-comunista a Philadelphia rivela l’ambivalenza e l’autoinganno che emergevano nei casi di conflitto tra gli interessi ebraici e le simpatie comuniste:

Il club… doveva far fronte alla crescente tensione sull’ebraicità, soprattutto per quanto riguardava Israele. A metà degli anni sessanta scoppiò un contrasto sulla decisione del club di criticare il trattamento sovietico degli ebrei. Alcuni membri ortodossi filosovietici diedero le dimissioni; altri si trovavano in disaccordo, ma restarono. Nel frattempo il club continuava a trasformarsi, diventando sempre meno marxista e sempre più sionista. Durante la guerra del 1967 nel Medio Oriente, a detta di Ben Green, uno dei leader del club, “diventammo dogmatici, per una settimana.” Non consentirono nessuna discussione sull’opportunità di appoggiare Israele, si limitarono invece a raccogliere fondi per dimostrare il loro pieno sostegno. Cionondimeno, alcuni membri del club ribadiscono che il club non è sionista e che quello a Israele è un “appoggio condizionato”.

Come nel caso della Polonia, è del tutto giustificato presumere che i comunisti ebrei americani ritenessero l’URSS generalmente disposta a soddisfare gli interessi ebraici almeno fino al tardo secondo dopoguerra. A partire dagli anni ’20 il CPUSA godeva del sostegno finanziario dell’Unione Sovietica, seguiva fedelmente le sue posizioni, e conduceva un’efficace campagna di spionaggio contro gli Stati Uniti per conto dell’Unione Sovietica, incluso il furto di segreti atomici (Klehr, Haynes & Firsov 1995).82 Negli anni ’30 gli ebrei “costituivano una sostanziale maggioranza dei membri noti del movimento clandestino sovietico negli Stati Uniti” e quasi la metà degli individui incriminati ai sensi della Smith Act of 1947 [legge Smith del 1947, N.d.T.] (Rothman & Lichter 1982, 100).

Sebbene non tutti i funzionari del partito saranno stati a conoscenza dei dettagli del rapporto speciale con l’Unione Sovietica, il ‘lavoro speciale’ [cioè lo spionaggio] era parte integrante della missione comunista negli Stati Uniti, e questo era risaputo e discusso apertamente nell’ufficio politico del CPUSA… Erano

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questi comunisti comuni, le cui vite dimostrano che alcuni dei membri ordinari erano disposti a servire l’URSS facendo spionaggio contro il loro proprio paese. Altri comunisti americani avrebbero fatto altrettanto se lo avessero chiesto a loro. Il CPUSA osannava l’URSS come la terra promessa. Nella propaganda comunista la sopravvivenza dell’Unione Sovietica come unica stella luminosa dell’umanità era un costante ritornello, come nella poesia comunista americana del 1934 che descrive l’Unione Sovietica come “un paradiso… portato sulla Terra in Russia.” (Klehr et al. 1995, 324)

Klehr et al. (1995, 325) ipotizzano che il CPUSA abbia inciso in modo significativo sulla storia americana. Senza giustificare gli eccessi del movimento anticomunista, fanno notare che “non si può scindere la peculiare e singolare efficacia del movimento anticomunista americano dalla lealtà del CPUSA all’Unione Sovietica; era proprio l’idea che i comunisti americani fossero sleali a rendere la questione comunista tanto potente e talvolta velenosa.”

I comunisti ingannavano e mentivano ai New Dealer con i quali si erano alleati. Quei progressisti che avevano creduto alle smentite accusavano quindi di calunnia gli anticomunisti che denunciavano l’attività comunista nascosta. Furiosi per le smentite di ciò che sapevano veritiero, gli anticomunisti allora sospettavano che quanti avevano negato la presenza comunista fossero anch’essi disonesti. La doppiezza dei comunisti avvelenò le normali relazioni politiche e contribuì all’asprezza della reazione anticomunista nei tardi anni ’40 e negli anni ’50. (Klehr et al. 1995, 106)

La difesa progressista del comunismo durante la guerra fredda solleva inoltre delle questioni pertinenti a questo volume. Nicholas von Hoffman (1996) osserva il ruolo dei difensori progressisti del comunismo durante questo periodo, come per esempio i direttori del settimanale The New Republic e lo storico di Harvard Richard Hofstadter (1965), i quali attribuirono la preoccupazione contemporanea per l’infiltrazione comunista del governo statunitense allo “stile paranoico della politica americana.” (Rothman e Lichter [1982, 105] includono The New Republic in un gruppo di pubblicazioni progressiste e radicali con un’ampia presenza di scrittori ed editori ebrei.) Secondo la versione ufficiale progressista, i comunisti americani erano sui generis e non legati all’Unione Sovietica, perciò non c’era alcuna minaccia comunista domestica. Durante questo periodo i progressisti si ammantavano della superiorità morale e intellettuale. I sostenitori di McCarthy erano considerati dei primitivi intellettuali e culturali: “Nel continuo Kulturkampf che divideva la società, le élite di Hollywood, di Cambridge [Massachusetts, N.d.T.] e

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dei think tank progressisti nutrivano poca simpatia per gli uomini con le gambe arcuate, i cappellini American Legion [associazione di mutua assistenza per i veterani delle forze armate americane, N.d.T.] e le mogli grasse, e il loro blaterare su Yalta e sulla foresta di Katyn. Cattolici e pacchiani, intenti a contemplare la loro collezione di fenicotteri di plastica rosa dalla finestra panoramica, i piccolo-borghesi e la loro angoscia per la politica estera erano troppo infra dignitatem per essere presi sul serio” (von Hoffman 1996, C2).

Tuttavia, oltre ad avvelenare l’atmosfera della politica domestica, lo spionaggio comunista si ripercuoteva anche sulla politica estera:

È difficile esagerare l’importanza dello spionaggio atomico sovietico nel plasmare la storia della guerra fredda. La seconda guerra mondiale era finita con gli americani fiduciosi che la bomba atomica assicurasse loro il monopolio sulla più formidabile delle armi, monopolio la cui durata prevista era da dieci a venti anni. La detonazione sovietica di una bomba nucleare nel 1949 distrusse questo senso di sicurezza fisica. L’America aveva combattuto due guerre mondiali senza subire pesanti perdite di civili o grave distruzione. Adesso doveva affrontare un nemico il cui capo era uno spietato dittatore capace di annientare qualsiasi città americana con una sola bomba.

Se il monopolio nucleare americano fosse durato più a lungo, Stalin forse non avrebbe permesso ai comunisti della Corea del Nord di scatenare la guerra di Corea, o forse i comunisti cinesi avrebbero esitato a intervenire nella guerra. Se il monopolio nucleare americano fosse durato fino alla morte di Stalin, il freno sull’aggressività sovietica avrebbe forse temperato gli anni più pericolosi della guerra fredda. (Klehr et al. 1995, 106)

La “controcultura” ebraica continuava a sostenere una subcultura radicale specificamente ebraica durante gli anni ’50 – molto tempo dopo che la stragrande maggioranza degli ebrei aveva cessato di appartenere alla classe operaia (Liebman 1979, 206, 289 segg.). Le istituzioni e le famiglie ebraiche che costituivano la vecchia sinistra si trasformarono poi nella nuova sinistra (Liebman 1979, 536 pagg.). L’impulso originario del movimento della protesta studentesca degli anni ’60 “cominciò quasi necessariamente con i rampolli dell’intellighenzia relativamente benestante, progressista-sinistroide e sproporzionatamente ebraica – la fonte maggiore, tra la popolazione, di quanti erano ideologicamente disposti a simpatizzare con l’azione radicale studentesca” (Lipset 1971, 83; si veda anche Glazer 1969). Flacks (1967, 64) rilevò che il 45 percento degli studenti che avevano partecipato a una protesta alla University of  Chicago era composto da ebrei, ma il suo campione originario venne “‘aggiustato’ al fine di ottenere maggiore equilibrio” (Rothman & Lichter 1982, 82). Gli ebrei costituivano l’80 percento degli studenti firmatari di una petizione per chiudere il ROTC [Reserve Officers’ Training Corps, Corpo di addestramento per ufficiali della Riserva, N.d.T.] a Harvard e il 30-50 percento degli Students for a Democratic Society [Studenti per una società democratica, N.d.T.] (SDS), la principale organizzazione di studenti radicali.

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Adelson (1972) constatò che il 90 percento del suo campione di studenti radicali della University of Michigan era composto da ebrei, e pare probabile che la percentuale di partecipazione fosse simile in altre università quali Wisconsin e Minnesota.83 Braungart (1979) constatò che il 43 percento degli iscritti alla SDS nel suo campione di dieci università aveva almeno un genitore ebreo e un altro 20 percento non aveva nessuna affiliazione religiosa. È probabile che questi ultimi fossero prevalentemente ebrei: Rothman e Lichter (1982, 82) constatarono che la “stragrande maggioranza” degli studenti radicali che professavano di avere genitori atei erano di estrazione ebraica.

Inoltre, i più noti leader delle proteste universitarie tendevano a essere ebrei (Sachar 1992, 804). Abbie Hoffman, Jerry Rubin e Rennie Davis acquistarono fama nazionale come membri del gruppo “Chicago Seven”, condannato per avere oltrepassato il confine statale con l’intento di istigare una rivolta al congresso annuale dei democratici del 1968. Cuddihy (1974, 804) fa notare il carattere apertamente etnico della trama secondaria del processo, particolarmente i battibecchi tra l’imputata Abbie Hoffman e il giudice Julius Hoffman, di cui la prima rappresentava i figli della generazione di immigrati dell’Europa dell’Est tendenti al radicalismo politico, e l’ultimo rappresentava l’establishment ebreo-tedesco più vecchio e maggiormente assimilato. Durante il processo, Abbie Hoffman derise il giudice Hoffman in yiddish come “Shande fur de Goyim” (una vergogna davanti ai goyim) – tradotto da Abbie Hoffman come “Lacchè dell’élite del potere WASP.” Chiaramente Hoffman e Rubin (che avevano trascorso del tempo in un kibbutz in Israele) nutrivano una forte identificazione ebraica e antipatia nei confronti dell’establishment bianco protestante. Cuddihy (974, 191-192) inoltre attribuisce le origini del movimento Yippie alle attività del giornalista clandestino Paul Krassner (direttore del The Realist, periodico “audace, scatologico, curiosamente apolitico” di “satira irreverente e reportage sgarbato”) e la sensibilità controculturale del cabarettista Lenny Bruce.

Come gruppo, gli studenti radicali provenivano da famiglie relativamente benestanti, mentre era più probabile che gli studenti conservatori provenissero da famiglie meno agiate (Gottfried 1993, 53).84 Il movimento fu pertanto concepito e guidato da un’élite, ma non mirava a favorire gli interessi della piccola borghesia sindacalizzata. Infatti, la nuova sinistra considerava la classe operaia come “grassa, compiaciuta, e conservatrice, e i suoi sindacati la rispecchiavano” (Glazer 1969, 123).

In aggiunta, sebbene tra i radicali ebrei della nuova sinistra esistessero lievi forme di antisemitismo ebraico e di ribellione contro l’ipocrisia dei genitori, lo schema predominante era quello di una continuità dell’ideologia genitoriale (Flacks 1967; Glazer 1969, 12; Lipset 1988, 393; Rothman & Lichter 1982, 82). (In modo analogo, durante l’epoca di Weimar i radicali della Scuola di Francoforte rinnegarono i valori commerciali dei loro genitori ma non disconobbero personalmente le proprie famiglie. Infatti, in linea di massima, le famiglie fornivano loro sostegno morale e finanziario nelle attività radicali [Cuddihy 1974, 154].) Molti di questi “bambini dal pannolino rosso” provenivano

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da “famiglie che, intorno al tavolo della prima colazione, giorno dopo giorno, a Scarsdale, Newton, Great Neck e Beverly Hills, discutevano di quanto orribile, corrotta, immorale, poco democratica e razzista fosse la società americana. Molti genitori ebrei abitano nei quartieri esclusivamente bianchi, vanno a Miami Beach l’inverno, sono iscritti a costosi country club, organizzano bar mitzvah da migliaia di dollari – e nel contempo abbracciano un’ideologia progressista” (Lipset 1988, 393). Come sopra indicato, Glazer (1969) stima che circa un milione di ebrei fosse iscritto al CPUSA o che fosse socialista prima del 1950. Ne consegue che tra gli ebrei c’era “una fonte sostanziosa di genitori odierni per i quali avere figli radicali non è né scandaloso né strano, e anzi potrebbe essere considerato un modo per soddisfare i migliori impulsi dei genitori” (Glazer 1969, 129).

Per di più, “l’establishment ebraico americano non prese mai davvero le distanze da questi giovani ebrei” (Hertzberg 1989, 369). Infatti, organizzazioni dell’establishment ebraico quali l’AJCongress, l’Unione of American Hebrew Congregations [Unione delle congregazioni ebraiche americane, N.d.T.] (un gruppo laico riformista) e il Synagogue Council of America [Consiglio delle sinagoghe di America, N.d.T.] (Winston 1978), erano tra i primi noti oppositori alla guerra in Vietnam. È possibile che gli atteggiamenti pacifisti delle organizzazioni ebraiche ufficiali abbiano suscitato dell’antisemitismo. Il presidente Lyndon Johnson è stato descritto come “sconvolto per la mancanza di sostegno alla guerra in Vietnam da parte della comunità ebraica americana in un momento in cui egli prende nuovi provvedimenti per aiutare Israele” (in Winston 1978, 198), e l’ADL adottò precauzioni contro una reazione anti-ebraica che prevedeva si sarebbe verificata a causa del fatto che gli ebrei tendevano a essere falchi per le questioni militari riguardanti Israele e colombe per le questioni militari riguardanti il Vietnam (Winston 1978).

Come nella vecchia sinistra, molti della nuova sinistra ebraica si identificavano fortemente come ebrei (Liebman 1979, 536 segg.). Durante un’importante occupazione a Berkeley (Rothman & Lichter 1982, 81) si celebrò la Chanukkah e si cantò l’“Hatikvah” (l’inno nazionale israeliano). La nuova sinistra perdeva iscritti ebrei ogniqualvolta appoggiava posizioni incompatibili con interessi specificamente ebraici (particolarmente riguardanti Israele) e attirava iscritti quando le sue posizioni coincidevano con questi interessi (Liebman 1979, 527 segg.). Spesso i leader passavano tempo nei kibbutzim in Israele, e c’è motivo di credere che quelli della nuova sinistra cercassero consapevolmente di minimizzare i segni più evidenti dell’identità ebraica e di minimizzare il dibattito su questioni che avrebbero creato divisioni tra iscritti ebrei e non ebrei, in modo particolare Israele. Alla fine l’incompatibilità degli interessi ebraici con la nuova sinistra portò all’abbandono del partito da parte della maggioranza degli ebrei, molti dei quali si trasferivano in Israele per unirsi ai kibbutzim, partecipavano alle tradizionali celebrazioni religiose ebraiche, o si interessavano a organizzazioni di sinistra dall’identità specificamente ebraica. Dopo la guerra di Sei Giorni nel 1967, la questione più importante per la nuova sinistra ebraica diventò Israele, ma il movimento operava anche a favore degli ebrei sovietici e rivendicava programmi di studi ebraici nelle università (Shapiro 1992, 225). Come affermò l’attivista della SDS Jay Rosenberg, “D’ora in poi non parteciperò ad alcun movimento

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che non accetti e sostenga la lotta del mio popolo. Se devo scegliere tra la causa ebraica e un SDS ‘progressista’ anti-israeliano, sceglierò la causa ebraica. Se saranno alzate le barricate, combatterò da ebreo” (in Sachar 1992, 808).

Gli ebrei inoltre costituivano una componente determinante nel far accettare la nuova sinistra al pubblico. Gli ebrei erano sovrarappresentati tra i radicali e i loro sostenitori nei media, nelle università e nella più ampia comunità intellettuale, come pure gli scienziati sociali ebrei di sinistra, erano determinanti a svolgere ricerche che presentassero il radicalismo studentesco in una luce positiva (Rothman & Lichter 1982, 104). Tuttavia, nella loro recente rassegna della letteratura sulla nuova sinistra, Rothman e Lichter (1996, ix, xiii) osservano una continua tendenza a tralasciare il ruolo degli ebrei nel movimento e che, laddove menzionato, il ruolo ebraico è attribuito all’idealismo ebraico o ad altre caratteristiche giudicate positive. Cuddihy (1974, 194n) fa notare che i media tralasciarono completamente la conflittualità interna ebraica verificatasi nel processo dei Chicago Seven. Egli descrive inoltre diverse valutazioni del processo, redatte da ebrei nei media (New York  Times, New York Post, Village Voice), le quali scusavano il comportamento degli imputati e lodavano il loro avvocato ebreo radicale, William Kunstler.

Infine, anche in Inghilterra si è registrato un simile flusso e riflusso dell’attrazione che il comunismo esercitava sugli ebrei a seconda della sua convergenza con interessi specificamente ebraici. Durante gli anni ’30 il partito comunista era gradito agli ebrei in parte perché era l’unico movimento politico violentemente antifascista. Non sussisteva contraddizione tra l’essere iscritti al partito comunista e l’avere una forte identità etnica ebraica: “La simpatia per il comunismo tra gli ebrei di quella generazione aveva alcune delle qualità dell’identificazione di gruppo, un mezzo, forse, per l’autoaffermazione etnica” (Alderman 1992, 317-318). Nel secondo dopoguerra, quasi tutti i candidati comunisti vincitori provenivano da distretti elettorali ebraici. Ciò detto, il sostegno ebraico al comunismo subì un calo dopo le rivelazioni dell’antisemitismo di Stalin, e molti ebrei lasciarono il partito comunista dopo la crisi mediorientale del 1967 quando l’URSS tagliò le relazioni diplomatiche con Israele (Alderman 1983, 162).

Bisogna necessariamente concludere che l’identità ebraica era generalmente percepita come altamente compatibile con la politica radicale. Quando la politica radicale entrava in contrasto con interessi specificamente ebraici, gli ebrei cessavano di fare i radicali, sebbene fossero frequenti i casi di ambivalenza e razionalizzazione.

PROCESSI DI IDENTITÀ SOCIALE, PERCEPITI INTERESSI DI GRUPPO EBRAICI

E RADICALISMO EBRAICO

 

Una prospettiva del radicalismo ebraico pone enfasi sulla base morale del giudaismo. Questo è un altro esempio del tentativo di presentare il giudaismo come un movimento universalista,

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moralmente superiore – il tema della “luce delle nazioni”, apparso ripetutamente come aspetto dell’autoidentità ebraica dai tempi antichi e particolarmente dall’Illuminismo (SAID, cap. 7). Da qui l’ipotesi di Fuchs (1956, 190-191), secondo cui il coinvolgimento nelle cause progressiste deriverebbe dalla singolare natura morale del giudaismo nell’inculcare la carità verso i poveri e i bisognosi. Il coinvolgimento in queste cause viene semplicemente visto come un ampliamento delle tradizionali pratiche religiose ebraiche. In modo analogo, Hertzberg (1985, 22) parla di “eco di una sensibilità morale unica, una disponibilità ad agire a discapito dell’interesse economico quando la causa sembra giusta.”

Come fatto notare in PTSDA (capp. 5,6), sembra ben probabile che il tradizionale interessamento ebraico nei confronti dei poveri e dei bisognosi fosse circoscritto ai gruppi ebraici, e infatti gli ebrei hanno spesso servito le oppressive élite dirigenti nelle società tradizionali e nell’Europa dell’Est del secondo dopoguerra.85 Ginsberg (1993, 140) descrive queste motivazioni umanistiche come “un po’ illusori,” e osserva che in altri contesti (specialmente nell’Unione Sovietica postrivoluzionaria) gli ebrei hanno organizzato “spietate agenzie di coercizione e di terrore,” incluso in modo particolare un coinvolgimento molto rilevante nella polizia segreta dal periodo postrivoluzionario fino agli anni ’30 inoltrati (si vedano anche Baron 1975, 170; Lincoln 1989; Rapoport 1990, 30-31). Similmente, si è visto che gli ebrei erano molto prominenti nelle forze di sicurezza interne in Polonia (si veda Schatz 1991, 223-228) e in Ungheria (Rothman & Lichter 1982, 89).

Pipes (1993, 112) ipotizza che sebbene sia “innegabile” che gli ebrei fossero sovrarappresentati nel partito bolscevico e nel primo governo sovietico nonché in attività comuniste rivoluzionarie in Ungheria, Germania e Austria tra il 1918 e il 1923, gli ebrei erano sovrarappresentati anche in diversi altri campi, compresi il commercio, l’arte, la letteratura e le scienze. Di conseguenza, Pipes sostiene che la loro sproporzionata rappresentanza nei movimenti politici comunisti non dovrebbe costituire un problema. Pipes accosta questo argomento all’asserzione che i bolscevichi ebrei non si identificavano come ebrei – un ragionamento a dir poco discutibile, come si è visto.

Tuttavia, pur presupponendo che questi comunisti etnicamente ebrei non si identificassero come ebrei, un tale ragionamento non spiega perché questi ebrei “de-etnicizzati” (nonché imprenditori, artisti, scrittori e scienziati ebrei) fossero sovrarappresentati nei movimenti di sinistra e sottorappresentati nei movimenti politici nazionalisti, populisti o di altro genere di destra.86 Anche se i movimenti nazionalisti sono antisemitici, come è spesso il caso, l’antisemitismo dovrebbe essere irrilevante se questi individui fossero davvero completamente de-etnicizzati come afferma Pipes. La prominenza ebraica in professioni che richiedono una spiccata intelligenza non offre nessuna chiave per comprendere il loro ruolo di rilievo nei movimenti comunisti e in altri movimenti di sinistra e la loro relativa sottorappresentazione nei movimenti nazionalisti.

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La teoria dell’identità sociale offre tutta un’altra prospettiva sul radicalismo ebraico. Essa pone enfasi sul fatto che i percepiti interessi di gruppo ebraici sono fondamentali per il comportamento politico ebraico, e che questi percepiti interessi di gruppo sono condizionati in modo significativo da processi di identità sociale. Se la politica radicale crea davvero un forte senso di identificazione con un ingroup ebraico, allora il coinvolgimento ebraico in questi movimenti sarebbe associato a concezioni molto negative ed esagerate della più ampia società gentile, e particolarmente degli elementi più potenti di quella società, in quanto outgroup. Conformemente a questa aspettativa, Liebman (1979, 26) usa il termine “controcultura” per descrivere la sinistra americana ebraica perché “il conflitto o l’antagonismo verso la società è una caratteristica fondamentale di questa subcultura e … molti dei suoi valori e schemi culturali sono una contraddizione di quelli esistenti nella società circostante.” Per esempio, la nuova sinistra era coinvolta in modo determinante nella critica sociale radicale, nell’ambito della quale tutti gli elementi che contribuivano al coeso tessuto sociale dell’America di metà secolo erano considerati oppressivi e da alterare radicalmente.

Qui l’enfasi sui processi di identità sociale è compatibile con il radicalismo ebraico al servizio di determinati interessi di gruppo ebraici. L’antisemitismo e gli interessi economici ebraici erano indubbiamente importanti fattori motivanti per l’attivismo ebraico di sinistra nella Russia zarista. I leader ebrei nelle società occidentali, molti dei quali erano capitalisti benestanti, riconoscevano con orgoglio la sovrarappresentanza ebraica nel movimento rivoluzionario russo; fornivano inoltre sostegno finanziario e politico per questi movimenti, cercando per esempio di condizionare la politica estera statunitense (Szajkowski 1967).  Rappresentativa di questo atteggiamento è la dichiarazione del finanziere Jacob Schiff: “l’accusa che tra coloro che cercano di sovvertire l’autorità del governo in Russia ci sia un numero considerevole di ebrei sarà forse fondata. Infatti, ci sarebbe da stupirsi se alcuni di coloro afflitti così atrocemente dalla persecuzione e dalle leggi straordinarie non si fossero alla fine rivoltati contro i loro impietosi oppressori” (in Szajkowski 1967, 10).

Infatti, a rischio di essere eccessivamente riduttivi, si potrebbe notare che l’antisemitismo in combinazione con l’esplosione demografica ebraica nell’Europa dell’Est erano di cruciale importanza nel generare lo straordinario numero di radicali ebrei disincantati e, perciò, la successiva influenza del radicalismo ebraico in Europa e il suo espandersi fino agli Stati Uniti. Durante il XIX secolo, il tasso di crescita naturale delle popolazioni ebraiche nell’Europa dell’Est era il più alto di tutte le altre popolazioni in Europa, con una crescita naturale di 120 000 all’anno intorno al 1880 e una crescita complessiva all’interno dell’impero russo da uno a sei milioni nel corso del XIX secolo (Alderman 1992, 112; Frankel 1981, 103; Lindemann 1991, 28-29, 133-135). Malgrado l’emigrazione di circa 2 milioni di ebrei negli Stati Uniti e altrove, molti ebrei dell’Europa dell’Est risultavano impoveriti almeno in parte a causa delle politiche zariste antiebraiche che ostacolavano l’ascesa sociale degli ebrei.

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Di conseguenza, un numero non indifferente di ebrei era attratto da soluzioni politiche radicali che potessero trasformare le basi economiche e politiche della società e che fossero consistenti con la continuità del giudaismo. All’interno delle comunità ebraiche russe, l’accettazione di ideologie politiche radicali coesisteva spesso con forme messianiche del sionismo nonché con un forte impegno verso il nazionalismo ebraico e il separatismo religioso e culturale, e molti individui nutrivano svariate combinazioni di queste idee, combinazioni spesso in rapido cambiamento (si veda Frankel 1981).

Il fanatismo religioso e le aspettative messianiche sono stati una tipica reazione ebraica alle persecuzioni antisemitiche nel corso della storia (p. es. Scholem 1971; PTSDA, cap. 3). Infatti, è legittimo immaginare che le forme messianiche del radicalismo politico siano forme laiche di questa reazione ebraica alla persecuzione, differenti dalle forme tradizionali solo per il fatto che promettono un futuro utopistico anche ai gentili. Il quadro generale rievoca la situazione nel tardo Impero Ottomano, dove dalla metà del XVIII secolo fino all’intervento delle potenze europee nel XX secolo prevaleva “un quadro inequivocabile di povertà opprimente, ignoranza e insicurezza” (Lewis 1984, 164) nel contesto di alti livelli di antisemitismo che impedivano l’ascesa sociale degli ebrei. Questi fenomeni erano accompagnati dalla prevalenza di misticismo e da uno stile genitoriale orientato all’alta fertilità e al basso investimento tra gli ebrei. Alla fine, la comunità diventava troppo povera per provvedere all’istruzione della maggior parte dei figli, con la conseguenza che la maggioranza era analfabeta e sceglieva lavori che richiedevano una limitata intelligenza e formazione.

Tuttavia, quando si offrirono loro opportunità di ascesa sociale, la strategia riproduttiva si trasformò rapidamente in una strategia orientata alla bassa fertilità e all’alto investimento. Nella Germania del XIX secolo, per esempio, gli ebrei furono il primo gruppo a imbarcarsi nella transizione demografica e fare meno figli per avvalersi delle opportunità di mobilità sociale ascendente (p. es. Goldstein 1981; Knode 1974).  Allo stesso tempo, gli ebrei poveri dell’Europa dell’Est, senza alcuna speranza di ascesa sociale, si sposavano prima dei loro pari nell’Europa occidentale, i quali rinviavano il matrimonio per essere meglio preparati finanziariamente (Efron 1994, 77). E la rinascita degli ebrei ottomani nel XIX secolo, scaturente dalla protezione e dal patrocinio degli ebrei dell’Europa occidentale, portò con sé il fiorire di una cultura molto letterata, incluse scuole laiche basate su modelli occidentali (si veda Shaw 1991, 143 segg., 175-176). Analogamente, quando gli ebrei oppressi dell’Europa dell’Est emigrarono negli Stati Uniti, svilupparono una cultura orientata all’alto investimento e alla bassa fertilità al fine di approfittare delle opportunità di mobilità ascendente. La tesi è che l’orientamento generale della risposta ebraica di fronte alla mancanza di opportunità di mobilità ascendente e all’antisemitismo sia quello di adottare, facoltativamente, uno stile di riproduzione a basso investimento e ad alta fertilità unito – sul piano ideologico – a diverse forme di messianismo, inclusa, nell’epoca moderna, l’ideologia politica radicale.

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Alla fine, questa esplosione demografica in un contesto di povertà e restrizioni imposte a livello politico agli ebrei fu responsabile degli effetti generalmente destabilizzanti del radicalismo ebraico sulla Russia fino alla rivoluzione. Queste condizioni ebbero anche ripercussioni in Germania, dove gli atteggiamenti negativi verso gli immigrati Ostjuden contribuivano all’antisemitismo dell’epoca (Aschheim 1982). Negli Stati Uniti, il nocciolo di questo capitolo è che le idee politiche radicali di un gran numero di immigrati ebrei e dei loro discendenti erano caratterizzate da un alto grado di inerzia, nel senso che le idee politiche radicali perduravano anche nell’assenza di condizioni economiche e politiche oppressive. Nello studio di Sorin (1985, 46) sugli attivisti radicali ebrei immigrati in America, più della metà era stata coinvolta nella politica radicale in Europa prima di emigrare, e per coloro che immigrarono dopo il 1900, la percentuale saliva al 69 percento. Glazer (1961, 21) fa notare che dalle biografie di quasi tutti i leader radicali risulta che vennero a contatto con le idee politiche radicali per la prima volta in Europa. La persistenza di queste idee influenzò la generale sensibilità politica della comunità ebraica ed ebbe un effetto destabilizzante sulla società americana, che va dalla paranoia dell’era di McCarthy al trionfo della rivoluzione controculturale degli anni ’60.

L’immigrazione degli ebrei dell’Europa dell’Est in Inghilterra dopo il 1880 ebbe un effetto analogamente trasformativo sugli atteggiamenti politici della comunità ebraica britannica nella direzione del socialismo, del sindacalismo e del sionismo, spesso uniti all’ortodossia religiosa e alla devozione verso uno stile di vita fortemente separatista (Alderman 1983, 47 segg.). “Ben più significativa dei pochi socialisti ebrei in cerca di pubblicità che, sia in Russia che in Inghilterra, organizzavano picnic di tramezzini al prosciutto durante il digiuno di Yom Kippur, il Giorno della Redenzione, era la massa di ebrei della classe operaia che non sentiva alcun conflitto interno quando andava in sinagoga tre volte al giorno per le funzioni religiose e poi usava la stessa sede per discutere principi socialisti e organizzare scioperi industriali” (Alderman 1983, 54).87 Come negli Stati Uniti, gli ebrei immigrati dall’Europa dell’Est subissarono demograficamente la comunità ebraica preesistente, e la vecchia comunità reagì con trepidazione a questo influsso a causa del possibile  aumento dell’antisemitismo. E come negli Stati Uniti, ci furono tentativi da parte della comunità ebraica radicata di falsare la prevalenza delle idee politiche radicali tra gli immigrati (Alderman 1983, 60;  SAID, cap. 8).

Ciononostante, gli interessi economici non costituiscono tutta la storia. Mentre l’origine del diffuso radicalismo politico tra gli ebrei può essere caratterizzato come una tipica reazione ebraica alle avversità politiche ed economiche dell’Europa dell’Est del tardo Ottocento, l’ideologia politica radicale si dissociò dalle solite variabili demografiche poco dopo l’arrivo negli Stati Uniti, ed è questo fenomeno che richiede un altro tipo di spiegazione. Per lo più, gli ebrei americani avevano motivi meno sostanziali rispetto ad altri gruppi etnici di desiderare

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il rovesciamento del capitalismo dal momento che tendevano a essere relativamente privilegiati in termini economici.  Da alcuni sondaggi degli anni ’60 e ’70 emerge che gli ebrei della classe media erano più radicali di quelli della classe operaia – una tendenza contraria rispetto agli studenti radicali non ebrei (Rothman & Lichter 1982, 117, 219;88 Levey 1996, 37589). Sebbene gli ebrei tendessero a votare in misura preponderante per i democratici (Liebman 1973, 136-137), rispetto agli appartenenti ad altre religioni erano meno propensi a credere che votare per un candidato democratico potesse favorire i loro interessi economici.

La divergenza tra interessi economici e ideologia politica risale almeno agli anni ’20 (Liebman 1979, 290 segg.). Infatti, durante l’intero periodo dal 1921 al 1961, era più probabile che i membri ebrei del comitato centrale del CPUSA provenissero dalla classe media professionale e fossero più istruiti dei loro colleghi gentili (Klehr 1978, 42 segg.). Era anche molto più probabile che vi si fossero iscritti prima delle difficoltà economiche della Grande depressione. Inoltre, come indicato sopra, gli studenti radicali della nuova sinistra provenivano in modo sproporzionato da famiglie benestanti e altamente istruite (si veda anche Liebman 1973, 210).

Perfino i capitalisti ebrei affermati tendevano ad abbracciare opinioni politiche a sinistra rispetto ai loro omologhi gentili. Per esempio, i capitalisti ebreo-tedeschi del XIX secolo “tendevano ad adottare posizioni nettamente ‘a sinistra’ rispetto ai loro omologhi gentili e pertanto a isolarsi da essi” (Mosse 1989, 225). Sebbene come gruppo tendessero a porsi in una posizione a destra rispetto alla popolazione ebraica nel complesso, alcuni erano sostenitori del Partito socialdemocratico e del suo programma socialista. Tra le ragioni plausibili suggerite da Mosse per questo stato delle cose vi è il fatto che l’antisemitismo tendeva a essere associato alla destra tedesca. In linea con la teoria dell’identità sociale, i capitalisti ebrei non si identificavano con i gruppi che li percepivano negativamente e si identificavano invece con i gruppi in opposizione a un outgroup considerato ostile. In questo caso sembrano essere di primaria importanza i processi di identità sociale e la loro influenza sulla percezione degli interessi etnici (di gruppo) piuttosto che l’autointeresse economico.

Il legame tra ebrei e atteggiamenti politici progressisti è pertanto indipendente dalle solite associazioni demografiche. In un passo che dimostra che l’estraniamento culturale ed etnico ebraico prevale sugli interessi economici nella spiegazione del comportamento politico ebraico, Silberman (1985, 347-348) commenta [riflette] sull’attrazione degli ebrei verso “il Partito democratico… con la sua tradizionale ospitalità verso gruppi etnici non WASP…. Un celebre economista che era fortemente in disaccordo con le politiche economiche di Mondale [Walter Mondale, candidato alle presidenziali] votò per lui malgrado tutto. ‘Ho seguito le convention in televisione,’ egli spiegò, ‘e i repubblicani non sembravano il tipo di gente che piace a me.’ La stessa reazione portò molti ebrei a votare per Carter nel 1980 nonostante la loro antipatia per lui; ‘Preferirei vivere in un paese governato dalle facce che ho visto alla convention democratica

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piuttosto che da quelle che ho visto alla convention repubblicana,’ mi confidò un noto scrittore.”

Si suppone che, in generale, la motivazione politica ebraica sia condizionata da questioni non economiche legate a percepiti interessi di gruppo ebraici, a loro volta influenzati dai processi di identità sociale.  Similmente, nel campo molto politicizzato degli atteggiamenti culturali, Silberman (1985, 350) fa notare che “gli ebrei americani hanno a cuore la tolleranza culturale per via della loro idea – saldamente radicata nella storia – che gli ebrei sono al sicuro solo in una società che accetti un’ampia varietà di atteggiamenti e comportamenti, nonché una diversità di gruppi religiosi ed etnici. È questa credenza, per esempio, e non l’accettazione dell’omosessualità, a indurre la stragrande maggioranza degli ebrei americani a sostenere i ‘diritti gay’ e ad adottare una posizione progressista sulla maggior parte delle questioni cosiddette ‘sociali.’” Un percepito interesse di gruppo ebraico per il pluralismo culturale prevale sugli atteggiamenti personali negativi verso il comportamento in questione.

Il commento di Silberman secondo cui gli atteggiamenti ebraici sono “saldamente radicati nella storia” è particolarmente significativo: una costante tendenza per gli ebrei è quella di essere perseguitati come  gruppo minoritario all’interno di una società culturalmente o etnicamente omogenea. La motivazione molto logica degli ebrei americani a favore del pluralismo politico, religioso e culturale sarà sottolineata nel capitolo 7, che tratta del coinvolgimento ebraico nella formazione della politica di immigrazione statunitense. Il punto qui è che il percepito interesse di gruppo ebraico nel creare una società pluralistica è di gran lunga più importante del semplice autointeresse economico nel determinare il comportamento politico ebraico. Allo stesso modo, Earl Raab (1996, 44) spiega il comportamento politico ebraico in termini di questioni di sicurezza, legate in parte al ricordare il Partito repubblicano come associato al fondamentalismo cristiano e con una storia “risolutamente nativista e anti-immigrati.” Questa tendenza ad appoggiare il Partito democratico costituisce perciò un aspetto del conflitto etnico tra ebrei e altri settori della popolazione caucasica di origine europea negli Stati Uniti, e non una questione economica. In realtà, le questioni economiche sembrano del tutto irrilevanti, dal momento che il sostegno per il Partito democratico da parte degli ebrei non cambia in base allo status sociale (Raab 1996, 45).

Ciononostante, è stato riscontrato che il recente comportamento elettorale ebraico distingue sempre più nettamente il tradizionale progressivismo economico da questioni legate al pluralismo culturale, all’immigrazione e alla separazione tra Stato e Chiesa. Recenti sondaggi e dati sulle abitudini elettorali ebraiche indicano che gli ebrei continuano a vedere nell’ala destra del Partito repubblicano “una minaccia al cosmopolitismo americano” in quanto percepita come fautrice di una cultura omogenea cristiana e contraria all’immigrazione (Beinart 1997, 25). Tuttavia, gli elettori ebrei erano più favorevoli alle politiche fiscali conservatrici e meno favorevoli ai tentativi statali di ridistribuzione della ricchezza rispetto sia agli afro-americani sia agli altri americani bianchi. Il recente comportamento politico ebraico è pertanto auto-interessato sia in termini economici che nella sua opposizione

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agli interessi degli americani bianchi tesi a creare una società etnicamente e culturalmente omogenea.

Oltre al perseguimento di specifici interessi di gruppo, tuttavia, i processi di identità sociale sembrano apportare un contributo indipendente ai fini della comprensione del comportamento politico ebraico. I processi di identità sociale sembrano necessari per spiegare perché il movimento operaio ebraico fosse molto più radicale del resto del movimento operaio americano. In un passo che rivela il profondo senso di identità ebraica e di separatismo dei radicali ebrei nonché l’assoluta antipatia nei confronti dell’intero ordine sociale gentile, Levin (1977, 213) fa notare che “le loro idee socialiste… aprirono un divario tra loro e altri lavorati americani disinteressati a cambiamenti radicali nell’ordine sociale. Sebbene alcuni sindacati ebraici si iscrissero all’AFL [Federazione americana del lavoro: N.d.T.], non fu mai congeniale per loro dato che l’AFL non desiderava una trasformazione radicale della società, né aveva una visione internazionalista.”  Abbiamo inoltre notato che, non appena raggiunti sostanzialmente i propri obiettivi sociali con il successo del movimento sindacale, la nuova sinistra abbandonò completamente gli obiettivi e gli interessi della piccola borghesia.

Ancora una volta ci sono forti indicazioni che le critiche sociali e i sentimenti di estraniamento culturale tra gli ebrei abbiano profonde radici psicologiche che vanno al di là di particolari interessi economici o politici. Come indicato nel capitolo 1, un’importante componente psicologica sembra essere legata a un’antipatia molto profonda nei confronti dell’ordine sociale dominato dai gentili, il quale viene considerato antisemitico – il desiderio di “maligna vendetta” che, a detta di Disraeli, rendeva molti ebrei “pieni di odio e così ostili nei confronti dell’umanità.” Si ricordi la descrizione di Lipset (1988, 393) delle molte famiglie ebraiche “che, intorno al tavolo della prima colazione, giorno dopo giorno, a Scarsdale, Newton, Great Neck e Beverly Hills, discutevano di quanto orribile, corrotta, immorale, poco democratica e razzista fosse la società americana.” Queste famiglie chiaramente si considerano separate dalla più ampia cultura statunitense; inoltre vedono le forze conservatrici come tese a preservare questa cultura maligna. Come nel caso del giudaismo tradizionale nei confronti della società gentile, la cultura tradizionale degli Stati Uniti – e in particolare la base politica del conservatorismo culturale che è stata storicamente associata all’antisemitismo – è percepita come manifestazione di un outgroup valutato in termini negativi.

Questa antipatia verso la società dominata dai gentili era spesso accompagnata da un forte desiderio di vendicare i mali del vecchio ordine sociale. Per molti ebrei della nuova sinistra “la rivoluzione promette di vendicare le sofferenze e di riparare i torti inflitti agli ebrei per così tanto tempo con il permesso o l’incoraggiamento, o perfino per ordine delle autorità nella società prerivoluzionarie” (Cohen 1980, 208). Dalle interviste ad alcuni radicali ebrei della nuova sinistra emerge che molti covavano fantasie distruttive in cui la rivoluzione avrebbe portato a “l’umiliazione, l’esproprio, l’incarcerazione o l’esecuzione degli oppressori” (Cohen 1980, 208) insieme alla fede nella loro onnipotenza e nella loro

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capacità di creare un ordine sociale non oppressivo – risultati che ricordano il ruolo motivante di vendetta per l’antisemitismo tra le forze di sicurezza di dominazione ebraica nella Polonia comunista di cui si è trattato  sopra. Questi riscontri sono inoltre pienamente compatibili con la mia esperienza tra gli attivisti ebrei della nuova sinistra alla University of Wisconsin negli anni ’60 (si veda la nota 13).

Secondo la prospettiva dell’identità sociale, le attribuzioni negative generalizzate nei confronti dell’outgroup sarebbero accompagnate da attribuzioni positive nei confronti dell’ingroup ebraico. Sia i comunisti ebrei in Polonia sia i radicali ebrei della nuova sinistra nutrivano un forte sentimento di superiorità culturale, conforme alle tradizionali convinzioni ebraiche della superiorità del proprio ingroup (Cohen 1980, 212; Schatz 1991, 119). Le auto-concettualizzazioni degli ebrei in merito ai propri sforzi per creare una cultura antagonista negli Stati Uniti tendevano a porre l’accento sull’ebreo come perenne vittima dell’antisemitismo gentile, o sull’ebreo come eroe morale, ma “in entrambi i casi la rappresentazione è l’opposto di quella dell’antisemita. Gli ebrei non hanno difetti. Le loro motivazioni sono pure, il loro idealismo è sincero” (Rothman & Lichter 1982, 112). Gli studi su radicali ebrei condotti da scienziati sociali ebrei tendevano ad attribuire arbitrariamente il radicalismo ebraico a una “libera scelta di una minoranza dotata” (Rothman & Lichter 1982, 118) laddove le spiegazioni economiche risultavano inadeguate – un ulteriore esempio in cui lo status di gruppo ebraico sembra condizionare le ricerche di scienza sociale in modo tale da servire gli interessi di gruppo ebraici.

In aggiunta, un’ideologia utopica universalista quale il marxismo rappresenta un veicolo ideale per i tentativi degli ebrei di sviluppare un’identità positiva di sé come marxisti pur conservando la loro identità di sé come ebrei e la loro valutazione negativa delle strutture di potere gentili. Innanzitutto, la natura utopica dell’ideologia radicale contrapposta agli esistenti sistemi sociali dominati dai gentili (inevitabilmente lontani dalla perfezione) facilita lo sviluppo di un’identità positiva dell’ingroup. L’ideologia radicale facilita pertanto un’identità di gruppo positiva e un senso di rettitudine morale per via della sua promozione di principi etici universalisti. Gli psicologi hanno riscontrato che un senso di rettitudine morale è un importante elemento dell’autostima (p. es. Harter 1983), e si ipotizza che l’autostima sia un fattore motivante nei processi di identità sociale (SAID, cap.1).

Come valeva anche per la psicoanalisi, i movimenti politici di sinistra assumevano toni messianici e redentori che contribuivano all’orgoglio e alla lealtà dell’ingroup. I membri del Bund ebraico russo e la loro progenie negli Stati Uniti avevano un intenso orgoglio personale e una forte convinzione di far “parte di un’avanguardia morale e politica mirata al grande cambiamento storico. Avevano una missione che ispirava loro e chi credeva in loro” (Liebman 1979, 133).

Questo senso di orgoglio ingroup e fervore messianico è indubbiamente un elemento cruciale del giudaismo in tutte le epoche storiche. Come fa notare Schatz (1991, 105) nella sua descrizione dei rivoluzionari ebrei clandestini nella Polonia interbellica, “Il movimento faceva… parte di una lotta mondiale,

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internazionale per nient’altro che la fondamentale trasformazione delle basi stesse della società umana. L’effetto congiunto di questa situazione era un senso particolare di solitudine rivoluzionaria e di missione, un’intensa coesione, un senso di fratellanza, e una disponibilità a sacrificarsi sull’altare della lotta.” Ciò che distingueva i comunisti ebrei dagli altri comunisti era non solo il loro desiderio di un mondo postrivoluzionario senza antisemitismo, ma anche la loro “singolare intensità [emotiva] radicata in aspirazioni messianiche” (Schatz 1991, 140). Come disse uno degli interpellati, “Io credevo in Stalin e nel partito come mio padre credeva nel Messia” (in Schatz 1991, 140).

Rispecchiando la struttura sociale ebraica tradizionale, questi gruppi ebraici radicali erano gerarchici e fortemente autoritari, e svilupparono il proprio linguaggio privato (Schatz 1991, 109-112). Così come nel giudaismo tradizionale, la continua formazione e autodidattica erano viste come elementi importanti del movimento: “Studiare era un punto di onore e un obbligo” (p. 117). Le discussioni replicavano i tradizionali metodi di studio della Torah: la memorizzazione di lunghi passi di testo unita all’analisi e all’interpretazione svolte in un ambiente di intensa concorrenza intellettuale alquanto simile al tradizionale pilpul. A detta di un novizio di queste discussioni, “Ci comportavamo da yeshiva bukhers [studenti] e loro [le guide intellettuali più esperte] da rabbini” (p. 139).

Come previsto dalla teoria dell’identità sociale, c’era anche un alto livello di valutazione ingroup-outgroup, caratterizzata da uno spiccato senso di rettitudine morale all’interno dell’ingroup unito a un’implacabile ostilità e a un rifiuto nei confronti dell’outgroup. Nel secondo dopoguerra, per esempio, i comunisti ebreo-polacchi vedevano il nuovo piano economico “in termini propriamente mistici. [Era] un programma infallibile, concepito scientificamente, che avrebbe totalmente ristrutturato i rapporti della società e preparato il Paese al socialismo” (Schatz 1991, 249). Le difficoltà economiche che colpirono la popolazione non fecero altro che rinviare le loro speranze al futuro, e al tempo stesso la popolazione sviluppò “un atteggiamento intransigente verso quanti erano restii a sopportare gli stenti del presente e un’implacabile ostilità verso coloro che venivano percepiti come nemici. L’ardente volontà di creare un’armonia e una felicità generale era pertanto accompagnata dalla sfiducia e dalla diffidenza verso i suoi obiettivi e da un odio nei confronti dei suoi oppositori – reali, potenziali o immaginati che fossero” (p. 250).

Evidentemente, essere rivoluzionari comunisti implicava una forte lealtà verso un gruppo coeso e autoritario che stimava i successi intellettuali e mostrava un’intensa antipatia verso i nemici e gli outgroup, esibendo allo stesso tempo sentimenti molto positivi verso un ingroup ritenuto moralmente e intellettualmente superiore. Questi gruppi operavano come delle minoranze assediate che vedevano la società circostante come ostile e minacciosa. Essere membri di un tale gruppo richiedeva un enorme sacrificio personale e perfino dell’altruismo.

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Tutti questi attributi sono riscontrabili come caratteristiche distintive dei gruppi ebraici più tradizionali.

Ulteriori prove dell’importanza dei processi di identità sociale si riscontrano nell’ipotesi di Charles Liebman (1973, 153 segg.), il quale sostiene che l’ideologia universalista di sinistra permette agli ebrei di sovvertire le tradizionali categorizzazioni sociali in cui essi sono percepiti in termini negativi. L’adozione di tali ideologie da parte degli ebrei rappresenta un tentativo di superare sentimenti ebraici di alienazione “dalle radici e dalle tradizioni della società [gentile]” (p. 153). “L’ebreo continua la sua ricerca di un’etica o di un ethos non solo universale o capace di universalità, ma che serva da avanguardia contro le tradizioni più antiche della società, una ricerca la cui intensità è aumentata e rafforzata dal trattamento dell’ebreo da parte del gentile” (Liebman 1973, 157).  Tali tentativi di sovvertire le categorizzazioni sociali negative imposte da un outgroup costituiscono un aspetto fondamentale della teoria dell’identità sociale (Hogg & Abrams 1988; si veda SAID, cap. 1).

L’ideologia universalista funziona pertanto come una forma laica del giudaismo. Le forme settarie del giudaismo vengono scartate come “una strategia di sopravvivenza” (Liebman 1973, 157) a causa della loro tendenza a generare l’antisemitismo, della mancanza di attrattiva intellettuale nel mondo postilluministico e dell’inabilità di attrarre i gentili e pertanto di trasformare il mondo sociale gentile in modo tale da promuovere gli interessi di gruppo ebraici. In effetti, mentre l’ideologia universalista è formalmente congruente con gli ideali dell’illuminismo, il mantenimento del tradizionale separatismo ebraico e i modelli associativi tra i fautori dell’ideologia indicano un elemento di inganno o di autoinganno:

Gli ebrei preferiscono unirsi ad altri ebrei per promuovere iniziative apparentemente non ebraiche (che contribuiscono a far sì che gli ebrei siano accettati), per poi far finta che l’intera questione non abbia nulla a che vedere con l’essere ebrei. Ma questo tipo di attività è più prevalente tra gli ebrei maggiormente estraniati dalle proprie tradizioni e pertanto più ansiosi di trovare un valore che sostenga l’accettazione degli ebrei senza distruggere apertamente i vincoli di gruppo ebraici (Liebman 1973, 159)

L’ideologia universalista pertanto permette agli ebrei di evitare l’alienazione o l’estraniamento dalla società gentile lasciando però che si mantenga una forte identità ebraica. Le istituzioni che promuovono i legami tra i gentili (quali il nazionalismo e le tradizionali associazioni religiose gentili) vengono contestate e sovvertite, mentre viene mantenuta l’integrità strutturale del separatismo ebraico. Un filo costante della teorizzazione radicale da Marx in poi è stato il timore che il nazionalismo avrebbe potuto servire da collante sociale dando luogo a un compromesso tra le classi sociali e a un ordine sociale molto unificato, basato

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su rapporti gerarchici ma armoniosi tra le esistenti classi sociali. Questa è l’unica forma di organizzazione sociale gentile ad alta coesione in netta contraddizione con il giudaismo in quanto strategia evolutiva di gruppo (si vedano i capp. 5, 7, 8). Sia la vecchia che la nuova sinistra, come si è notato, cercavano attivamente di sovvertire la coesione della struttura sociale gentile, incluso, in modo particolare, il modus vivendi  raggiunto tra impresa e lavoro negli anni ’60. E si è già notato che il governo comunista polacco dominato dagli ebrei contrastava attivamente il nazionalismo polacco, nonché il potere politico e culturale della chiesa cattolica, la più importante forza di coesione sociale nella società polacca tradizionale.

Infine, come sottolineato da Rothman and Lichter (1982, 119), il marxismo è particolarmente allettante come base di un’ideologia mirata a sovvertire le categorizzazioni sociali dell’outgroup gentile, perché all’interno di una tale ideologia la categorizzazione ebreo-gentile diventa meno rilevante, mentre la coesione di gruppo e il separatismo ebraici permangono comunque: “Attraverso l’adozione di varianti dell’ideologia marxista, gli ebrei negano la realtà delle differenze culturali o religiose tra ebrei e cristiani. Queste differenze diventano ‘epifenomeniche’ rispetto alla più fondamentale opposizione tra lavoratori e capitalisti. Ne consegue che ebrei e non ebrei, in fondo, sarebbero effettivamente fratelli. Anche quando non adottavano una posizione marxista, molti ebrei prediligevano posizioni ambientali radicali che avevano uno scopo simile” (p. 119).90

Un tale strategia ha perfettamente senso dal punto di vista della teoria dell’identità sociale: nelle ricerche sul contatto intergruppo, un dato ricorrente è che rendere meno salienti le categorie sociali che definiscono i gruppi ridurrebbe la differenziazione intergruppo e faciliterebbe le interazioni sociali positive tra i membri di gruppi diversi (Brewer & Miller 1984; Doise & Sinclair 1973; Miller, Brewer & Edwards 1985). Al limite, l’accettazione di un’ideologia universalista da parte dei gentili li porterebbe a non percepire affatto gli ebrei come appartenenti a un’altra categoria sociale, mentre gli ebrei potrebbero comunque mantenere una forte identità personale.

Nell’insieme, queste caratteristiche del radicalismo ebraico costituiscono un’analisi molto convincente del ruolo dei processi di identità sociali in questo fenomeno. Quest’ultimo meccanismo è di particolare interesse come analisi sia della tendenza alla sovrarappresentanza politica ebraica nelle cause radicali sia della tendenza ebraica ad adottare ideologie ambientali radicali, una caratteristica comune degli scienziati sociali ebrei segnalata nel capitolo 2.  L’analisi sottintende che gli ebrei coinvolti in questi movimenti intellettuali ricorrano a un subdolo processo di inganno dei gentili (e, possibilmente, all’autoinganno), e che i movimenti funzionino essenzialmente come forma di criptogiudaismo.

Nel linguaggio della teoria dell’identità sociale, si crea un’ideologia nella quale l’importanza della categorizzazione sociale di ebreo-gentile viene sminuita e

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non sussistono connotazioni negative circa l’appartenenza al gruppo ebraico. L’importanza dell’appartenenza al gruppo etnico viene minimizzata come categoria sociale e, data la sua scarsa importanza, l’autointeresse etnico tra gentili viene giudicato come fondamentalmente fuorviato poiché non riconosce la preminenza del conflitto di classe tra gentili. Gli ebrei possono restare ebrei perché essere ebreo non ha più importanza. Nel contempo, le tradizionali istituzioni di coesione sociale all’interno della società gentile vengono sovvertite e la stessa società gentile è vista come permeata da conflitti di interesse tra le classi sociali piuttosto che caratterizzata da affinità di interessi e sentimenti di solidarietà sociale tra le diversi classi sociali. Rothman e Lichter (p. 119 segg.) avvalorano la loro tesi facendo notare che l’adozione di ideologie universaliste è una tecnica comune tra gruppi minoritari in tutto il mondo. Nonostante l’apparenza di universalismo, questi movimenti non sono assolutamente assimilazionisti, e infatti Rothman e Lichter vedono l’assimilazione, definita come totale assorbimento e perdita di identità di gruppo minoritario, come un’alternativa all’adozione di movimenti politici universalisti. È possibile che le ideologie universaliste siano cortine di fumo che in realtà facilitano l’ininterrotta esistenza di strategie di gruppo, promuovendo al tempo stesso la negazione della loro importanza sia da parte degli outgroup che degli ingroup. Il giudaismo come strategia di gruppo coeso e a base etnica riesce a sopravvivere, ma in forma criptica o semicriptica.

A corroborazione di questa prospettiva, Levin (1977, 105) afferma che “L’analisi di Marx [del giudaismo come casta] offriva ai pensatori socialisti una facile scappatoia – per ignorare o minimizzare il problema ebraico.” In Polonia, il partito comunista dominato dagli ebrei deplorò la partecipazione di operai e contadini ai pogrom negli anni ’30 perché questi individui non agivano in base ai propri interessi di classe (Schatz 1991, 99), un’interpretazione secondo cui i conflitti etnici sarebbero causati dal capitalismo e sarebbero scomparsi dopo la rivoluzione comunista. Una delle ragioni del limitato antisemitismo esistente all’interno del movimento socialdemocratico nella Germania del tardo XIX secolo è che tutti i fenomeni sociali potevano essere spiegati dalla teoria marxista; i socialdemocratici “non avevano bisogno dell’antisemitismo, altra teoria onnicomprensiva, per spiegare gli avvenimenti della loro vita” (Dawidowicz 1975, 42). I socialdemocratici (e Marx) non analizzavano mai il giudaismo come nazione o come gruppo etnico ma piuttosto come comunità religiosa ed economica (Pulzer 1964, 269).

Pertanto, in teoria, l’antisemitismo e altri conflitti etnici sarebbero scomparsi con l’avvento della società socialista. È possibile che in alcuni casi una tale interpretazione sia effettivamente servita a ridurre l’antisemitismo. Levy (1975, 190) suggerisce che, tra l’elettorato operaio gentile dei socialdemocratici tedeschi, l’antisemitismo era minimizzato dalle attività dei leader del partito e dagli strateghi socialisti, i quali inquadravano i problemi politici ed economici di questo gruppo in termini di conflitto di classe piuttosto che di conflitto ebreo-gentile e si opponevano attivamente a qualsiasi collaborazione con i partiti antisemitici.

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Trotsky e altri ebrei del Partito socialdemocratico operaio russo si ritenevano rappresentanti del proletariato ebraico nell’ambito del più ampio movimento socialista (si veda nota 4), ma erano contrari al programma separatista e nazionalista del Bund ebraico russo. Arthur Liebman (1979, 122-123) sostiene che questi socialisti assimilazionisti concettualizzavano coscientemente una società postrivoluzionaria in cui il giudaismo esisterebbe, ma con una ridotta rilevanza sociale: “Per loro, la soluzione definitiva del problema ebraico sarebbe una società socialista internazionalista che non prestasse attenzione alle distinzioni tra ebrei e non ebrei. Per affrettare la creazione di una tale società, si rendeva necessario, secondo questi socialisti assimilazionisti, che gli ebrei considerassero irrilevanti le distinzioni tra loro e i non ebrei.”

Analogamente, dopo la rivoluzione, “Avendo abbandonato le proprie origini e identità, eppure senza trovare, o condividere, o essere pienamente ammessi a partecipare alla vita russa (fatta eccezione per il mondo del partito), i bolscevichi ebrei trovarono la loro casa ideologica nell’universalismo rivoluzionario. Sognavano una società senza stato e classi, sostenuta dalla fede e dottrina marxiste, che trascendesse le particolarità e i fardelli dell’esistenza ebraica” (Levin 1988, 49). Questi individui, insieme a molti ex-bundisti fortemente nazionalisti, finirono per amministrare programmi legati alla vita ebraica nazionale nell’Unione Sovietica. A quanto pare, sebbene respingessero il separatismo radicale ebraico sia dei bundisti che dei sionisti, si aspettavano la continuità della vita nazionale ebraica laica nell’Unione Sovietica (p. es. Levin 1988, 52).

Questa credenza nell’invisibilità del giudaismo in una società socialista si riscontra anche tra i radicali ebrei americani. I socialisti ebrei americani degli anni 1890, per esempio, immaginavano una società in cui la razza non avrebbe avuto alcun ruolo (Rogoff 1930, 115), uno scenario, a quanto pare, in cui gli ebrei e i non ebrei sarebbero rimasti nelle rispettive sfere separate in un movimento operaio basato sul ceto sociale. A ogni modo, non si raggiunse neanche questo grado di assimilazione; questi organizzatori lavoravano in un milieu completamente ebraico e mantenevano forti legami con la comunità ebraica. “Le loro azioni continuavano a essere in contraddizione con la loro ideologia. Più si impegnavano nel compito di organizzare i lavoratori ebrei, più stridenti diventavano nella loro insistenza sull’universalismo socialista” (Liebman 1979, 256-257).

Il divario tra retorica e realtà suggerisce fortemente l’importanza dell’inganno e dell’autoinganno in questo fenomeno. Infatti, questi organizzatori socialisti non abbandonarono mai la loro retorica universalista, ma si opposero attivamente all’integrazione dei loro sindacati nel più ampio movimento operaio americano persino quando, a seguito del calo dell’uso dello yiddish tra i loro membri, non avevano più scuse per non averlo fatto. Nei sindacati, facevano politica etnica per mantenere al potere il loro gruppo etnico (Liebman 1979, 270 segg.), azioni chiaramente in contraddizione con la retorica socialista. Alla fine, l’attaccamento di molti di questi individui al socialismo si indebolì

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e fu rimpiazzato da un forte senso di etnicità e di appartenenza al popolo ebraico (Liebman 1979, 270).

Ne conseguì che la patina di universalismo serviva a coprire il continuo separatismo degli intellettuali e organizzatori politici radicali ebrei:

[Gli intellettuali gentili] non sono neanche accettati del tutto nella compagnia umanista laica dei loro amici ebrei di un tempo. Gli ebrei continuano a insistere in modi indiretti e spesso inspiegabili sulla loro unicità. L’universalismo ebraico nelle relazioni tra ebrei e non ebrei ha qualcosa di falso… Assistiamo tuttora all’anomalia di ebrei laici e atei che scrivono i propri libri di preghiera. Assistiamo a riformatori politici ebrei che troncano i rapporti con i loro partiti locali favoreggianti uno stile di politica etnico e promuovono obiettivi politici apparentemente universali – mentre organizzano i propri club politici che sono talmente ebraici in termini di stile e modi da far sentire a disagio i non ebrei. (Liebman 1973, 158)

L’universalismo può pertanto essere visto come meccanismo per la continuità ebraica attraverso il criptismo o il semi-criptismo. Il radicale ebreo risulta invisibile al gentile come ebreo, evitando pertanto l’antisemitismo, mentre conserva, nascosta, la sua identità ebraica. Lyons (1982, 73) osserva che “la maggior parte dei comunisti ebrei porta la propria ebraicità con molta disinvoltura, ma la sente profondamente. Per la maggior parte, non è un’ebraicità religiosa né istituzionale; ciò malgrado, ha le sue radici in una subcultura di identità, stile, linguaggio, e rete sociale…. In realtà, questa ebraicità di seconda generazione era antietnica, eppure costituiva la punta massima dell’etnicità. L’imperatore si credeva coperto da vesti trans-etniche e americane, ma i gentili vedevano le sfumature e i dettagli della sua nuda etnicità.”

Queste riflessioni indicano un elemento di criptismo – una disgiunzione autoingannatrice tra persona pubblica e privata – “un duplice atteggiarsi, mostrando un volto al mondo esterno e un altro alla tribù” (Horowitz 1997, 42). Ma questa attitudine comporta dei costi. Come fa notare Albert Memmi (1966, 236), “L’ebreo di sinistra paga questa protezione con la sua modestia e anonimità, la sua apparente indifferenza per tutto ciò che riguarda il suo popolo… Come il povero accolto in una famiglia borghese, si pretende da lui che abbia almeno il buon gusto di rendersi invisibile.” A causa della natura della propria ideologia, gli ebrei di sinistra si vedevano costretti a de-enfatizzare questioni specificamente ebraiche quali l’Olocausto e Israele, nonostante le loro forti identificazioni come ebrei (Wisse 1987). È proprio questa caratteristica dei movimenti ebraici di sinistra che risulta più odiosa agli ebrei etnicamenti impegnati (si veda, p. es., Wisse 1987).

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L’identificazione etnica era spesso inconscia, il che suggerisce autoinganno. Nel suo campione di comunisti ebrei americani, Lyons fa notare che,

i dati riscontrati sono pervasi da prove dell’importanza dell’etnicità in generale e dell’ebraicità in particolare. Molti comunisti, per esempio, dichiarano che non avrebbero mai sposato una persona che non fosse di sinistra. Quando si interpellarono gli ebrei in merito a se avrebbero mai sposato una persona non ebrea, molti titubarono, sorpresi dalla domanda, e si trovarono in difficoltà a rispondere. Pensandoci, molti conclusero che avevano sempre dato per scontato il matrimonio con una persona ebrea. L’alternativa non era mai stata presa in considerazione, in particolare tra gli uomini ebrei.

Inoltre, ci furono consapevoli tentativi di inganno volti a rendere invisibile il coinvolgimento ebraico nei movimenti politici radicali, dando una sembianza americana a ciò che in realtà era un movimento prevalentemente ebraico (Liebman 1979, 527 segg.). Sia il Partito socialista sia il CPUSA facevano di tutto per mettere in mostra i leader gentili, e il CPUSA incoraggiava attivamente i suoi membri ebrei ad assumere nomi che potessero sembrare gentili. (Si assistette allo stesso fenomeno in Polonia [si veda sopra] e nell’Unione Sovietica [si veda p. 97].) Nonostante gli ebrei costituissero più della metà degli iscritti sia del Partito socialista sia del CPUSA in alcuni periodi, né l’uno né l’altro aveva mai presentato un ebreo come candidato presidenziale e nessun ebreo ricoprì l’incarico più alto nel CPUSA dopo il 1929. Si reclutavano gentili da luoghi remoti per ricoprire posizioni di alto rilievo nelle organizzazioni socialiste dominate dagli ebrei a New York. Non di rado la dominazione ebraica di queste organizzazioni portava i gentili a dimettersi quando si rendevano conto che il loro era un ruolo di facciata in un’organizzazione essenzialmente ebraica.

Liebman (1979, 561) fa notare che i radicali della nuova sinistra spesso facevano di tutto per ignorare completamente le questioni ebraiche. La nuova sinistra de-enfatizzava l’etnicità e la religione nella sua ideologia, mentre enfatizzava le categorie sociali e questioni politiche quali la guerra del Vietnam e la discriminazione contro i neri – questioni che creavano divisioni tra i bianchi gentili ma erano irrilevanti per l’identità ebraica; per di più, queste questioni non minacciavano gli interessi borghesi ebraici, specialmente il sionismo. L’identità ebraica, benché evidente per i partecipanti, era nascosta dal pubblico. E come si è notato sopra, quando la nuova sinistra cominciò ad adottare posizioni incompatibili con gli interessi ebraici, gli ebrei tendevano a recidere i propri legami con il movimento.

In una straordinaria illustrazione della percepita invisibilità delle dinamiche di gruppo relative al coinvolgimento ebraico nei movimenti politici radicali, Liebman (1979, 167) descrive gli attivisti studenti come completamente ignari del fatto che le loro azioni avrebbero potuto scatenare l’antisemitismo, data la sovrarappresentanza degli ebrei tra gli attivisti. (Liebman dimostra che altri ebrei infatti erano preoccupati che

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le loro azioni provocassero l’antisemitismo.) Dal loro punto di vista, era  un esercizio ben riuscito di criptismo: immaginavano che la loro ebraicità fosse completamente invisibile al mondo esterno, mentre essa continuava a mantenere per loro una significativa importanza soggettiva. Su un piano teorico, questo è un caso emblematico di autoinganno, considerato – in SAID (cap. 8) – come un’essenziale caratteristica dell’ideologia religiosa ebraica e delle reazioni all’antisemitismo.

A ogni modo, sembra che l’inganno sia generalmente fallito, se non per quanto riguarda la nuova sinistra, almeno per la vecchia sinistra. Tra gli intellettuali ebrei e quelli non ebrei nelle organizzazioni della vecchia sinistra radicale, i rapporti erano generalmente tutt’altro che buoni (C. Liebman 1973, 158-159). Alcuni intellettuali gentili erano attratti dal movimento proprio perché dominato dagli ebrei, ma più tipicamente il milieu essenzialmente ebraico si presentava come una barriera (Liebman 1979, 530 segg.). L’impegno ebraico di questi radicali, il loro desiderio di rimanere in un milieu ebraico e i loro atteggiamenti negativi verso la cultura cristiana gentile impedivano loro un efficace reclutamento tra la classe operaia gentile. Come scrisse il padre comunista di David Horowitz in un viaggio attraverso il Colorado negli anni ’30, “Ho la sensazione… di trovarmi in un paese straniero. E ho l’impressione che, salvo arriviamo a conoscere talmente bene la gente di questo paese da non sentirci così, non approderemo a nulla. Temo che la maggior parte di noi non sia veramente ‘patriottica,’ ovvero, profondamente attaccata al paese e alla gente.” Similmente, l’ex-comunista Sidney Hook (1987, 188) osservò che “era come se non avessero radici nella, o conoscenza della società americana che volevano trasformare.” Una situazione analoga si verificò in Polonia, dove perfino gli sforzi dei comunisti ebrei più de-etnicizzati erano osteggiati dai tradizionali atteggiamenti ebraici di superiorità ed estraniamento nei confronti della cultura polacca tradizionale  (Schatz 1991, 119).

Una volta iscrittisi al partito, molti non ebrei erano ripugnati dall’ambiente molto intellettuale e lo lasciarono. Come previsto in base alla teoria dell’identità sociale e all’ipotesi che il radicalismo fosse in fondo una forma laica di giudaismo, ci sono indicazioni di un’atmosfera anti-gentile all’interno di queste organizzazioni: “Era anche presente tra gli intellettuali e i progressisti ebrei una combinazione di ostilità e superiorità verso i gentili” (Liebman 1979, 534). C’era anche un divario etnico tra lavoratori ebrei e neri del Partito comunista, dovuto, perlomeno in parte, a “un atteggiamento missionario e paternalistico” degli organizzatori ebrei (Lyons 1982, 80).

Gli incontri tra neri ed ebrei sembravano sempre caratterizzati dagli ebrei che tendevano la mano ai neri, “aiutandoli”, “insegnando loro”, “guidandoli”. Molti intellettuali neri posero fine alla breve relazione con il Partito comunista, amareggiati non solo dai comunisti ma anche dagli ebrei che, a loro avviso, li avevano trattati in modo condiscendente. “Come si può pretendere che il nero medio della scuola pubblica

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comprenda le esigenze del sistema capitalista in relazione sia all’ebreo sia che al gentile in America… visto che entrambi i gruppi si comportano in modo curiosamente simile ad ariani hitleriani… quando si tratta di gente di colore?” si domandò Langston Hughes, amareggiato dopo un contrasto con dei comunisti ebrei. (Kaufman 1997, 110)

Questo senso di superiorità condiscendente dei radicali ebrei coinvolti nel movimento dei diritti civili è stato identificato come una fonte dell’attuale inasprimento dell’antisemitismo tra gli afroamericani.

 

CONCLUSIONE

È utile cercare di capire l’ultima sorte del giudaismo nelle situazioni in cui la società finì per essere organizzata secondo un’ideologia universalista politicamente radicale. Nell’Unione Sovietica, singoli ebrei “svolgevano un ruolo importante e talvolta determinate nella direzione dei tre principali partiti socialisti,” compresi i bolscevichi (Pinkus 1988, 42; si vedano anche Rothman & Lichter 1982;  Shapiro 1961). Gli ebrei “dominavano” il primo Politburo (Rapoport 1990, 30). (Lenin stesso aveva un nonno materno ebreo [Volkogonov 1995] e avrebbe dichiarato che “un russo intelligente è quasi sempre un ebreo o qualcuno con sangue ebreo nelle vene” [in Pipes 1990, 352].) Gli ebrei costituivano una percentuale maggiore in altri partiti rivoluzionari russi rispetto a quella nel partito bolscevico (Lindemann 1997, 425 segg.). Infatti, ci sono indicazioni di uno scisma ebreo-gentile tra i bolscevichi e i menscevichi, maggiormente internazionalisti e nelle cui file militava una percentuale di ebrei molto più alta. (Si ricordi anche l’internazionalismo dei bolscevichi ebrei; si veda sopra.) Ciò nonostante, gli ebrei figuravano preminentemente tra i leader bolscevichi e nel movimento bolscevico – “citare il numero assoluto degli ebrei, o la loro percentuale del totale, significa non riconoscere certi fattori decisivi seppure intangibili: l’assertività e le capacità verbali spesso sbalorditive dei bolscevichi ebrei, la loro energia e la loro forza di convinzione” (p. 429). I bolscevichi ebrei erano inoltre più istruiti dei bolscevichi non ebrei e più inclini a essere poliglotti. (Come si è osservato nel capitolo 1, i radicali americani ebrei erano molto intelligenti, diligenti, impegnati e socialmente ambiziosi – caratteristiche che contribuivano indubbiamente al successo delle loro organizzazioni.) Dei i sette leader più importanti, quattro erano ebrei etnici (senza contare Lenin, il quale – come nota Lindemann – era un quarto ebreo e perciò sufficientemente ebreo da essere ritenuto sospetto nella Germania nazista; Lenin era considerato da molti un ebreo), come pure circa un terzo dei primi cinquanta leader.

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Inoltre, Lindemann fa notare che diversi dei più importanti gentili nel movimento bolscevico potrebbero essere classificati come “giudaizzati non ebrei” – “un termine che, liberato dalle sue connotazioni sgradevoli, potrebbe essere usato per enfatizzare un punto spesso trascurato: anche in Russia c’erano dei non ebrei, bolscevichi o meno, che rispettavano gli ebrei, li lodavano abbondantemente, li imitavano, avevano a cuore il loro benessere, e instauravano con loro amicizie o relazioni romantiche” (p. 433). Lenin, per esempio, “lodava apertamente e ripetutamente il ruolo degli ebrei nel movimento rivoluzionario; era uno dei più inflessibili e lineari del partito nelle sue denunce dei pogrom e dell’antisemitismo in generale. Dopo la rivoluzione, ricusò la sua precedente opposizione al nazionalismo ebraico, accettando che sotto il regime sovietico la nazionalità ebraica fosse legittima. Sul letto di morte, Lenin parlò caldamente del menscevico ebreo Julius Martov, per il quale nutriva sempre un particolare affetto personale nonostante le loro forti divergenze ideologiche.”

Alludendo all’importante opera di Paul Johnson (1988), Lindemann segnala il ruolo “fondamentale” di Trotsky nella progettazione e nella conduzione dell’insorgenza bolscevica e il suo ruolo di “brillante dirigente militare” nella creazione dell’Esercito Rosso come forza militare (p. 448). Inoltre, molti tratti della sua personalità sono stereotipicamente ebraici:

Se si accetta che l’antisemitismo sia stato motivato fortemente dall’ansia e dalla paura, distinte dal disprezzo, allora la misura in cui Trotsky diventò fonte di preoccupazione tra gli antisemiti è significativa. Anche qui, le parole di Johnson sono suggestive: questi scrive del “potere demoniaco” – lo stesso termine, il che è rivelatore, usato ripetutamente da altri in relazione all’oratoria di Zinoviev o alla spietatezza di Uritsky.91 La sconfinata sicurezza in sé di Trotsky, la sua famigerata prepotenza, e il suo senso di superiorità erano altri tratti spesso associati agli ebrei. Su Trotsky e altri bolscevichi c’erano sì delle fantasie, ma c’erano pure delle realtà su cui crescevano le fantasie. (p. 448)

Vaksberg (1994) offre una presentazione particolarmente interessante. Egli fa notare, per esempio, che in un fotomontaggio dei leader bolscevichi realizzato nel 1920, 22 su 61 erano ebrei, “e l’immagine non includeva Kaganovich, Pyatniksky, Goloschchekin, e tanti altri che facevano parte della cerchia dirigente e la cui presenza su quella pagina dell’album avrebbe incrementato ulteriormente la percentuale degli ebrei” (p. 20). Oltre all’enorme sovrarappresentanza degli ebrei a questi livelli, tra i leader non ebrei (p. 49) c’era “una pletora di mogli ebree”, il che deve aver intensificato l’atmosfera ebraica dei più alti gradi del governo, dato che tutti, Stalin in particolare, sembravano

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piuttosto attenti all’etnicità. (Lo stesso Stalin fece di tutto per scoraggiare il matrimonio di sua figlia con un ebreo e disapprovava altri matrimoni ebreo-gentili [Vaksberg 1994, 139].) Da parte loro, gli antisemiti accusavano gli ebrei di aver “impiantato quelli della propria categoria come mogli e mariti di personalità  ufficiali e influenti” (in Kostyrchenko 1995, 272; corsivo nel testo). Questo punto corrisponde bene con la descrizione dei gentili bolscevichi come “non ebrei giudaizzati” offerta da Lindemann.

Tra i gentili russi era diffusa la percezione che “mentre tutti gli altri erano usciti in perdita dalla Rivoluzione, gli ebrei, e solo loro, se ne erano giovati” (Pipes 1993, 101), come indicato, per esempio, dalle misure ufficiali da parte del governo sovietico contro l’antisemitismo. Come nel caso della Polonia del secondo dopoguerra, gli ebrei erano considerati sostenitori affidabili del regime per via dell’enorme cambiamento del loro status apportato dalla rivoluzione (Vaksberg 1994, 60). Di conseguenza, l’immediato periodo postrivoluzionario era caratterizzato da un intenso antisemitismo, inclusi i numerosi pogrom condotti dall’Esercito bianco. Tuttavia, Stalin “decise di distruggere il ‘mito’ del ruolo decisivo degli ebrei nella progettazione, organizzazione e realizzazione della rivoluzione” e di sottolineare il ruolo dei russi (Vaksberg 1994, 82). Così come gli apologisti ebrei contemporanei, Stalin aveva interesse a minimizzare il ruolo degli ebrei nella rivoluzione, ma per motivi diversi.

Gli ebrei erano fortemente sovrarappresentati tra l’élite politica e culturale nell’Unione Sovietica durante gli anni ’20 (Ginsberg 1993, 53; Horowitz 1993, 83; Pipes 1993, 112) e, difatti, fino agli anni ’50 inoltrati, epoca delle epurazioni degli ebrei dall’élite economica e culturale (Kostyrchenko 1995).92 Io interpreto la tesi di Vaksberg (1994) su Stalin come un’insinuazione che Stalin fosse un antisemita sin dagli esordi, ma che, a causa della forte presenza di ebrei ai vertici del governo e in molti altri campi della società sovietica, come pure per la necessità di lusingare i governi occidentali, i suoi sforzi per eliminare gli ebrei dagli alti ranghi del governo procedevano solo lentamente, e si vide costretto a ricorrere pesantemente all’inganno. Perciò Stalin univa aperte dichiarazioni di filosemitismo ai provvedimenti contro gli ebrei, e spesso includeva qualche non ebreo per mascherare l’intento antiebraico. Per esempio, poco prima di una serie di processi in cui 11 dei 16 imputati erano ebrei, si svolse il processo ampiamente pubblicizzato di due non ebrei accusati di antisemitismo (p. 77). Nei processi degli ebrei, non si accennò all’etnicità ebraica e, con una sola eccezione, si rivolsero agli imputati usando unicamente i loro pseudonimi di partito (che non suonavano ebraici) anziché i loro nomi ebraici. Stalin continuava a elargire onori e premi agli artisti ebrei negli anni ’30, perfino nel mentre che rimuoveva i più alti leader politici ebrei, sostituendoli con dei gentili (si veda anche Rubenstein 1996, 272).

La campagna per rimuovere gli ebrei dagli incarichi amministrativi nell’establishment culturale risale  addirittura al 1942, sempre accompagnata da premi e onori conferiti a

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prestigiosi scienziati e artisti ebrei al fine di schivare accuse di antisemitismo. Il pieno antisemitismo promosso dallo Stato emerse nel secondo dopoguerra, con tanto di limitazioni numeriche delle ammissioni universitarie degli ebrei ben più severe di quelle esistenti ai tempi dello zar. Tuttavia, non si trattava solo dell’antisemitismo personale di Stalin; piuttosto, l’antisemitismo era motivato da preoccupazioni molto tradizionali inerenti agli ebrei, legate alla dominazione economica e culturale e alla lealtà. Kostyrchenko (1995) fa notare che i russi che cercavano di soppiantare gli ebrei nell’élite sovietica costituivano una delle maggiori fonti di pressione su Stalin. Si assistette a epurazioni di élite sproporzionatamente ebraiche nel giornalismo, nelle arti, nelle facoltà accademiche di storia, pedagogia, filosofia, scienze economiche, medicina e psichiatria, e negli istituti di ricerca scientifica in ogni campo delle scienze naturali. Ci furono anche delle epurazioni diffuse di ebrei ai più alti livelli di gestione e di ingegneria in ogni settore dell’economia. Gli intellettuali ebrei erano rappresentati come “cosmopoliti senza radici”, non solidali con la cultura nazionale russa, ed erano considerati sleali a causa del loro aperto entusiasmo per Israele e dei loro stretti rapporti con gli ebrei americani.

Gli ebrei erano anche molto sovrarappresentati come leader negli altri governi comunisti nell’Europa orientale nonché nei movimenti rivoluzionari comunisti in Germania e in Austria tra il 1918 e il 1923. Nel breve corso dell’amministrazione comunista in Ungheria nel 1919, il 95 percento delle figure più importanti nel governo di Bela Kun era costituito da ebrei (Pipes 1993, 112). Questo governo aveva vigorosamente eliminato i controrivoluzionari prevalentemente gentili, e la lotta che ne seguì portò all’esecuzione della maggior parte della dirigenza ebraica del governo comunista – una lotta con chiare connotazioni antisemitiche. Inoltre, gli agenti ebrei al servizio dell’Unione Sovietica figuravano in modo prominente nei partiti comunisti occidentali: “Anche tra le varie fazioni, spesso in violenta rivalità, dei nascenti partiti comunisti dell’Occidente, la questione degli ‘ebrei stranieri, agli ordini di Mosca’ diventava una questione scottante. Continuava a essere per lo più un tabù tra le file socialiste riferirsi agli agenti di Mosca come ebrei, ma l’implicazione era spesso che tali ebrei stranieri stessero distruggendo il socialismo occidentale” (Lindemann 1997, 435-436).

Gli ebrei pertanto riuscirono a conquistare posizioni di prominenza in queste società nella prime fasi, ma alla lunga, l’antisemitismo nell’Unione Sovietica e in altre società comuniste dell’Europa dell’Est diventò un fenomeno ben noto e un’importante causa politica tra gli ebrei americani (Sachar 1992; Woocher 1986). Come si è visto, Stalin ridusse gradualmente il potere degli ebrei nell’Unione Sovietica, e l’antisemitismo fu un fattore importante nel declino degli ebrei che ricoprivano posizioni di dirigenza nei governi comunisti dell’Europa dell’Est.

I casi dell’Ungheria e della Polonia sono particolarmente interessanti. Dato il ruolo dei comunisti ebrei nella Polonia postbellica, non sorprende che si sia sviluppato un movimento antisemitico che infine cacciò dal potere ‘la Generazione’ (si veda

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Schatz 1991, 264 segg.). Dopo il discorso di destalinizzazione di Nikita Khrushchev del 1956, il partito si divise in una fazione ebraica e una antiebraica, con quest’ultima che denunciava l’eccessivo numero  di ebrei ai vertici.  A detta di un leader della fazione antiebraica, la preponderanza degli ebrei “fa sì che la gente odii gli ebrei e diffidi del partito. Gli ebrei alienano la gente dal partito e dall’Unione Sovietica: sono stati offesi i sentimenti nazionali, ed è dovere del partito adeguarsi alle richieste affinché i polacchi, e non gli ebrei, occupino le posizioni più importanti in Polonia” (in Schatz 1991, 268).  Lo stesso Khrushchev appoggiò una nuova linea politica con il suo commento “Avete già troppi Abramovich” (in Schatz 1991, 272). Anche questa prima fase delle epurazioni ebraiche era accompagnata da incidenti antisemitici tra il pubblico generale, nonché da appelli affinché i comunisti ebrei che avevano cambiato nome per rendersi meno visibili nel partito si rivelassero. In seguito a questi cambiamenti oltre la metà degli ebrei polacchi scelse di emigrare in Israele tra il 1956 e il 1959.

Si assistette a un drammatico incremento dell’antisemitismo verso la fine degli anni ’60. Gli ebrei subirono un lento declassamento di status e i comunisti ebrei furono incolpati delle disgrazie della Polonia. I protocolli dei savi di Sion circolavano ampiamente tra gli attivisti del partito, studenti, e membri dell’esercito. Le forze di sicurezza, precedentemente dominate dagli ebrei e volte a sopprimere il nazionalismo polacco, erano ora dominate dai polacchi che vedevano gli ebrei “come un gruppo da sottoporre a stretta e costante vigilanza” (p. 290). Gli ebrei vennero rimossi dalle cariche importanti nel governo, nelle forze armate, e nei media. Si tenevano dossier dettagliati sugli ebrei, inclusi i cripto-ebrei che avevano cambiato nome e adottato identità esterne non ebraiche. Così come avevano fatto gli ebrei in precedenza, il gruppo antiebraico creò delle reti per promuovere la propria gente nel governo e nei media. Ora gli ebrei divennero dissidenti e disertori mentre prima avevano dominato le forze statali dell’ortodossia.

Nel 1968 arrivò il “terremoto” con una campagna antisemitica a seguito delle espressioni di giubilo tra gli ebrei per la vittoria di Israele nella Guerra dei sei giorni. Israele prevalse nonostante il sostegno sovietico degli arabi, e il presidente Gomulka condannò la “quinta colonna” ebraica del paese. Il paese fu spazzato da un’ondata di epurazioni degli ebrei e la vita ebraica laica (p. es., le riviste yiddish e le scuole e i campi estivi ebraici) fu essenzialmente smembrata. Questo odio verso gli ebrei era chiaramente una conseguenza del ruolo ricoperto dagli ebrei nella Polonia postbellica. Come descritto da un intellettuale, i problemi della Polonia derivavano essenzialmente dal conflitto etnico tra i polacchi e gli ebrei in cui gli ebrei erano appoggiati dai russi. I problemi erano dovuti a “l’arrivo nel nostro paese… di certi politici vestiti in uniformi da ufficiale, i quali poi pretendevano che solo loro – i Zambrowski, i Radkiewicz, i Berman – avessero il diritto al comando, al monopolio sul decidere cosa fosse vantaggioso per la nazione polacca.” La soluzione sarebbe arrivata ad avvenuta rettifica dell’“anormale composizione etnica” della società (in Schatz 1991, 306, 307).

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Gli ebrei rimasti, “sia come collettività sia come individui… erano bersagliati, diffamati, ostracizzati, umiliati, minacciati e intimiditi con impressionante intensità e… malignità (p. 308). La maggior parte abbandonò la Polonia per Israele e fu costretta a rinunciare alla cittadinanza polacca. Lasciò dietro di sé solo poche migliaia di ebrei, per lo più anziani.

Il caso dell’Ungheria è completamente analogo a quello della Polonia sia nelle origini del trionfo degli ebrei comunisti sia nella loro sconfitta subita alla fine per mano di un movimento antisemita. Nonostante sia stato dimostrato che Stalin era antisemita, egli insediò dei comunisti ebrei come leader della sua impresa volta a dominare l’Ungheria dopo la seconda guerra mondiale. Il governo era “completamente dominato” dagli ebrei (Rothman & Lichter 1982, 89) – una percezione diffusa tra il popolo ungherese (si veda Irving 1981, 47 segg.). “Gli spiritosi di Budapest spiegavano la presenza di un singolo gentile tra i leader del partito sostenendo che ci voleva un ‘goy’ per accendere le luci il sabato” (Rothman & Lichter 1982, 89). Il Partito comunista ungherese, appoggiato dall’Esercito rosso, torturava, imprigionava e giustiziava i leader politici dell’opposizione e altri dissidenti e sfruttava l’economia ungherese a vantaggio dell’Unione Sovietica. Crearono pertanto una situazione analoga a quella della Polonia: gli ebrei furono insediati dai loro padroni russi come ideale strato intermedio tra un’élite regnante straniera sfruttatrice e una popolazione autoctona sottomessa. Gli ebrei erano visti come gli artefici della rivoluzione comunista che ne avevano beneficiato di più. Gli ebrei costituivano quasi tutta l’élite del partito, ricoprivano le più alte posizioni nelle forze dell’ordine e dominavano i ruoli dirigenziali in tutta l’economia. Non solo i funzionari comunisti e i dirigenti economici ebrei erano economicamente dominanti, sembrava anche che abbiano goduto di un accesso pressoché illimitato alle donne gentili che lavoravano per loro – in parte a causa della povertà in cui la stragrande maggioranza della popolazione era ridotta, e in parte per specifici programmi governativi mirati a sovvertire i costumi sessuali tradizionali, pagando, per esempio, perché le donne avessero figli illegittimi (si veda Irving 1981, 111). La dominazione della burocrazia ungherese comunista ebraica, pertanto, sembra aver avuto delle connotazioni di dominazione riproduttiva e sessuale dei gentili, in cui gli ebrei potevano godere di uno sproporzionato accesso sessuale alle donne gentili.

Come indicazione dell’abisso tra governante e governato in Ungheria, uno studente commentò: “Prendi l’Ungheria: Chi era il nemico? Per Rákosi [leader ebreo del Partito comunista ungherese] e la sua banda il nemico eravamo noi, il popolo ungherese. Credevano che gli ungheresi fossero fascisti per natura. Questo era l’atteggiamento dei comunisti ebrei, il gruppo di Mosca. Non nutrivano altro che disprezzo per il popolo”  (in Irving 1981, 146). Il commento illustra un tema della questione di lealtà discussa in SAID (cap. 2): La slealtà ebraica nei confronti della gente tra cui vivevano era spesso esacerbata dall’antisemitismo, a sua volta legato ad altre fonti comuni di antisemitismo.

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L’etnicità, inoltre, continuava a essere un fattore importante nel periodo postrivoluzionario malgrado la sua irrilevanza teorica. Quando i funzionari ebrei volevano penalizzare un agricoltore che non aveva raggiunto la sua quota, mandavano zingari a spogliare l’agricoltore della sua proprietà poiché gli altri abitanti non avrebbero partecipato alla distruzione di un consimile (Irving 1981, 132). Qui i funzionari del partito approfittavano dello stesso principio adottato da Stalin e altri governanti stranieri, ovvero l’avvalersi degli ebrei come strato sfruttatore tra se stessi e la popolazione autoctona sottomessa: le etnie straniere sono relativamente disposte a sfruttare gli altri gruppi. Non c’è da meravigliarsi pertanto che la rivolta ungherese del 1956 comprendesse elementi del pogrom antisemitico tradizionale, come indicato dagli atteggiamenti antiebraici tra i rifugiati dell’epoca. A questo riguardo, la rivolta non era dissimile a molti pogrom antisemitici verificatisi nelle società tradizionali quando il potere dell’élite governante straniera diminuì (si veda SAID, cap. 2; PTSDA, cap. 5).

Come per tutti gli esperimenti di vita, è possibile che l’ideologia universalista e la struttura politica di sinistra possano non raggiungere gli esiti voluti dai loro sostenitori ebrei.93 In base ai dati qui presentati, l’insuccesso conclusivo del radicalismo politico nel tutelare gli interessi ebraici risulta un importante fattore dell’abbandono, da parte degli ebrei, dei movimenti radicali o dei tentativi di combinare il radicalismo con un’identità ebraica aperta e un impegno verso gli interessi ebraici. A lungo termine, sembrerebbe che le ideologie di universalismo in presenza di una coesione di gruppo e di identità continuate non siano un meccanismo efficace per combattere l’antisemitismo.

Col senno di poi, la promozione ebraica di strutture sociali fortemente collettiviste quali il comunismo e il socialismo si è rivelata una strategia inefficace per il giudaismo in quanto strategia evolutiva di gruppo. Il giudaismo e il socialismo statalista e burocratico non sono ovviamente incompatibili, e si è visto che gli ebrei riuscirono a conquistare una posizione politica e culturale predominante nelle società socialiste come pure nelle società più individualiste. Tuttavia, la struttura fortemente autoritaria e collettivista di queste società consente anche un’istituzionalizzazione molto efficace dell’antisemitismo, laddove la predominanza ebraica all’interno della società – nonostante un alto grado di criptismo – arrivi a essere percepita negativamente.

Per di più, la tendenza di queste società a sviluppare una monocultura politica implica che il giudaismo possa sopravvivere solo ricorrendo al semi-criptismo. Come osserva Horowitz (1993, 86), “La vita ebraica è ridotta quando l’opposizione creativa tra sacro e laico, o tra Chiesa e Stato, è vista come costretta a sottomettersi a un insieme superiore di valori politici. Gli ebrei soffrono, il loro numero cala, e l’immigrazione diventa una soluzione di sopravvivenza quando lo Stato esige l’integrazione in una corrente maggioritaria nazionale, un universale religioso definito da una religione di Stato o quasi.” Alla lunga, l’individualismo radicale tra gentili e la frammentazione della cultura gentile offrono un ambiente più idoneo al giudaismo come

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strategia evolutiva di gruppo, e infatti ciò rappresenta un’importante direzione dell’attuale attività intellettuale e politica ebraica (si vedano capp. 5-7).

In questo contesto, è interessante che molti intellettuali ebrei neoconservatori negli Stati Uniti di oggi abbiano respinto le ideologie stataliste e corporativiste come diretta conseguenza del riconoscimento del fatto che queste ideologie sono sfociate nell’antisemitismo corporativista di sponsorizzazione statale. Infatti, si possono ricondurre gli inizi del movimento neoconservatore ai processi di Mosca degli anni ’30 in cui molti dei vecchi bolscevichi, Trotsky incluso, vennero condannati per tradimento. Si formò di conseguenza un movimento di sinistra antistalinista, gli Intellettuali di New York, parte del quale si sarebbe gradualmente trasformata gradualmente nel neoconservatorismo (si veda cap. 6). Il movimento neoconservatore si è mostrato strenuamente anticomunista e si è opposto alle politiche delle quote etniche e dell’azione positiva negli Stati Uniti – politiche che precluderebbero chiaramente la concorrenza libera tra ebrei e gentili. Parte dell’attrattiva esercitata dal neoconservatorismo sugli ebrei si riscontra nella sua compatibilità con il sostegno a Israele in un periodo in cui i paesi del Terzo Mondo, appoggiati dalla maggioranza degli americani di sinistra, erano fortemente antisionisti (Rothman & Lichter 1982, 105). Molti intellettuali neoconservatori erano stati in precedenza ardenti sostenitori della sinistra, e la scissione tra questi ex alleati scatenò un’intensa faida intestina.

Allo stesso modo, da parte degli intellettuali converso c’era una tendenza a una prospettiva libertaria e individualista in seguito all’antisemitismo corporativista di sponsorizzazione statale e statalista durante l’epoca dell’Inquisizione. Castro (1971, 327 segg.) sottolinea la corrente libertaria, anarchica, individualista, e anti-corporativista del pensiero converso, e lo attribuisce al fatto che i converso erano oppressi da uno stato corporativista e liberticida. Questi intellettuali, oppressi dalle leggi sulla purezza del sangue e dalla stessa Inquisizione, sostenevano che “Dio non distingueva tra un cristiano e un altro” (Castro 1971, 333).

Quando un esperimento di ideologia e struttura politica fallisce, ne viene lanciato un altro. Dall’Illuminismo in poi, il giudaismo non costituisce un movimento unificato e monolitico. Il giudaismo consiste in una serie di esperimenti di vita, e dall’Illuminismo, ci sono stati vari esperimenti di vita ebraici. Chiaramente non sono mancati dissidi tra gli ebrei su come meglio raggiungere i loro obiettivi durante questo periodo, e sicuramente gli interessi dei radicali ebrei erano talvolta in conflitto con gli interessi degli ebrei benestanti (spesso i loro datori di lavoro [Levin 1977, 210]). La natura volontaria dell’associazione ebraica dall’Illuminismo in poi ha portato a un relativo sgretolamento del giudaismo, con individui ebrei attratti da diversi “esperimenti di vita ebraici.” In questo senso, il radicalismo ebraico deve essere considerato come una tra varie soluzioni al problema dello sviluppo di un giudaismo attuabile nel periodo postilluministico, insieme a sionismo, neo-ortodossia, giudaismo conservatore, giudaismo riformato, neoconservatorismo e giudaismo come religione civica. Nel seguente capitolo

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vedremo come la psicoanalisi ha svolto un ruolo analogo tra un gran numero di intellettuali ebrei.

Karl Marx: o patriarca da esquerda judia ?

Karl Marx: o patriarca da esquerda judia ?

O livro de Kevin MacDonald intitulado The Culture of Critique (CofC) deveria ser revisado para focalizar Karl Marx, o fundador do primeiro movimento intelectual e político dos judeus de âmbito mundial? Sendo o criador judeu do socialismo “científico”, ele deu início à crítica radical da sociedade europeia que se estende ao século XXI. Embora o CofC aborde especificamente os movimentos intelectuais e políticos judaicos do século XX, ele certamente poderia ter ampliada sua compreensão da esquerda judaica, se Marx pudesse ser incluído no seu quadro teórico como o fundador dos movimentos intelectuais e políticos que tanto orientaram a esquerda judia no século XX.

A primeira questão a ser levantada é se Marx se reconhecia como dirigente judeu de um movimento intelectual e político de judeus. O CofC de Kevin MacDonald indica os passos a seguir para a solução do problema. Examinemos detidamente as indicações de Kevin MacDonald.

A metodologia de Kevin MacDonald é bastante objetiva. O primeiro passo consiste em “identificar movimentos influentes sob direção judaica, quaisquer sejam, não importando se todos ou a maioria dos judeus participassem deles”. O segundo passo consiste em “determinar se os participantes judeus se assumiam como judeus e se, por tal participação, buscassem atender a interesses judeus”. [i] Depois, então, discutiremos a influência e o impacto desses movimentos na Europa e nos Estados Unidos.

Em vista desses critérios de Kevin MacDonald, acreditamos em que o socialismo científico de Marx atenda aos dois quesitos.

Em primeiro lugar, Marx teve participação direta na criação das principais organizações de esquerda no século XIX. A maioria das primeiras organizações socialistas sofreram influência direta de Marx, quais sejam: a Liga Comunista, cofundada por Marx e Engels em 1847; o Partido Social-Democrático da Alemanha, fundado em 1863; o Partido Socialista Trabalhista da América, fundado em 1876; o Partido dos Trabalhadores Franceses, cofundado pelo genro de Marx, Paul Lafargue, em 1880; e a Federação Social-Democrática Britânica, fundada em 1881. A maioria dessas organizações moldaria a vida política da Europa e dos Estados Unidos no século XX.

Aquele que foi o sabatigói [N.T.: no original: Shabbos Goy] de Marx por longo tempo, Engels, reconheceu a preponderância dos judeus nos movimentos esquerdistas do século XIX:

Ademais, temos para com os judeus uma dívida de gratidão. Sem falar de Heine e Böme, Marx era de pura origem judia; Lassalle era judeu. Muitos entre os melhores da nossa gente são judeus. Meu amigo Victor Adler, que agora está cumprindo pena numa prisão em Viena por sua devoção à causa do proletariado; Eduard Bernstein, o editor da publicação londrina  Sozialdemokrat, Paul Singer, um dos melhores homens no Reichstag —essas pessoas deixam-me orgulhoso por sua amizade, e todos eles são judeus! Eu mesmo fui considerado judeu pelo [semanário conservador] Gartenlaube. Na verdade, se eu tivesse de escolher, preferiria ser um judeu a ser um “Herr von” ! [ii]

Em 1911, o sociólogo Robert Michels chamou atenção para a “abundância de judeus na direção dos partidos socialistas e revolucionários”:

Sobretudo na Alemanha, a influência dos judeus tem sido evidente no movimento dos trabalhadores. Os dois primeiros grandes capitães, Ferdinand Lassalle e Karl Marx, eram judeus, bem assim como o contemporâneo deles Moses Hess. O primeiro eminente político da velha escola a abraçar o socialismo, Johann Jacoby, era judeu. Também Karl Höchberg, um idealista, seu pai era rico comerciante de Francoforte, fundador da primeira revista socialista publicada em língua alemã. Paul Singer, que quase sempre presidia os congressos socialistas alemães, era judeu. Entre os 81 deputados socialistas mandados ao Reichstag na penúltima eleição geral, havia nove judeus. Este número é extremamente alto, comparado com a percentagem de judeus na população da Alemanha, com o total de trabalhadores judeus e com o número de judeus no Partido Socialista. [iii]

Em segundo lugar, longe de ser um etnomasoquista antissemita, Karl Marx identificava-se fortemente como judeu e estava muito envolvido com a comunidade judaica:

Com os judeus e a judaicidade, Marx sempre manteve laços positivos. Entre seus amigos mais próximos estavam os judeus Heinrich Heine and Ludwig Kugelmann; por certo tempo privou com Moses Hess e ajudou o ex-comunista de Colônia Abraham Jacoby a emigrar para os Estados Unidos (onde ele se tornou um médico influente). [iv]

Fato indicando forte identificação judaica é que, quando Jacoby militava pela revolução na Europa, sua agenda era a “emancipação” judaica, — a naturalização e eleitoralização dos judeus. Como no caso de Marx, seus associados mais próximos também tinham forte senso de identidade grupal judaica. Eles compartilhavam objetivos, crenças e compromissos em pró da emancipação dos judeus.

A persistente crítica de Marx contra as sociedades europeias resultava dos sentimentos de sua marginalização. Ele era etnicamente judeu, fora criado numa família liberal judia conforme os valores do Iluminismo. Seu pai abraçou o universalismo iluminista por causa da marginalidade dos judeus na sociedade europeia. Em consequência de sua marginalidade social, Marx tornou-se hostil à cultura e aos valores europeus. Reagindo a isso, ele construiu uma identidade social judia positiva, retratando o comportamento judeu balizado pelo ganho financeiro como motivo de orgulho étnico, não como conduta a ser demonizada. Conforme Marx, a emancipação dos judeus não implicaria a dissolução de sua identidade étnica, antes seria resultado da futura condição proletário-comunista ou, mais precisamente, secular, das sociedades europeias, com plena aceitação dos judeus. Ele chegou a acreditar que o judaísmo secular cumpriria papel positivo nas sociedades cristãs europeias. O triunfo mundial do comunismo corresponderia à vitória mundial do judaísmo secular, deixando livres os judeus para a defesa de seus interesses coletivos em sociedades formalmente europeias ainda, mas judaizadas. Nesse particular, Marx não era diferente dos profetas hebreus — que pregavam o domínio israelita do mundo sob a realeza messiânica, a não ser pelo fato de que Marx disfarçava seu particularismo étnico judeu sob a roupagem universalista do Iluminismo liberal.

Em A questão judaica, ele não apenas clamou pela emancipação judaica, como também desafiou o “antissemitismo”. Ele faria a mesma coisa novamente em A sagrada família, publicado em 1844. Esses ensaios foram escritos para refutar Bruno Bauer, para quem a raça judia era “horrorosa” e não teria contribuído com nada para a “construção da modernidade”. [v] Marx acreditava que o preconceito antissemita europeu poderia ser eliminado pela transformação da Europa nas utopias proletário-comunistas, por cuja tolerância poderia o judaísmo continuar a existir. Aparentemente Marx não se iludia ao combater pela emancipação dos judeus, pois ele tinha plena consciência de ser judeu e queria proteger os judeus da perseguição branca por meio do universalismo, em detrimento das maiorias europeias na própria Europa.

Os mais importantes discípulos de Marx ou eram judeus ou eram descendentes de judeus, a exemplo de Adler, Bauer, Bernstein, Luxemburg, Lenin, Trotsky e os membros da Escola de Francforte. Apesar disso, os marxistas judeus aparentemente não ligavam importância à identidade judia de seus membros, pretendendo apresentar a luta pela emancipação judaica como parte da luta contra a sociedade burguesa. Como observou Kevin MacDonald no CofC, os ativistas étnicos judeus escamoteavam sua etnicidade judaica, recrutando não judeus para servir de manequins, que vestiam de linda roupagem para disfarçar o que na realidade era um movimento judeu. Dissimulando sua judaicidade, os dirigentes marxistas puderam promover os interesses judaicos quase sem nenhuma oposição, o que lhes permitiu recrutar mais inocentes úteis entre os góis. Embora o socialismo moderno deva suas origens a um judeu e tenha sido dominado pelos judeus, o movimento atraiu muitos góis, alguns deles se destacaram, como Bebel e Liebknecht. Aliás, quando foi da morte de Marx em 1883, seu maior porta-voz era Engels, um sabatigói.

Marx dizia-se amigo do proletariado, mas suas relações com a comunidade judaica eram estreitas. Como todos os ativistas étnicos judeus, Marx tinha a obsessão de combater o antissemitismo onde quer que se lhe deparasse, mas para não alarmar os góis, esse combate apresentava-se de mistura com a luta contra a sociedade burguesa. O artifício prestava-se a propósito vital, já que assim Marx acobertava sua atitude adversa à sociedade europeia e ainda atraía os não judeus para a nova fé secular judaica — não judeus que também iriam ajudá-lo na luta contra o antissemitismo, como se apenas militassem pela revolução proletária mundial. Enquanto ínfima minoria nas sociedades europeias, os judeus sempre se serviram de não judeus para a consecução de seus objetivos, assim fizeram os marxistas que se valeram do proletariado, assim fazem os neoconservadores que se valem dos conservadores do estabilismo para favorecer Israel.

A análise e a apologética marxistas sempre tiveram por base o “cepticismo e esoterismo científicos”.[vi] Como indica Kevin MacDonald no seu CofC, os ativistas étnicos judeus do século XX comumente lançavam mão dessas táticas mistificatórias. O capitalismo deve atender a requisitos de alto padrão para ser considerado um sistema econômico viável, apesar de sua longa história de sucesso na geração de crescimento econômico, enquanto o comunismo é sempre considerado profícuo, apesar de seus embaraçosos precedentes de estado policial autoritário, pauperização massiva, totalitarismo extremo e catástrofes ambientais. Temos aí dois pesos e duas medidas quanto ao ônus da prova que servem para apresentar o marxismo como um sistema de crenças viável. De igual modo, os apoiantes judeus de Marx argumentam, maliciosamente, que “O socialismo não fracassou, o que fracassou foi o estalinismo, isto é, a ditadura burocrática do partido”. [vii]

A análise econômica de Marx era tão hegelianizante que seus críticos e adeptos não lhe puderam compreender a exata significação. Livros dele como A ideologia alemã e O capital geram ainda controvertidas interpretações. Ele vazava seu discurso em linguagem científica para cobrir suas profecias como o verniz da credibilidade. Por exemplo, o socialismo de Marx era chamado de socialismo “científico”, para que se distinguisse de suas variantes “utópicas”. O fato de apresentar sua versão do socialismo como “científica” indica que o esoterismo da linguagem de Marx era proposital, no que foi imitado pelos epígonos. Na realidade, o socialismo marxiano consistia numa espécie de culto secular da religião judia, cujos princípios dogmáticos não permitiam revisão, mesmo quando confrontados com irrefutáveis evidências em contrário. Até os nossos dias, nenhuma das leis marxistas do desenvolvimento capitalista tornou possível experiências empíricas de falsificação, nem qualquer de suas profecias foi confirmada.

É interessante notar que Franz Boas não foi o primeiro intelectual judeu a submeter a aplicação social do darwinismo a virulenta crítica intelectual; essa honraria cabe a Marx e a seu sabatigói pessoal, Engels. A princípio, eles eram adeptos entusiastas da obra de Darwin A origem das espécies. Acreditavam que a seleção natural corroborava a análise dialético-materialista do desenvolvimento histórico. Entretanto, Marx e Engels chegaram à conclusão de que a teoria de Darwin era “metafisicamente inaceitável”:

Dado que Darwin via a luta na natureza, em grande parte, como luta entre indivíduos, sua teoria pareceu-lhes solapar a própria possibilidade da solidariedade de classe e a eliminação final do conflito humano. […] Na opinião de Marx, a deficiência mais grave da teoria de Darwin residia na ênfase posta sobre o caráter indeterminado e aleatório das mutações, implicando que no mundo para além do reino animal o progresso fosse “puramente acidental e não necessário”, ao contrário do que desejava Marx e exigia a sua teoria (Marx apud Feuer, 1975, p. 121). O Darwinismo ameaçou a fé de Marx e Engels num processo histórico mais propício. [viii]

Em virtude de a biologia darwiniana haver limitado o poder explanatório de sua dialética histórica, Marx and Engels recorreram a causalidades ambientais e subjetivísticas:

Em razão de que outras teorias da evolução, como as de Trémaux e Lamarck, tivessem enfatizado como causas das mutações adaptativas nas espécies ou nas raças a ação direta do meio ambiente ou a resposta automática às necessidades do organismo, tais teorias pareceram mais atraentes para Marx e Engels (como também para Stálin e Lysenko), por darem sanção “científica” para a mundivisão deles. [ix]

A exemplo dos ativistas étnicos judeus que Kevin MacDonald citou no CofC — Boas, Lewontin, Gould etc. — Marx e Engels combateram a aplicação social do darwinismo, porque comprometia sua capacidade de impor a perspectiva ambientalista às sociedades europeias, a partir da qual projetavam a construção de nova raça humana pela manipulação do ambiente conforme as ideias marxistas. Na consecução desse objetivo, os comunistas mataram milhões de dissidentes, sem nenhum escrúpulo, abrindo caminho para o novo homem que fosse criado pelo sistema educacional comunista.

Marx era conhecido por suas tendências ditatoriais, característica que ele compartia com os ativistas étnicos judeus do CofC. No seu pugnaz empenho para conquistar o poder, os judeus foram acusados de autoritarismo pelos seus oponentes. Em 1850, Eduard Müller-Tellering publicou Vorgeschmack in die kuenftige deutsche Diktatur von Marx und Engels, ou A foretaste of the future German dictatorship of Marx and Engels [A pré-estreia da futura ditadura alemã de Marx e Engels], atacando Marx por sua mania de dominação. Os dois tiveram um bate-boca, que Müller-Tellering atribuiu à sede de vingança do “futuro ditador alemão” Karl Marx, motivada pelo fato de ele, Müller-Tellering, haver publicado artigo contra os judeus no próprio jornal de Marx, o Neue Rheinische Zeitung [Nova Gazeta Renana]. Segundo Müller-Tellering, o implacável e vingativo comportamento de Marx resultava da natureza dos judeus, da perversidade deles.

A personalidade autoritária de Marx alienou dele o anarquista Mikhail Bakunin (1814–1876), que escreveu o seguinte:

Todo esse mundo judeu constitui uma só seita exploradora, um tipo de povo-vampiro, um parasito coletivo, voraz, auto-organizado não apenas por sobre as fronteiras dos Estados, mas também por sobre as diferenças de opinião política — esse mundo está, pelo menos em grande parte, à disposição de Marx e dos Rothschilds. Eu sei que os Rothschilds, reacionários como são e continuarão sendo, admiram profundamente os predicados do comunista Marx; e por sua vez o comunista Marx sente-se atraído, por interesse instintivo e respeitosa admiração, pelo gênio financeiro dos Rothschilds. A solidariedade judaica, aquela poderosa solidariedade que se manteve ao longo dos séculos, ligou Marx aos Rothschilds. [x]

Percebe-se aí que Bakunin tinha consciência do grande número de seguidores judeus de Marx — ele sabia que o mundo judaico repartia-se entre Marx e Rothschild. Bakunin rejeitou a ditadura do proletariado de Marx, porque implicava a centralização do poder do Estado, o que levaria ao seu controle por pequena elite. Marx e Bakunin andavam sempre às turras. Bakunin lutava por uma “confederação descentralizada de comunas autônomas”, sendo atacado por Marx, para quem o melhor seria a ditadura do proletariado. Depois do embate entre os comunistas de Marx e os anarquistas de Bakunin, no Congresso de Haia de 1872, Bakunin acabou sendo expulso da Primeira Internacional, por determinação pessoal de Marx.

Assim como os ativistas judeus citados no CofC, Marx combatia na guerra étnica contra as sociedades europeias. O seu socialismo científico ameaçava solapar a moral e as fundações intelectuais da Europa, de sorte que se transformasse numa sociedade secular para suportar indefinidamente a continuação da existência do judaísmo. Por exemplo, em O capital, a sua obra magna, Marx tentou desvelar o funcionamento dos mecanismos internos do modo de produção capitalista na Europa Ocidental, explicando por que ele entraria em colapso sob o peso de suas próprias contradições, preparando o caminho para a revolução proletária. A ditadura do proletariado era visionada como ferramenta de forte dominação, centralizada e autoritária. Quando ela foi imposta aos russos pela elite hostil que assumiu o poder a partir de 1917, teria como consequência a morte de muitos milhões e a opressão política de todos, sendo plausível supor que Marx teria ficado muito feliz se houvesse sido capaz de impor semelhante regime sobre todos os europeus. Embora a defesa que fazem os judeus do universalismo nas sociedades brancas signifique a autodestruição cultural e racial dos próprios brancos, ela enseja as condições ideais para a prosperidade judaica, ao maximizar o controle judaico sobre a população europeia inclusiva e ao minimizar o temor judaico da perseguição antissemítica.

Foi Marx quem assentou as bases ideológicas da principal corrente do ativismo étnico judeu no século XX. No quadro teórico do CofC, a importância de Marx é depreendida de sua condição de fundador judeu de um movimento intelectual e político judeu em meado do século XIX, cuja influência estende-se até o presente. Por exemplo, o mais influente movimento intelectual judeu contemporâneo, a Escola de Francforte, era seita marxista ortodoxa a princípio, mas revisou o marxismo, desviando-o da luta de classes para uma teoria enfatizando o etnocentrismo branco como o problema fundamental e inaugurando o que agora é frequentemente denominado de marxismo cultural.

A conclusão é que o engajamento judeu na esquerda remonta a meado do século XIX e continua exercendo influência no mundo contemporâneo, mostrando-se diante dos europeus como força opositora.


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REFERÊNCIAS

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[ii] ENGELS, Frederick. “On anti-semitism”. Arbeiter-Zeitung, n. 19, 9 MAIO 1890. Disponível em: https://www.marxists.org/archive/marx/works/1890/04/19.htm

[iii] MICHELS, Robert. Political Parties. p. 246.

[iv] SEIGEL, Jerrold. Marx’s Fate. p.114.

[v] MARX, Karl; ENGELS, Frederick. “The Holy Family.” Marxists.org, 2019. Disponível em: www.marxists.org/archive/marx/works/1845/holy-family/ch04.htm.

[vi] MACDONALD, Kevin. Culture of Critique. p. 122.

[vii] MANDEL, Ernest. The Roots of the Present Crisis in the Soviet Economy (1991). Disponível em: <https://www.marxists.org/archive/mandel/1991/xx/sovecon.html>.

[viii] KAYE, Howard. Social Meaning of Modern Biology. p. 25.

[ix] KAYE, loc. cit. .

[x] DRAPER, Hal. Karl Marx’s Theory of Revolution, v. 4, p. 596.

 

Fonte: The Occidental Observer. Autor: Ferdinand Bardamu. Título original: Karl Marx: founding father of the jewish left ? Data de publicação: 4 de janeiro de 2020. Versão brasilesa: Chauke Stephan Filho.

Ucrânia: a instável aliança de nacionalistas com oligarcas judeus

A principal versão da mídia ocidental sobre a situação na Ucrânia “informa” que o “povo ucraniano” libertou-se do malvado e corrupto governo de [Víktor Fédorovych] Yanukóvytch. A participação de nacionalistas na derrubada do governo e a presença deles no novo governo têm sido minimizada. Organizações judaicas e escritores judeus “garantiram” ao The NY Times que não era verdade o que Putin dizia sobre o “incipiente fascismo e o antissemitismo” do novo governo. Eles asseveram que as denúncias de Putin não passam de desavergonhada manobra para dissimular a agressão russa.

O que aconteceu com a inveterada fobia que liberais e judeus sentem por gente branca e nacionalista, como aquela que, por exemplo, cumpriu papel tão proeminente na Revolução da Praça Maidan?

Contestando tudo isso, o LA Times publicou na sua página de opinião artigo de um acadêmico liberal dos mais convencionais, Robert English, diretor da Escola de Relações Internacionais da Universidade do Sul da Califórnia (Ukraine’s threat from within: Neofascists are as much a menace to Ukraine as Putin’s actions in Crimea) [Ucrânia: a ameaça interna: neofascistas são mais perigosos do que Putin na Crimeia]. A proposição básica do Prof. English é que a participação decisiva dos nacionalistas ucranianos no novo governo infunde justificado medo nos etnorrusos da Ucrânia.

A moda agora é falar que o presidente russo, Vladimir Putin, é um paranoico sem contato com a realidade. Mas a denúncia dele contra os “radicais neofascistas” que derrubaram o governo anterior ucraniano e que agora estão nas fileiras do novo governo é digna de crédito. O empoderecimento dos extremistas nacionalistas da Ucrânia não representa ameaça menor para o futuro do país do que as manobras de Putin na Crimeia. Essa gente odienta tem uma ideologia repugnante.

Veja-se o caso do partido Svoboda, que conquistou cinco posições importantes no novo governo, incluindo os cargos de primeiro-ministro, ministro da Defesa e procurador-geral. O Svoboda bate-se pela abolição do estatuto autonômico que protege os russos na Crimeia. Isso inclui degradar o status da língua russa pelo voto no parlamento. Para os milhões de russos étnicos, essas são provocações odiosas e superlativamente estúpidas, em se tratando das medidas iniciais do novo governo no país dividido.

Esses movimentos, mais do que a propaganda russa, suscitam grande inquietação na Crimeia. […]

O Svoboda, o Setor da Direita e outras organizações da extrema-direita […]  compõem-se de legiões de jovens abandidados que exibem símbolos alusivos à suástica. Seus chefes exaltam muitos aspectos do Nazismo e prestam culto à figura de Stepan Bandera, o capitão dos nacionalistas ucranianos na Segunda Guerra Mundial, cujas tropas colaboraram com Hitler e massacraram milhares de poloneses e judeus.

Essa coonestação do passado assusta, mas os planos desses partidos para o futuro assustam ainda mais. Eles defendem abertamente que o ensino da língua russa nas escolas seja proibido, que o direito à cidadania só se reconheça àqueles aprovados em exame de língua e cultura ucranianas, que apenas os ucranianos possam adotar órfãos e que os passaportes identifiquem a etnia de seus titulares: ucraniana, polonesa, russa, judaica ou qualquer outra.

Vemos novamente aí a natureza perversa de muitos nacionalismos europeus. Tom Sunic vinha nos advertindo reiteradamente sobre isso. Os movimentos antirrussos estão especialmente equivocados, dada a enorme superioridade militar russa e o caráter inaceitável, aos olhos da Rússia, da adesão da Ucrânia à OTAN e à União Europeia. Certamente a lembrança do genocídio no período soviético mantém-se muito viva na memória dos nacionalistas ucranianos — o que se compreende, embora os russos possam argumentar que não eram eles os detentores do poder no governo soviético aquando do genocídio, e que os próprios etnorrussos estiveram entre as primeiras vítimas do regime soviético; além disso, como observa Andrew Joyce, os nacionalistas ucranianos sabem muito bem da histórica opressão econômica judaica e do envolvimento judaico no genocídio ucraniano dos anos trintas.

Apesar de todo esse nhenhenhém, o nacionalismo ucraniano, se fosse racional, combateria pela partição do país segundo linhas étnicas, em vez de reclamar soberania em áreas como a Crimeia, atualmente região habitada majoritariamente por etnorrussos; evidentemente os russos não iriam querer fazer parte da União Europeia, que se bate pela dissolução de todas as identidades nacionais.

Continua o Prof. English:

Será tão difícil entender a perplexidade dos russos à vista dos oficiais americanos (como o Sen. John McCain e a subsecretária de Estado, Victoria Nuland) que flertam com extremistas denunciados por antissemitismo, xenofobia e até mesmo neonazismo por numerosas organizações de defesa dos direitos humanos? Eles batem autofotos e distribuem pastéis entre os chefes dos protestos, cujos bangalafumengas distribuem nesse mesmo momento, em plena Praça da Independência, exemplares de Os protocolos dos sábios de Sião: isso não deveria chocar? Se nalguma rara situação alguém mostra preocupação com esses extremistas, o problema é logo minimizado com o chavão de que “Sim, o governo não é perfeito, mas logo os moderados prevalecerão”.

Aparentemente os neoconservadores tais quais McCain e Nuland (bem como a elite ocidental de forma geral) veem a presença dos nacionalistas ucranianos como problema superável, a julgar pela hostilidade deles para com todo nacionalismo (à exceção do nacionalismo judeu em Israel). É claro que eles devem ter se equivocado nesse particular e acabaram abocanhando mais do que podem engolir. Israel Shamir descreve os eventos como “Revolução Parda”. Segundo ele, a Ucrânia “foi tomada por uma coalizão de ucranianos ultranacionalistas e oligarcas judeus (principalmente)”, que enriqueceram pilhando a Ucrânia: “Durante anos, os oligarcas despojaram a Ucrânia, remetendo para bancos ocidentais toda a riqueza que extraíam, o que levou a Ucrânia até a beira do abismo”.

Essa coalizão de nacionalistas com oligarcas parasitários, principalmente judeus, é instável, para dizer o mínimo. O Prof. English erra ao escrever como se os nacionalistas tivessem logrado seus objetivos, sem nunca mencionar que forças muito poderosas alinharam-se contra eles. Durante mais de um século, o principal vetor da rica e poderosa diáspora judia tem estado voltado contra os nacionalismos majoritários locais — daí o forte apoio judeu à União Europeia e às forças imigrantistas de desterritorialização da raça branca nos EE.UU. e por todo o Ocidente.

Em última análise, a Ucrânia não será exceção. Eu prognostico que os oligarcas, principalmente os judeus, e seus aliados ocidentais farão de tudo para marginalizar os nacionalistas e fortalecer suas ligações com o Ocidente. Essa conjugação de forças pró-ocidentais é realmente muito poderosa.

O Prof. English aponta as consequências para os etnorrussos nas antigas repúblicas soviéticas:

Mas a preocupação russa é justificável. Desde o colapso da União Soviética, milhões de etnorrussos ou falantes do russo tiveram cassada sua cidadania nas repúblicas bálticas (onde muitos viveram por gerações). Eles perderam seus empregos e suas casas na Ásia Central. E têm sofrido virulenta discriminação na Geórgia (causa principal da guerra de 2008 com a Rússia, também largamente ignorada no Ocidente).

Tal resultado é lamentável pelos russos desterrados, mas essas situações foram grandemente compensadas pela criação de Estados etnicamente homogêneos nas regiões da antiga União Soviética e alhures na Europa. Como observei em outro trabalho,

ao longo dos últimos 150 anos, a tendência geral na Europa e alhures tem sido a criação de Estados com base na etnia, ou seja, etnoestados. Essa tendência não terminou com o fim da II Guerra Mundial. Na Europa, a Guerra fez-se acompanhar do desterramento e reassentamento de povos — principalmente os alemães — para a criação de Estados etnicamente homogêneos. De fato, o maximante da homogenização na Europa ocorreu nas duas primeiras gerações que se seguiram à II Guerra Mundial.

[O Prof. Jerry Z.] Muller escreve:

Como resultado desse massivo processo de apartismo étnico, o ideal etnonacionalista foi largamente realizado: na maioria dos casos, cada nação europeia tinha o seu próprio Estado, e cada Estado compunha-se quase exclusivamente de uma só nacionalidade étnica. Durante a Guerra Fria, essa regra tinha poucas exceções: a Checoslováquia, a URSS e a Iugoslávia. Mas o destino desses países demonstrou a presente vitalidade do etnonacionalismo.

Essa questão é essencial. Com a recente expansão do império da União Europeia, expandiu-se também a retórica apologética de uma nova idade “pós-nacional”. A essa fase, entretanto, seguiu-se a pasmosa multiplicação de etnoestados por sobre os escombros da Iugoslávia, da antiga URSS e da Checoslováquia (cf.The utter normality of ethnonationalism — except for whites. In: VDARE).

Isso que se passa na Ucrânia é exatamente esse processo de desintegração de um Estado etnicamente heterogêneo para a formação de Estados etnicamente homogêneos. Esse seguimento tem o endosso das forças armadas russas e foi desencadeado pela agressiva intromissão de governos e ongues ocidentais na política ucraniana. Nem os neoconservadores nem a União Europeia desejam a clivagem étnica, mas esse é um desejo que pode não prevalecer, dado que Putin está disposto a garantir os legítimos interesses russos manu militari.

Do ponto de vista de um etnonacionalista universal, como sou eu mesmo, a melhor  solução possível seria a divisão da Ucrânia entre russos e nacionalistas ucranianos, segundo as áreas agora sob controle de uns e outros. Se isso acontecesse, os neoconservadores ficariam furiosos. Culpariam Obama e outros governos ocidentais por não terem sido ainda mais agressivos.

Mas a divisão da Ucrânia separando as regiões russa e ucraniana não teria nada de extraordinário, não seria diferente da partilha da Iugoslávia ou da Checoslováquia. O problema é que as oligarquias ocidentais, sempre ansiosas para prejudicar a Rússia, insistem na narrativa da divisão como completamente ilegítima.

O Prof. English, como o liberal convencional que é, aconselha que, em último caso, os Estados Unidos devam se opor fortemente aos nacionalistas:

Por que não deveríamos aliviar os russos de seus [justificados] medos, denunciando energicamente os etnonacionalistas, abraçando os direitos minoritários como vitais para a estável democracia ucraniana que buscamos promover? Dada a nossa própria hipocrisia — não violar acordos (exceto aquele de não expandir a OTAN para o leste), não invadir países sob belos pretextos (exceto o Iraque) e não apoiar movimentos de minorias separatistas (exceto no Kosovo) — por que não iríamos querer restaurar a credibilidade dos Estados Unidos, atuando de acordo com os nossos princípios neste crítico caso? Em 2012, o parlamento europeu condenou o racismo, o antissemitismo e a xenofobia do Svoboda em nome dos “valores e princípios fundamentais da UE”. Os EUA devem fazer a mesma coisa agora, sem hesitação. Isso não é só a coisa certa a fazer, isso abriria uma porta para o entendimento com a Rússia sobre essa perigosa crise. Nossa omissão   estimula os extremistas dos dois lados.

O Prof. English está de parabéns pela sua resumida lista das hipocrisias ocidentais. Com efeito, por que o apoio a uma Crimeia etnicamente homogênea seria diferente do apoio a um Kosovo etnicamente homogêneo?

Mas ele não precisa ficar preocupado. Evidentemente os EUA não querem realmente a vitória dos nacionalistas ucranianos e moverão céus e terra para derrotá-los, se eventualmente eles consolidarem seu poder no governo. Mas, por enquanto, as oligarquias do Ocidente deleitam-se com a propaganda enganosa da revolução, atribuindo-a aos amantes da liberdade na Ucrânia, ansiosos para pertencer ao melhor dos mundos, o mundo da União Europeia.

Em última análise, a longa campanha ocidental para desestabilizar a Ucrânia por meio do apoio às elites pró-ocidentais é violenta afronta aos legítimos interesses nacionais e étnicos da Rússia. Putin já traçou a sua linha vermelha e pode deslocá-la para abarcar a região leste da Ucrânia, o que aumentaria o perigo para todo o mundo. As oligarquias ocidentais não podem culpar os outros  por isso, porque a culpa é delas.

Fonte: The Occidental Observer. Autor: Kevin MacDonald. Título original: The Unstable Alliance of Nationalists and “Mainly Jewish Oligarchs” in the Ukraine. Data de publicação: 13 de março de 2014. Versão brasilesa: Chauke Stephan Filho.

Slavoj Zizek e o seu “Manual pervertido do antissemita”

“A teoria de [Kevin] MacDonald representa uma nova fase do longo processo de destruição da razão.”
(SLAVOJ ZIZEK)

“Zizek é, na melhor das hipóteses, um charlatão pernóstico.”
(THOMAS MOLLER-NIELSEN)

Este é um ensaio sobre o antissemitismo, mas como trata também de Slavoj Zizek, nós teremos de começar abordando a questão das relações extraconjugais. Bem no começo da minha carreira acadêmica, fui chamado para participar de um seminário interdisciplinar, no qual estudantes de pós-doutorado iriam falar rapidamente de suas pesquisas. O esperado era que eu, como alguém que havia recentemente concluído o pós-doutorado, fosse arguir os estudantes de forma dura, mas sempre no sentido de favorecê-los, para não prejudicar o saudável clima das relações pessoais harmoniosas no meu departamento. Deram para mim o programa das apresentações, e na mesma hora já me senti aborrecido com o besteirol feminista e o nhenhenhém semimarxista de contempladores do próprio umbigo, não havendo nada ali relacionado com os campos de pesquisa de meu interesse. Entretanto, eu estava ansioso para cumprir acertadamente minha tarefa e acabei me enquadrando no esquema por dever de ofício. Eu nunca vou me esquecer da primeira apresentação, porque foi muito surreal, o expositor era um afro-americano efeminado, ele recitou um poema intitulado “Pele negra”, falando sobre… bem, o leitor já entendeu o espírito da coisa. Mas o mais memorável evento do dia viria mais tarde, quando uma jovem apresentou trabalho sobre como a questão do gênero era tratada na mídia, ou alguma coisa assim. Eu não gostei da atitude dela, fiquei irritado e, na hora das perguntas, dei uma prensada nela. Uma figura veterana do departamento notou a minha reação e, depois de terminado o seminário, quis voltar à vaca fria. Era um historiador inglês de modos delicados, sobre quem havia muita fofoca. Ele me chamou à sala dele para uma discussão sobre política sexual e de gênero.

Eu me tornei politicamente consciente desde a minha adolescência. Estudei profundamente o marxismo desde quando eu tinha 17 anos e conhecia muito bem esse culto. Apesar disso tudo, eu não estava preparado para a aventura que me esperava na sala do inglês. As paredes eram decoradas com bandeirinhas vermelhas e quadros como que de santos com imagens de Lênin e Trotsky. Então eu pensei que ali se encontrava um comunista de carteirinha. Eu estava em presença de um devotado marxista, de alguém que, diante de mim, representava solitariamente o exemplo concreto da longa marcha para a conquista das instituições. Ele preparou o chá, e nós nos sentamos. Ele começou a discorrer, eu fiquei escutando. No preâmbulo de seu monólogo, meu anfitrião começou externando sua perspectiva pessoal, explicando que, mesmo nas coisas pertinentes ao seu mundo particular, ele se empenhava por viver de acordo com as suas “convicções socialistas”. Antes de se casar, ele disse, ele e sua noiva acordaram entre si que não prestariam os tradicionais juramentos, que não seriam possessivos, que nenhum deles prometeria ser exclusivamente do outro. Eles poderiam “esperar” exclusividade, mas não a poderiam exigir. Eles acreditavam em “liberdade”, ele disse, acrescentando que o progressismo social e a moderna política sexual e de gênero se resumiam a isso. Ele deu a entender que não havia nenhuma razão para ninguém rir disso ou se sentir incomodado com isso.

Mas havia, sim. Eu tinha ouvido um zunzunzum no câmpus de que a mulher desse advogado do “amor livre” estivera cumprindo curto prazo de docência na Noruega e que recentemente tinha decidido ficar por lá mesmo com um namorado norueguês com quem ela tinha tido um caso durante um tempinho. Na Noruega ela vivia com as duas crianças de seu marido “oficial” e fazia de tudo para não deixar que o  chifrudo bonacheirão inglês e amante de Lênin pudesse ver os filhos. A casa da família acabou sendo-lhe tirada pela “ex”, e meu colega marxista passou a morar numa pensão. Trágico? Bem possivelmente. Risível? Com certeza. Tudo isso veio à minha lembrança enquanto o corno manso leninista sentado diante de mim falava dos frios votos de seu casamento, a xícara de chá na mão, olhos marejados de… lágrimas? Efeito do vapor do chá, ele disse, enquanto enxugava-os, rapidamente desviando seu olhar para a janela. Eu fiquei na minha, só olhando para a cara dele. O tempo passava, e aos poucos ele foi se aquietando, até silenciar. Então, agradeci protocolarmente e empreendi fuga dali, respirando fundo quando saí do prédio. Nunca mais na minha vida pus os pés naquele escritório.

O que isso tudo tem a ver com o antissemitismo? Da perspectiva da grande vedete intelectual marxista Slavoj Zizek, tem tudo a ver, porquanto, como iremos mostrar, a infidelidade e o antissemitismo estão irrefutavelmente ligados. Eu digo “irrefutavelmente’ com muita segurança, porque os argumentos dele são irrefutáveis — e são irrefutáveis porque não obedecem à lógica.

Vamos lá! Primeiramente, quem é Slavoj Zizek? Ostensivamente, ele é um respeitado filósofo da Eslovênia e professor em Nova Iorque e Londres, que se ocupa de campos variados do saber, como ciência política, cultura, psicanálise,  crítica de cinema, marxismo, teologia e as filosofias de Hegel e Jacques Lacan. Ele mesmo é o tema mais batido do seu The International Journal of Žižek Studies e já foi considerado “o Elvis [Presley] da teoria cultural” e “o mais perigoso filósofo do Ocidente”. Zizek goza de grande popularidade entre não acadêmicos e jovens esquerdistas, devido principalmente à técnica de comunicação que lhe é peculiar, às referências que faz à cultura de massa em suas palestras, às suas “piadas obscenas” e aos títulos de suas conferências e documentários, sempre contendo a expressão “Guia dos perversos…”. Em abril de 2019, Zizek e Jordan Peterson lotaram o Centro Cultural da Sony em Toronto para debater o tema “Felicidade: capitalismo versus marxismo”, que alguns chamaram de “o debate do século”, embora muitos dissessem depois que fora decepcionante. O importante aqui é levar em conta a grande audiência de Zizek e o fato de geralmente ser tido como pensador sério. Isto significa que suas manifestações são influentes, razão por que interessa examinar o que Zizek tem a dizer dos judeus e do antissemitismo.

As ideias de Zizek sobre temas específicos podem ser difíceis de determinar, porque ele esparrama suas perspectivas por diferentes livros, numerosos artigos e muitas palestras e entrevistas. Fica claro, entretanto, ao se comparar o número de visualizações de suas postagens no YouTube com a frequência à ciberteca dele chamada The Philosophical Salon, a qual serve de vitrina para seus escritos tópicos, que ele se destaca mais como animador audiovisual do que como um escritor sério. O antissemitismo não é assunto sobre que Zizek tenha se debruçado aturada e interessadamente, ainda assim, curiosamente, ele está sempre dando palpites sobre essa questão em algumas de suas palestras dedicadas ao tema. A partir daqui estudaremos as teorias de Zizek sobre o antissemitismo.

I. A patologia da paranoia invejosa

Como legatário da psicanálise de Freud e Jacques Lacan, Zizek recorre fortemente a teorias psicanalíticas do antissemitismo em suas publicações escritas e audiovisuais. Neste ponto voltamos ao assunto das relações extraconjugais, porque num ensaio de fevereiro de 2016 sobre a crise da imigração, publicado no New Statesman, Zizek dizia o seguinte:

Jacques Lacan alegava que, mesmo se a denúncia de um marido ciumento que acusasse a mulher de dormir com outros homens fosse verdadeira, o ciúme dele seria patológico. Por quê? Porque a verdadeira questão não está em saber se o ciúme do marido tem fundamento na traição real da mulher, antes importa saber a razão pela qual o marido precisa de seu ciúme para manter a própria identidade. Analogamente, pode-se dizer que mesmo se as falsas acusações dos nazistas que incriminavam os judeus de explorar os alemães e seduzir suas mulheres fossem verdadeiras, seu antissemitismo ainda seria (e era) patológico, porquanto recalcava a verdadeira razão pela qual os nazistas precisavam do antissemitismo, qual seja, sustentar sua posição ideológica. E não é isso, exatamente, o que ocorre hoje em relação ao medo crescente dos refugiados e imigrantes? Estendendo o raciocínio a um caso extremo, podemos concluir que, mesmo se os nossos preconceitos em relação a eles fossem verdadeiros, mesmo se eles fossem fundamentalistas, terroristas, assaltantes, estupradores, ainda assim as advertências paranoicas de uma ameaça imigratória seriam patologia ideológica. Essa nossa atitude enquanto europeus fala mais de nós do que dos imigrantes.

Há muito nisso daí para ser periciado, mas uma rápida leitura já causa espanto, porque o texto é um desastre da lógica e porque muitos consideram o seu autor um sério e celebrado filósofo da cultura contemporânea. O primeiro problema é, evidentemente, a citação do ridículo Lacan como se fosse uma autoridade, como se o que ele diz valesse alguma coisa. Se um homem tem provas suficientes para acreditar que sua mulher esteja sendo infiel, então seria difícil taxar o marido de ciumento ou, mais ainda, de patológico, porque ele estaria apenas reagindo para defender seus interesses (sexual, reprodutivo, financeiro, emocional, até religioso e profissional — o que não teria nada de surpreendente para um evolucionista). Também não procede dizer que ele precise do ciúme a fim de manter sua identidade. Na verdade, o que iria acabar com a identidade dele seria a traição mesma, pois o aspecto emocional e todos os outros constituintes de sua vida de homem e de marido estariam solapados no contexto da infidelidade. Kevin MacDonald observou que o ativismo intelectual judeu, especialmente aquele comprometido com a psicanálise, costuma se valer de interesses pessoais para escolher argumentos, os quais são formulados em linguagem universal. Jacques Lacan não era judeu, mas suas teorias sobre o ciúme e a infidelidade, incluindo sua famosa afirmação de que “Não existe essa coisa de relacionamento sexual”, sempre foram de um subjetivismo interessado, não há dúvida quanto a isso. Catherine Millot, uma de suas pacientes, rememorava em autobiografia de 2017, Life with Lacan, que “ele tinha casos com pacientes e ex-mulheres de seus mais chegados amigos” e a muitos deles propunha sexo grupal.

Voltando a Zizek, então, aquela declaração dele pode ser resumida nos seguintes termos: mesmo se os protestos contra a influência judia na sociedade ocidental correspondessem a razões de fato, à semelhança das acusações daquele marido desconfiado da mulher, “tais protestos continuariam a ser patologia ideológica” dos europeus de que depende a manutenção da identidade europeia. Nesta altura alguém deveria solicitar a Zizek que definisse exatamente como qualquer acusação contra qualquer coisa poderia não ser manifestação de uma doença. Por exemplo, mesmo se a crítica de Marx ao capitalismo se provasse verdadeira, como é que as acusações contra a burguesia enquanto classe poderiam ser menos patológicas do que as acusações contra os judeus enquanto classe? Será que Zizek acha que os marxistas são patológicos por precisarem da paranoia antiburguesa para manter a própria identidade? Duvido. Ele deve pensar, então, que só as acusações formuladas pela direita são patológicas, mas se é assim, é assim por quê? Como alguém pode acusar terroristas, estupradores e ladrões sem perder o pleno gozo de suas faculdades mentais? Será que o acusador deve estar sendo decapitado, estuprado ou roubado? Não, nesses casos talvez a acusação ainda decorresse de alguma perturbação mental. Deve ser presumido que o acusador sentir-se-á tentado a manter a própria identidade por meio da paranoia persecutória, enquanto não tiver sido esquartejado.

Deixando de lado o sarcasmo, não seria esse o caso de considerar que na vida, geralmente, as incriminações partem do mundo real das perspectivas e dos interesses de indivíduos ou grupos e que a medicalização das denúncias de um partido seja simplesmente uma forma de combater os interesses desse partido e deslegitimar sua perspectiva?[1] Não estará Zizek, simplesmente, por razões desconhecidas (que, apesar disso, certamente não prejudicaram sua carreira), oferecendo uma explicação do antissemitismo totalmente sem lógica no intento de coonestar a “verdade sem importância” do comportamento judeu? Eu não acredito em que Zizek seja um filossemita, conforme entendo esse termo. Classificação mais apropriada dele colocá-lo-ia nas categorias de “sincero e ingênuo seguidor do credo marxista” e de “charlatão pedante”. Isso se evidencia nas muitas declarações dele sobre o antissemitismo, as quais não passam de cruas e irrefletidas regurgitações de Jean-Paul Sartre, que foi um firme defensor da tese da “verdade sem importância”.

II. As tais contradições que não existem.

Enquanto a primeira entre as maiores características das interpretações psicanalíticas de viés marxista do antissemitismo consiste na negação de qualquer justificada denúncia como causa legítima da origem do fenômeno, a segunda dessas características consiste na indicação de supostas contradições da perspectiva antissemita. Numa palestra que proferiu em 2009 na European Graduate School sobre o tema Anti-Semitism, Anti-Semite and Jew [O antissemitismo, o antissemita e os judeus], Zizek argumentou que o antissemitismo coloca o judeu numa “impossível alteridade” e continuou dizendo o seguinte:

Uma das ironias da história do antissemitismo é que os judeus podem representar, na mundivisão antissemítica, os dois polos de uma oposição. Eles são estigmatizados como a classe superior, os ricos, os açambarcadores que nos exploram mas, por outro lado, são vistos como a classe inferior, os pobres e sujos. Eles são percebidos como muito intelectualizados ou muito mundanos, predadores sexuais e por aí vai. São os preguiçosos mas, também, os viciados em trabalho.

Na minha resenha de 2015 sobre o livro de Theodore Isaac Rubin (1923-2019) intitulado Anti-Semitism: A Disease of the Mind [Antissemitismo: uma doença da mente], eu observei que Rubin, um psicanalista confesso, declarou que “o judeu” era quase que só um símbolo na mente do antissemita, e ainda que o antissemitismo contém uma lista quilométrica de contradições e “superlativos mutuamente excludentes”. A ideia de que o antissemitismo contém contradições lógicas é clichê das narrativas, histórias e apologética judias. Por exemplo, o historiador judeu Derek Penslar afirmou que “Os argumentos do antissemita são, pela própria natureza, ilógicos, imprecisos e indefensáveis.”[2] Jeffrey Herf prega que o antissemitismo é “eivado de contradições e altamente irracional.” [3] Esse tipo de resposta ao antissemitismo descende de poderosa linhagem. Kevin MacDonald já fez saber que boa parte do A personalidade autoritária, da Escola de Francforte, foi “uma tentativa de demonstrar a irracionalidade do antissemitismo pela indicação de que os antissemitas têm crenças contraditórias sobre os judeus. (…) A personalidade autoritária exagera a natureza autocontraditória das crenças antissemíticas para assim salientar a irracional, a subjetiva natureza do antissemitismo.”[4]

No trabalho de Rubin assim como no de Zizek, vemos acusações contra os judeus que são consistentes, se consideradas em seu contexto, ou que provavelmente nunca foram feitas por nenhum dos considerados antissemitas. Por exemplo, Rubin escreveu que todos os antissemitas atribuem aos judeus os seguintes predicados:

  1. estúpidos, brilhantes;
  2. todo-poderosos, fracos;
  3. cosmopolitas, provincianos;
  4. malandros, ingênuos;
  5. supersensíveis, insensíveis;
  6. negrofílicos, superpreconceituosos;
  7. os mais ricos, os mais pobres;
  8. artísticos, desartísticos;
  9. mamonistas, esnobes pedantes;
  10. exossociados, endossociados.

Mas as “contradições” oferecidas por Rubin e Zizek são simplificações extremas.  No seu Culture of Critique, Kevin MacDonald analisou os trabalhos de Levinson, Ackerman e Jahoda nos quais esses autores pretenderam denunciar o comportamento contraditório daqueles que têm os judeus na conta de tribalistas e evitadores despicientes, mesmo enquanto esperam que os judeus sofram segregação e restrições. Também pretenderam revelar outra atitude contraditória em relação aos judeus: a de que seriam tribalistas e socialmente invasivos.[5] De igual modo, Zizek oferece a formulação de que existe uma inerente contradição nas crenças antissemíticas do “particularismo” e do “cosmopolitismo” judeus. Mas, diz MacDonald:

A concordância entre os termos de cada um daqueles itens não é autocontraditória. Tais atitudes são provavelmente componente comum dos processos reativos discutidos em  Separation and Its Discontents. Os judeus são vistos por estes antissemitas como membros de um grupo fortemente coesivo, que tenta penetrar os círculos de poder e alta posição da sociedade inclusiva, talvez até mesmo solapando a coesão desses círculos, ao passo que conservam seu próprio separatismo e espírito tribal. A crença em que os judeus devam sofrer restrição é completamente consistente com essa atitude. Além disso, estereótipos contraditórios sobre os judeus, representando-os como capitalistas e comunistas podem ser aplicados pelos antissemitas a diferentes grupos de judeus.[6]

De igual modo, as “contradições” de Rubin podem ser resolvidas bem rapidamente, tão logo seja evitada toda simplificação excessiva. Nunca ou só raramente os judeus são retratados simplesmente como “negrófilos”, mas são frequentemente vistos como estando de maranha com os pretos em lugares como o Sul dos Estados Unidos e a África do Sul, juntos, neste último país, para derrubar o Apartaide.    Até onde sei, esse comportamento nunca foi pensado como decorrente do altruísmo amoroso dos judeus para com os pretos. Antes, essa é uma união incrivelmente desigual, cujo fim último é servir aos judeus interessados em solapar a estrutura do poder branco nos Estados Unidos. A NAACP [National Association for the Advancement of Colored People], por exemplo, apesar de declaradamente constituir organização antissegregacionista, esteve fundamentalmente dividida  entre os judeus, que a dirigiam, e os seus badamecos pretos. Como Hasia Diner registra no seu In the Almost Promised Land: American Jews and Blacks, 1915–1935, muitos na direção judaica da NAACP “trabalhavam mais intensamente com outros judeus.”[7]

O enquadramento dos judeus como “os piores fanáticos” corresponde a esse caráter oportunístico e tutelar de sua relação com os negros e também à tradição da propriedade escravista entre populações judias, como ainda às referências talmúdicas extremamente negativas aos africanos. Por exemplo, em The Image of the Black in Jewish Culture, Abraham Melamed explica que os romanos tinham uma “teoria climática” da raça, na qual “atribuíam a inferior condição psicossocial dos negros ao sul e dos brancos ao norte à geografia e ao clima inóspitos de suas regiões”, mas também acreditavam na “possibilidade de mudança e melhoramento”. Em contrapartida, o magistério rabínico era muito mais determinista, doutrinando que os negros estariam “eternamente sujeitos à escravidão”.[8]

As outras “contradições” apontadas por Rubin e Zizek são igualmente frágeis. Por exemplo, a história mostra que a propaganda antijudaica representando o judeu como estúpido é extremamente rara. Ao invés disso, é generalizada a noção da extrema competência do judeu na luta pela vida, é notória a propensão dele para alcançar posições dominantes na economia, na cultura, na política. Existe, por outro lado, a subnoção de que a “genialidade do judeu” é exagerada e resultaria, na verdade, de suas redes étnicas de ajuda mútua, mas há pouca dúvida de que as tentativas de confrontar a influência judaica decorreram da necessidade de lidar com a ameaça real da inteligência judia e a consequente capacidade estratégica e organizativa do judeu. O judeu não tem nada de burro em nenhum lugar. Tampouco foi ele considerado extraordinariamente “artístico” em qualquer momento da literatura antissemítica. Na realidade, outra noção consensual do pensamento contra o judeu é que lhe falte genuíno talento artístico, e no passado isso foi ligado ao fato de lhes ter sido proibida a arte da escultura. A obra de Wagner Das Judenthum in der Musik pode ser vista como clássica a esse respeito.

Contrariamente ao que diz Zizek, os judeus nunca foram realmente retratados como pobres ou pertencentes à “classe inferior” da sociedade, tirante o breve período no começo do século XX, quando as primeiras massas de imigrantes judeus chegaram à Europa Ocidental e aos Estados Unidos, egressas do antigo Império Russo. Mas essa circunstância foi muito específica em termos de tempo e espaço, e mesmo então os contemporâneos observavam com frequência quão notável era a ascensão econômica dos imigrantes judeus. Outrossim, Zizek estabelece a oposição entre ser intelectual e ser um predador sexual, o que aparentemente desafia qualquer consistência lógica. Estaria Zizek sugerindo que intelectuais sentem menos desejo sexual? Nesse caso, então, como ele explica as vidas de alguns de seus heróis intelectuais, como Sartre e Lacan, que foram grandes predadores sexuais? Sartre vivia sob a obsessão da defecação e dos excrementos, como Freud, aliás, e Lacan deleitava-se de peidar e arrotar em público. Uma pergunta ainda mais importante: será que Zizek vê alguma contradição ou falta de lógica no fato comprovado da super-representação dos judeus tanto na academia quanto na indústria pornográfica? Outra: poderia Zizek apontar qualquer pensador antissemita que tenha atribuído ao judeu a dupla condição de “preguiçoso e labormaníaco”? Nesta altura cabe tomar de empréstimo as palavras da brilhante autodescrição do escritor Cormac McCarthy, ao dizer que o judeu “trabalha muito para não fazer nada”, ou seja, que os judeus se concentraram em negócios de não trabalho, especialmente aqueles relacionados com a circulação de dinheiro, nos quais eles se destacam como grandes inovadores, e outros setores econômicos que só podem ser chamados de parasitários.

Essas posições antijudaicas são todas muito consistentes. Entretanto, os acadêmicos judeus e seus aliados marxistas fogem conscientemente dessa realidade ou dela se protegem na inconsciência da autoilusão, persistindo na tese de que o antijudaísmo é, de alguma forma, inerentemente contraditório. Para Zizek, como para Rubin e inúmeros judeus, as “contradições” são reais e resultam da psique fraturada e dos desejos frustrados do “antissemita”. Rubin já opinou que “Os conflitos interiores têm grande poder e são vistos à luz do ódio de si mesmo ou à luz da simples idealização, do que resulta geralmente a polarização. Esta polarização faz com que seja necessário projetar características para englobar os extremos conflitantes.” Na realidade, esses pseudoacadêmicos estão carregando contra moinhos de vento — o alvo que eles imaginam atingir não existe.

III. O judeu como fetiche do fascismo antissemita

Num lance especialmente irônico, os marxistas também apresentam suas próprias contradições do antissemitismo e dos supostos aspectos psicossociais do antissemita. Além de dizerem que o antissemitismo é proposição ideológica contraditória, irracional e patológica, os marxistas também argumentam que há nele certa lógica, embora equivocada ou mal orientada. Este segundo argumento vem da teoria marxista de que o antissemitismo é manipulação pela qual a classe dominante oferece “o judeu” como distração ou “fetiche” para os trabalhadores explorados de modo que a exploração capitalista possa continuar. Zizek é um forte defensor dessa teoria.

Em sua conferência de 2009 na European Graduate School, intitulada O antissemitismo, o antissemita e o judeu, Zizek sugeriu que o antissemitismo começou quando

Predicados atribuídos aos judeus disseminaram-se por toda a sociedade. O comércio tornava-se hegemônico […]. Tudo isso não começou na Roma antiga, mas sim na Europa dos séculos XI e XII, que transitava do marasmo da chamada Idade das Trevas para a fase do rápido crescimento das trocas mercantis e da importância do dinheiro. Nesse preciso momento, o judeu emergiu como o inimigo, o intruso parasitário que perturbava o edifício da harmonia social.

Situar as origens do antissemitismo na cristandade medieval e não na Antiguidade é uma marca notória da apologética judia, uma tática para culpar os cristãos em ascensão pelo antissemitismo. A tendência alcançou seu apogeu no trabalho do historiador não judeu Gavin Langmuir (1924–2005), agora lembrado e celebrado pelos judeus e “psicanaliticoides” como uma “autoridade mundial em antissemitismo.” A explicação de Langmuir para o antissemitismo influenciou várias tendências que transformaram os estudos históricos das atitudes antijudaístas durante os anos sessentas e setentas. Estas décadas assistiram a certo abandono dos estudos focados nos indivíduos “preconceituosos” — trabalhos que predominaram nos anos quarentas e cinquentas, a exemplo da obra paradigmática A personalidade autoritária — e assistiram, paralelamente, à emergência de estudos nos quais culturas e épocas inteiras eram consideradas “doentes”. Nos estudos daquelas duas primeiras décadas já estavam fortemente implicadas condenações da cultura ocidental, com certeza, mas foi com trabalhos como Has Anti-Semitism Roots in Christianity? (1961), de Jules Isaac, e Anti-Semitism and the Christian Mind (1969), de Alan Davies, que as sentenças condenatórias ficaram mais explícitas. Langmuir aproveitou-se disso para pranchar a crista dessa onda.

Conforme esse novo paradigma das explicações psicológicas do “preconceito”, passou-se a considerar que grupos, sociedades e culturas, em sua totalidade (mas apenas grupos, sociedades e culturas do Ocidente, é claro), podiam sofrer processos psicológicos coletivos como a projeção e o narcisismo. A psicanálise teve decisiva influência no desenvolvimento dessa pseudo-historiografia. Na verdade, muitos desses trabalhos não foram escritos por historiadores ou cientistas sociais, mas sim por psicanalistas como Avner Falk. O trabalho de Langmuir seguiu o exemplo do que os judeus publicavam, negando que na Idade Média as populações judaicas tenham sido responsáveis pelas reações negativas da parte dos cristãos, como também imputando às sociedades cristãs do Ocidente  a profunda disfunção psicológica com sintomas de fantasia, repressão e sadismo.

Apesar de pouco saber de como evoluiu toda a legislação medieval, Langmuir houve por bem entregar-se rapidamente a pronunciamentos grandiloquentes sobre a natureza e as origens do sentimento antijudaico na Europa ao longo dos séculos.  Seus trabalhos, faltos de maiores leituras, o que miserandas evidências revelavam frequentemente, retratavam o antissemitismo como “basicamente um fenômeno ocidental”.[9] Arrogante, ele reclamava para si a glória de haver conseguido “definir o cristianismo e categorizar suas manifestações, inclusive o catolicismo, de forma objetiva”.[10] Descarado, ele confessou em seus livros que “não iria discutir as atitudes dos pagãos para com os judeus na Antiguidade”.[11] Censurador, ele dizia que as tentativas de formular explicações das relações intergrupais de judeus com não judeus em termos de racionalidade, interesse e conflito eram “esforços equivocados e pseudocientíficos de teoristas raciais”, e até mesmo que o tratamento do antissemitismo que levasse em conta as explicações dadas pelo senso comum seria “desastroso”.[12] Em vez disso, o antissemitismo consistiria, “tanto por sua origem quanto por suas recentes e mais horríveis manifestações … na hostilidade irracional do pensamento sobre os judeus”.[13] Langmuir parece ter situado sua discussão sobre as origens do antissemitismo no período medievo sobretudo pelo que ele mesmo disse: “Meus conhecimentos da história do Ocidente são respeitáveis, mas apenas a partir da queda do Império Romano, e eu me sinto mais à vontade ao tratar da Idade Média.”[14] Apesar do pretenso recorte temporal, as recentes teorias de Langmuir são generalizantes, e seu trabalho, tal quais os de uma série de teóricos judeus da psicologia social, como Norman Cohn e Joshua Trachtenberg, sofre ataque de considerável intensidade de Hannah Johnson, medievalista inglesa formada em Princeton, especialmente por seu Blood libel: the ritual murder accusation at the limit of jewish history (2012).

A única coisa que Zizek fez com a sua própria teoria é o quase plágio das teorias psicossociais já existentes, como aquelas de Langmuir, simplesmente substituindo o cristianismo pelo capital e deixando intacto tudo o mais no modelo interpretativo. A teoria de Zizek parte da mesma base, tem o mesmo viés da medicalização (patologização), as mesmas simplificações extremas e a mesma atenuação ou negação do antagonismo no comportamento judeu.

Quem quiser acreditar que alguma coisa nova teve lugar nas relações entre judeus e europeus no século XI deverá atribuí-la ao aumento e à expansão radicais da população judaica nesse período, não ao aumento do capital.[15] Em outras palavras, “os judeus emergiram como inimigos” na Europa Ocidental simplesmente porque “os judeus emergiram” na Europa Ocidental, e a animosidade terá sido produto do comportamento associado ao judeu emergente.

O aspecto problemático da datação que Zizek estabelece, entretanto, reside em que o antissemitismo na Europa Ocidental, se é que tenha algo de singular, originou-se no século X, com a formação de relacionamentos entre os judeus e a elite, sob os carolíngios, e com a estratégia antijudaica de Agobard, o arcebispo espanhol de Lião. O interessante é que Zizek não especifica nenhum evento ou personalidade que possa ter começado “tudo isso”. Tampouco ele explica se tais eventos como, por exemplo, rebeliões antijudaicas, seguiram-se a supostas crises capitalistas e suas consequências: carência, fome, guerra. A esse respeito, deve ser notado que o período carolíngio não tem sido descrito pelos historiadores como de expansão capitalista, mas sim de “completo retrocesso econômico e social”.[16] Então, o antissemitismo acompanha a progressão ou a regressão econômica? O antissemitismo dimana da prosperidade e da competição pelo excedente econômico ou advém do declínio econômico e da fome? Se o antissemitismo for expressão das frustrações dos trabalhadores explorados sob o capitalismo, então por que ele reponta em momentos tão diferentes como a libertação dos servos e a decadente República de Weimar dos clangorosos anos vintes? Zizek não tem nenhuma resposta a dar porque ele não se coloca essas questões.

Na sua palestra da European Graduate School, Zizek observou que “O grande mistério do antissemitismo está na explicação da sua persistência. Por que ele persiste apesar de todas as mudanças históricas?”. Zizek omite a informação de que o antissemitismo também persistiu em todos os contextos econômicos, incluindo o comunismo, o que torna qualquer interpretação marxista do fenômeno completamente descabida. Não obstante, Zizek apresenta a seguinte elucubração:

[O antissemitismo] implica a falsa identificação do antagonismo de um inimigo. Como todos sabemos, a luta de classes ou qualquer outra luta social é deslocada para que se lhe substitua a animosidade contra os judeus, de sorte que a raiva do povo que geme sob a exploração seja desviada das relações capitalistas para o conspiracionismo judeu. […] quando o antissemita diz que “Os judeus são a causa da nossa miséria”, ele realmente refere que o Grande Capital é a causa da nossa miséria. Os trabalhadores têm o direito de se rebelarem contra a exploração, mas eles dirigem sua raiva contra o alvo errado. […] o judeu é o fetiche do fascista antissemita. […] o antissemitismo é só uma manipulação por parte da classe dominante, que assim fica livre para explorar [os trabalhadores].

Essa tese é profundamente problemática, devido principalmente aos pressupostos do argumento. Entre as mais salientes dessas suposições está a de que a grande maioria dos antissemitas (aqueles que reclamam do comportamento ou da influência dos judeus) seja cegamente acrítica relativamente ao grande capital e a de que o grande capital e o estabilismo da classe dominante não sejam significativamente judaicos. Sem a aceitação dessas hipóteses não poderiam apresentar o antissemitismo como grosseira e contraprodutiva manipulação. A par dessas questionáveis conjecturas, deve-se também considerar que Zizek escamoteia a questão das relações especiais que os judeus, indubitavelmente, sempre entretiveram com o capitalismo, particularmente com o capitalismo parasitário, não orgânico (por exemplo, a agiotagem extorsiva enquanto contrária ao princípio básico da propriedade privada). Esses problemas serão considerados individualmente a seguir.

IV. As críticas antissemíticas do capitalismo

A assertiva de que os antissemitas seriam cegamente acríticos em relação ao grande capital ou, por isso mesmo, em relação aos excessos de qualquer sistema financeiro vai bem contra o registro histórico. Antes de Marx e Engels, havia instâncias de verdade, autênticas, de forte sentido étnico ou nacional inspiradas no “socialismo”, nas quais as reclamações contra a atividade judaica eram comuns. Um excelente exemplo é William Cobbett (1763–1835), trabalhador rural, jardineiro, comerciário, soldado, jornalista e político inglês. Cobbett opôs-se às leis dos cereais Corn Laws, uma legislação imposta entre 1815 e 1846 contra a importação de grãos mais baratos, a qual manteve artificialmente elevado o preço dos alimentos no mercado interno. Cobbett culpou a aristocracia britânica, cada vez mais presumida e tacanha, e sua mentalidade mercantilista — formada na rolagem de dívida — pela queda na qualidade de vida da classe operária inglesa e pela Grande Fome na Irlanda. O seu jornal Political Register é frequentemente considerado o pioneiro do jornalismo popular radical e foi o jornal mais lido pelos trabalhadores. Sua ferrenha oposição à aristocracia britânica levou o governo a considerar sua prisão por sedição em 1817 — quando rumores nesse sentido forçaram Cobbett a se refugiar nos Estados Unidos, onde ficou até que a poeira baixasse dois anos depois. Quando ele voltou, bateu-se pela Reform Act, de 1832, que ampliou direitos eleitorais e abriu caminho para a expansão da democracia nas Ilhas Britânicas.

Cobbett foi também um oponente resoluto dos judeus. Ele foi um dos grandes campeões da emancipação política católica e, ao mesmo tempo, inimigo feroz e incansável da emancipação política judaica. Ele acusava o afastamento do judeu em relação às massas, rejeitando a ideia de que os judeus deveriam ter voz no governo, a menos que se lhe apontassem “um judeu que alguma vez na vida tivesse segurado o cabo de uma picareta, que tivesse feito seu próprio casaco ou seu sapato, que tivesse feito alguma coisa, enfim, que não fosse arrancar todo o dinheiro que podia do bolso do povo”.[17] “Os judeus”, dizia Cobbett, “não merecem nenhuma imunidade, nenhum privilégio, nenhuma propriedade de casa, terra ou água, nenhum direito civil ou político. (…) Eles devem ser considerados alienígenas em todo lugar, devem estar sempre ao dispor absoluto do poder soberano do Estado, tão completamente como se fossem substância inanimada”. Ele enaltecia, frequentemente, a expulsão dos judeus da Inglaterra sob Eduardo I. O ativista acadêmico judeu Anthony Julius cita Cobbett como tendo dito que “Os judeus estragaram a França e destruíram a Polônia” e que os judeus “Vivem chafurdando na lama podre da usura (…), são extorsionários por força do hábito e de um quase instinto”. Julius lamenta que “O antissemitismo de Cobbett tenha exercido certa influência difusa sobre os radicais no começo do século XIX, pelo menos quanto ao vocabulário. (…) Cobbett gozou de imensa popularidade no seu tempo e deixou sólida reputação póstuma”. Em 1830, Cobbett publicou Good Friday: or the Murder of Jesus Christ by the Jews [Sexta-feira Santa: ou o assassinato de Jesus Cristo pelos judeus], e aí escreveu o seguinte:

[Os judeus estão] do lado da extorsão em todo lugar, colaborando com a tirania na exploração fiscal; e, em todo lugar, são ferozes inimigos dos direitos e das liberdades populares. (…) A pletora da dívida e da miséria é o elemento em que prosperam, como aves de rapina e bestas carniceiras, os judeus engordam em tempos de pestilência. (…)Essa raça figura sempre como ferramenta nas mãos de tiranos para espoliar o povo; eles são os fazendeiros dos impostos cruéis; eles dão apoio ao despotismo, que de outra forma não se manteria.

Em Paper Against Gold [O papel contra o ouro] (1812), Cobbett expôs sua visão de que os conceitos de papel-moeda e dívida nacional eram essencialmente uma “fraude” dos judeus com a “conivência” de uma aristocracia gananciosa e incapaz. A princípio lealista, Cobbett depois passou a considerar que, embora o conceito de aristocracia não fosse de todo ruim ou ilegítimo, a aristocracia britânica houvera traído e parasitado o povo de que devia ser dirigente. O fato de a aristocracia haver aderido ao pensamento judeu, por laços de sangue e interesses financeiros, havia sido sugerido mais fortemente no Political Register, de 6 de dezembro de 1817:

Agora que eles cometem a insolência de se referirem a nós como “as ordens baixas”, devemos estar preparados, dispor de conhecimentos aplicáveis, deixemos que esses diabos pernósticos se casem uns com os outros, até que, como os judeus, eles tenham todos uma e mesma face, um e mesmo par de olhos, um e mesmo nariz. Se puderem impedir que seja melhorado o próprio sangue com a contribuição de seus mordomos, e que assim sejam fortalecidos os membros de sua fragilizada raça, deixemos que façam isso; e vamos nos preparar para quando chegar o dia da derrubada deles. Eles nos desafiaram para o combate. Eles declararam guerra contra nós.

As visões de Cobbett marcam-se pela oposição feroz ao capital financeiro e à classe dominante, como também aquelas de “infames antissemitas” tais como   Wilhelm Marr, Adolf Stoecker, Georg Ritter von Schonerer, Pierre-Joseph Proudhon e Alphonse Toussenel, que combinaram uma crítica radical do grande capital com a contestação do papel específico dos judeus nas finanças, na cultura, na política e na sociedade. De fato, muitas dessas figuras locucionaram as razões pelas quais uma crítica separada e distinta do “Semitismo” fazia-se necessária. A principal característica do socialismo do século XIX consistiu no seu forte antissemitismo, o qual rejeitou alegações judeo-marxistas que se diziam parte “do povo”, e muitos socialistas antijudeus retrataram tais alegações como estratégias oportunistas e ocultas dos judeus para reassegurar seu poder sob a nova forma de governo. Uma das mais memoráveis manifestações daquele tempo a esse respeito foi a observação do socialista francês Pierre-Joseph Proudhon de que Karl Marx nada tinha de legítimo, sendo antes “a tênia do socialismo”. Proudhon (1809–1865), por muitos considerado o pai do anarquismo, via os “aliados” judeus aparentemente socialistas, a exemplo de Heinrich Heine, “apenas como espiões disfarçados” cuja agenda secreta deveria garantir a continuação dos antigos privilégios e validismos judeus sob a camuflagem de suposta justiça social. À luz da trajetória histórica da crítica antijudaica e da biografia dos seus maiores proponentes, a afirmação de Zizek de que o antissemitismo seria só “fetiche” para desviar o olhar crítico focado no capitalismo não tem nenhuma sustentação.

V. Os judeus, o grande capital e a classe dominante

Outrossim, a sugestão de que o grande capital e o estabilismo da classe dominante não são e não têm sido significativamente judeus ao longo da história      não tem sustentação. Zizek simplifica e faz caricatura da Idade Média como tempo em que “O judeu emergiu como o inimigo, um intruso parasitário que perturba o harmonioso edifício social”. Obviamente, Zizek emprega a expressão “harmonioso edifício social” com cepticismo e desdém, vendo a ordem existente antes da chegada dos judeus como minada por exploração, tensões e contradições.  Segundo o enquadramento teórico de Zizek, os judeus podem ser a força capitalista caótica que penetrou a Europa, mas esta já era uma Europa sob a ação de forças capitalistas caóticas, e por isso seria irracional culpar os judeus por qualquer coisa que tenha acompanhado sua emergência e expansão na Europa. Nesta altura, o que deve ficar claro é a distinção entre isso que pode ser chamado de o desenvolvimento orgânico das finanças na Europa[18] e os exorbitantes e, com frequência, extremamente negativos desenvolvimentos suscitados pela chegada dos judeus e as subsequentes relações especiais que estabeleceram com as elites europeias e com o capitalismo em si mesmo.

O desenvolvimento orgânico das finanças e das divisões de classe na Europa está demonstrado na evolução do feudalismo como resultado da adoção da cavalaria pesada pelos francos no século VIII, enquanto outros aspectos não militares do feudalismo continental surgiram como repercussões sociais inevitáveis dessa mudança na organização militar.[19] Como os cavaleiros precisassem de dinheiro, cavalos e seus tratadores, pajens, escudeiros e demais servidores, como ainda de liberdade em relação a todas as outras ocupações não militares, lavrar a terra, por exemplo, a cavalaria tornou-se emprego da classe superior. A crescente sofisticação tecnológica da guerra montada encareceu-a cada vez mais, estabelecendo aguda distinção entre os cavaleiros e os campícolas comuns. Daí que os camponeses livres tenham ficado menos valiosos como soldados, decaindo para a simples servidão. Foi então, em certo sentido, inevitável que a nova classe dos cavaleiros se convertesse na aristocracia agrária e seus membros assumissem funções jurisdicionais de nível mais baixo sobre os servos da gleba. Em tal contexto, de certa forma, realmente existia “harmonioso edifício social”, na medida em que vigia lógica clara, a qual deu competitividade às comunidades e a seus territórios numa situação de rápidas mudanças militares e geopolíticas. A classe dominante obrigava-se ao paternalismo ante os servos, sendo rara a exploração desmedida, porquanto perigosa e contraprodutiva, já que poderia provocar levantamento massivo, com quebra da coesão social e perda de seu valor militar. Logo, o edifício social era mesmo “harmonioso”, por sua coordenação e equilíbrio e, de forma geral, foi benéfico para a comunidade nacional orgânica.

A chegada dos judeus à Europa, sem dúvida, desequilibrou essas relações de classe e aquelas entre a classe dominante e as ordens baixas. Encontramos evidência desse desequilíbrio na Europa medieval nos documentos e objetos remanescentes, como ainda nas situações modernas análogas, tais como a Grande Revolta Camponesa da Romênia de 1907, na qual a ingerência judia na ordem quase feudal da sociedade existente levou a exploração a tal extremo que provocou generalizada revolta ante o colapso societal que se produziu. A chegada dos judeus à Europa Ocidental como poder financial e geopolítico remonta à ascensão deles sob os carolíngios no século IX ou, possivelmente, a tempo ainda anterior, em Narbona, onde os judeus destacavam-se como classe detentora de extraordinária riqueza. Em tal circunstância, foram engendradas as relações formais e simbióticas dos judeus com as elites europeias autistas que abriram gravíssima fissura nas relações de classe europeias. Os financistas judeus adentraram o harmonioso edifício social na condição de forâneos protegidos e privilegiados cujo único propósito era o de distorcer e acelerar a transferência de recursos entre as classes europeias, quando então a divisão interna das classes perdeu o sentido da eficiência comunal para corresponder a interesses de ganhos particulares. Nesse sistema, o paternalismo deu lugar a situações como a autorização do comércio judeu de escravos cristãos (a principal razão das sublevações de Agobard de Lião) ou a disseminada, extorsiva tributação do campo.

Um dos maiores mitos modernos, uma mistificação produzida pelo gênio revisionista judeu, é aquela história de que os judeus teriam sido forçados a tais práticas em razão de leis restritivas da propriedade agrária e certos outros contextos locais. Isso aí é o pior do relativismo historicista, mas felizmente toda essa deturpação e falsidade explícitas vêm sendo erodidas lentamente pelos estudos acadêmicos atuais. Considere-se, por exemplo, a mais recente edição do The Oxford Handbook of the Economics of Religion, que refere o “notável” fato de que os judeus

foram autorizados a adquirir terras, seja em Narbona (899), seja em Gerunda (922), seja em Tréveris (919), seja na Vormácia (1090), seja em Barcelona (1053), seja em Toledo (1222), seja na Inglaterra da Alta Idade Média, se o quisessem. Os judeus não só tinham permissão para ter terras, eles tinham terras de grande extensão (especialmente na Itália, no Sul da Espanha, no Sul e no Leste da França e na Alemanha); possuíam campos, jardins e vinhedos; tinham, transferiam e hipotecavam propriedades agrícolas. Mas preferiam contratar arrendatários, meeiros e assalariados agrícolas para trabalhar nas suas terras. Para si mesmos, eles escolheram misteres mais qualificados e rentáveis, sobretudo a agiotagem. [20]

Basicamente, então, vemos o rápido e deliberado ingresso dos judeus na sociedade europeia a título de cavaleiro, ou graduação ainda mais alta, mas sem  nada da lógica ou dos benefícios da posição de cavaleiro para o edifício social orgânico. Nessa nova ordem social, a presença do judeu não se explicava senão pelo interesse no enriquecimento pessoal de certas elites e no enriquecimento comunal dos próprios judeus. Isso pode ser considerado como a primeira perversão do capitalismo e a primeira verdadeira exploração (desmedido ou injusto emprego de trabalhadores por nenhuma razão senão a tacanhice) da classe mesteiral dentro desse sistema.

Mais uma vez, opondo-nos ao relativismo historicista, podemos demonstrar o padrão corrompedor que apresenta o comportamento judeu no capitalismo pela observação de condições análogas na modernidade. Por exemplo, o sistema da  arenda, do final do século XIX e começo do século XX na Europa Oriental (especialmente na Polônia, Ucrânia e Romênia), era bastante semelhante ao sistema feudal na Europa Ocidental mediévica.

O sistema da arenda podia ser considerado amplamente harmonioso até a chegada massiva dos judeus arendasi [arrendadores] durante os séculos XVI e XVII, quando esses judeus foram se impondo como cobradores de impostos, agentes imobiliários, despachantes alfandegários e agiotas. O monopólio judaico nessas atividades levou à rápida mercantilização da terra e à expansão do grande capital, processos pelos quais os judeus esperavam beneficiar exclusivamente a própria comunidade. Como a existência das comunidades judias em sua totalidade dependesse do capitalismo parasitário, os judeus disputavam com unhas e dentes o monopólio de setores mais importantes. Por example, o Va’ad Medinat Lita (Conselho Judaico da Lituânia) por duas vezes aprovou resolução defendendo a permanência da concessão dos serviços de alfândega e arrecadação para os judeus, afirmando que “Nós já percebemos claramente o grande perigo que surge quando a administração da alfândega e a cobrança de taxas ficam nas mãos dos gentios; porque a alfândega em mãos judias é o pivô em torno do qual tudo (no comércio) gira, por isso os judeus devem estar no controle”.

O mais notável nisso aí é que a alta posição dos judeus na hierarquia social não se fez acompanhar de nenhum tipo de paternalismo. Em verdade, ao longo da história, os judeus notabilizaram-se por comportamentos de hostilidade e parasitismo quase inacreditáveis para com os europeus não pertencentes à elite.  Philip Eidelberg, historiador da Grande Revolta Camponesa da Romênia de 1907, descreve como os judeus arendasi “exploravam as propriedades muito mais ferinamente do que os arendasi nativos da Romênia”. Ele explica ainda que os judeus não estavam interessados no desenvolvimento das propriedades ou na satisfação dos trabalhadores em longo prazo, antes buscavam, com frequência, encarecer ao máximo as locações, a ponto de quase inviabilizar as quintas, “mesmo sob o risco de eventualmente esgotar a terra e estragar os equipamentos”.[21] Na Romênia, os judeus desfrutavam dos monopólios, e Eidelberg demonstrou que os banqueiros judeus recusavam-se a emprestar dinheiro para qualquer goim (não judeu) interessado em se estabelecer como prestamista no mercado financial.[22] Destarte, os judeus reservavam a ganhuça apenas para si mesmos, sempre estreitando o garrote vil no campesinato europeu. Eidelberg escreve que “O resultado da extorsão financeira judaica foi que o camponês era sempre o perdedor. Na verdade, essa competição restrita entre duas das maiores famílias de judeus arendasi — os Fischers e os Justers — acabaria por favorecer que a revolta rebentasse em 1907”.[23]

Os judeus, é claro, continuam a desempenhar papéis destacados no que há de pior e mais parasitário no capitalismo. Os judeus também seguem adquirindo terra com intenção parasitária, exemplo mais interessante disso sendo as atividades argentinas do oligarca judeu-britânico Joe Lewis, sonegador fiscal e especulador financeiro que abiscoitou bilhões com George Soros quando ambos jogaram com a baixa da libra esterlina em 1992. Como explica um analista, “A aposta de Soros e Lewis contra a libra foi o que realmente levou essa moeda ao desastre, depois de Soros haver ordenado aos jogadores de seu fundo para “sangrar a jugular”, agressivamente operando contra a libra, e disso decorreu a forte desvalorização da moeda. Apesar de Soros ter ficado conhecido como “o homem que quebrou o Banco da Inglaterra”, em razão da ganhança bilionária naquela fatídica manobra, Lewis ganhou ainda mais dinheiro do que Soros”. Enquanto esses judeus acumulavam bilhões, os britânicos amargavam a recessão econômica que rapidamente se instaurou. Lewis nem estava aí para isso. Ele repetiu a operação no México, causando a crise mexicana do peso, que “disparou a pobreza, o desemprego e a desigualdade no México, deixando seu governo refém do Fundo Monetário Internacional (FMI), pelo empréstimo conseguido sob os auspícios do então presidente Bill Clinton.”

Nababescamente enriquecidos no jogo parasitário da especulação financeira, oligarcas judeus como Soros e Lewis, ao lado de seus patrícios e grandes capitalistas Eduardo Elsztain e Marcelo Mindlin, começaram a comprar grandes fazendas na Argentina, principalmente na Patagônia, onde assumiram os bancos locais, as águas, o óleo, o gás e a maior empresa de energia elétrica da região. Depois de comprar dezenas de milhares de hectares, Lewis manifestou o desejo de fundar “o seu próprio Estado na Patagônia”. Alguns moradores locais quiseram vender suas terras. Mas um dos moradores, Irineo Montero, não quis. Ele, sua mulher María Ortiz e o empregado José Matamala foram encontrados mortos sob circunstâncias misteriosas. Lewis então conseguiu completar a consolidação das terras, pavimentando o caminho para a formação de um enclave sionista, o qual explora a população da região de forma tal que massivos protestos (“Marcha pela Soberania”) são organizados contra essa nova classe dominante judaica, dos quais participa 80% da população local. Segundo o jornalista francês Thierry Meyssan, ex-agente da inteligência francesa, Lewis é muito mais obsequioso para com os seus pares judeus e tem convidado milhares de soldados de Israel ao seu território a cada ano. No final de 2017, o ex-agente Thierry Meyssan declarou: “Desde a Guerra das Malvinas, o exército de Israel vem organizando ‘colônias de férias’ na Patagônia para os seus soldados. De 8 mil a 10 mil militares judeus gozam duas semanas de férias todo ano nas terras de Joe Lewis”.

O que se mostra patente aqui é um exemplo muito moderno do milenar padrão comportamental judeu de promover operações de larga escala para extrair as riquezas de uma nação e explorar o seu povo. Devemos fazer a Slavoj Zizek a seguinte pergunta, com toda a franqueza: o grande capital e todo o estabilismo da classe dominante não foram e não continuam sendo judaicos em grande parte?

VI. Kevin MacDonald segundo Zizek

Uma possível explicação para a ignorância de Zizek sobre o antissemitismo, tirante a cegueira de seu fanatismo ideológico, é a extrema falta de leituras sérias sobre o assunto, valendo a mesma explicação para o finado Jean-Paul Sartre e intelectuais marxistas de forma geral. Em relação a essa questão, é interessante dar uma olhada no tratamento que Zizek dispensa ao trabalho de Kevin MacDonald. Em 2014, Zizek publicou um texto em que faz menções a Kevin MacDonald, considerando-o “proponente de novo barbarismo” e, antes disso, indelicadamente, comentando Cultura da crítica, disse que “o mais importante é saber que esse novo barbarismo consiste num fenômeno estritamente pós-moderno, trata-se do avesso do que seria uma atitude altamente reflexiva e autoirônica — ainda que, lendo autores como MacDonald, o leitor fique sem saber se o que lê é sátira ou alguma ‘séria’ argumentação”. Em outras palavras, Zizek não tem nenhum argumento substantivo. Entretanto, como depois reportaram revistas tais quais Newsweek, Inside HigherEd e outras organizações da mídia de referência, tinha ficado claro que Zizek não só não lera Kevin MacDonald como também tinha simplesmente plagiado o sumário de Cultura da crítica de uma resenha publicada na American Renaissance. O plágio de Zizek foi primeiramente suspeitado quando Steve Sailer, num texto para The Unz Review, referiu que Zizek “alcançou alto grau de clareza na exposição de MacDonald que nunca antes vi em tudo o que li dele”. Coube ao editor de uma ciberteca quase desconhecida descobrir que o “alto grau de clareza” era resultado de uma cópia que Zizek fizera, quase ípsis-lítteris, da resenha de um livro de MacDonald por parte de Stanley Hornbeck, a qual saiu na edição de março de 1999 da The American Renaissance. Apanhado em flagrante, Zizek saiu-se com uma esfarrapada desculpa, até reconhecer que não tinha lido o trabalho de MacDonald, e que a ideia de incluir MacDonald em seu trabalho surgiu quando “um amigo me falou das teorias de Kevin MacDonald, então pedi a ele para me mandar um resumo delas”. E assim, com base em alguns comentários de um compadre e numa rápida síntese, foi que Slavoj Zizek, tido como superastro acadêmico, houve por bem condenar Kevin MacDonald, um professor titular e autor de livros muito bem referenciados sobre os judeus e a história judaica, como “proponente de um novo barbarismo”. Zizek tem razão: existe uma sátira nisso aí, mas o satirista não é Kevin MacDonald.

VII. Conclusão: o antissemitismo é uma “ideologia”?

Marx and Engels, no seu famoso conceito de ideologia, que Slavoj Zizek deve conhecer muito bem, explicam que a ideologia tem origem na superestrutura da sociedade (ou seja, nas ideias predominantes difundidas pela classe dominante).  Já deveria estar claro, a esta altura, que o antissemitismo dificilmente pode hoje ser considerado parte da infraestrutura, porquanto nenhum intelectual da classe dominante defende ideias antissemíticas de qualquer tipo. Nessa categoria incluem-se Slavoj Zizek e Jordan Peterson, figuras situadas em lados diametralmente opostos quanto à ideologia, à política e à visão econômica, mas ambos têm em comum posições quase idênticas em relação aos judeus e ao antissemitismo. Em verdade, o antissemitismo pode ser singularmente pensado como alguma coisa que permanece fora da superestrutura, preconizado por intelectuais orgânicos e ativistas que restam como os últimos vestígios de uma forma orgânica de sociedade submetida à perversão e à exploração ao longo de muitos séculos. Enquanto expressão pensamental e política da reação defensiva da sociedade orgânica, o antissemitismo assoma de seu longo passado ainda como a crítica mais radical, coerente e perigosa da ordem social estabelecida. O antissemitismo é a última, e única, ideia verdadeiramente revolucionária de nosso tempo.

Se nas ideias de Slavoj Zizek existir alguma coisa que preste, poderá talvez estar, ironicamente, na analogia do marido desconfiado. Voltando ao caso do corno manso leninista, recordo o pensamento de que “Aquilo não reclamado como só nosso, deixa de ser nosso”. A figura patética que se sentou à mesa diante de mim não perdeu sua mulher quando ela foi para a Noruega — ele a perdeu quando renunciou a seus interesses, deixando aberta a porta por onde, no final das contas, ela passaria. Nós devemos zelosamente proteger nossos interesses, nossas famílias e nossa terra. Contra competidores. Contra exploradores. Contra judeus. O que temos, nós mantemos.

Fonte: The Occidental Observer. Autor: Andrews Joyce. Título original:Slavoj Žižek’s “Pervert’s Guide” to anti-Semitism. Data de publicação: 20 de novembro de 2019. Versão brasilesa: Chauke Stephan Filho.

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[1] Aqui, particularmente, causa preocupação que Zizek defenda a tese de que “A verdade não é defesa”, um princípio vigente na legislação censora da livre expressão no Canadá e no Reino Unido.

[2] PENSLAR, D. (ed.). Contemporary anti-semitism: Canada and the World. Toronto: University of Toronto Press, 2005. p. 3.

[3] HERF, J. (ed.). Anti-semitism and anti-zionism in historical perspective: convergence and divergence. Routledge, 2007. p. 11.

[4] MACDONALD, Kevin. The culture of critique: an evolutionary analysis of jewish involvement in twentieth-century intellectual and political movements. 1St Books, 2002. p. 449 (nota 120).

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] DINER, H. In the Almost Promised Land: American Jews and Blacks, 1915-1935. The John Hopkins University Press, 1995. p. 123.

[8] MELADMED, A. Image of the Black in Jewish Culture: A History of the Other. RoutledgeCurzon, 2001. p. 114.

[9] LANGMUIR, G. History, Religion and Antisemitism. Los Angeles: University of California Press, 1990. p. 15.

[10] Ibidem, p. 13.

[11] Ibidem, p. 275.

[12] Ibidem, p.19,67.

[13] Ibidem, 275.

[14] Ibidem, 15.

[15] Cf. JOHNSON, P. A History of the Jews. 1987. p. 205.

[16] HILTON, R. H.; HILL, C. The Transition from Feudalism to Capitalism.   Science & Society, Vol. 17, No. 4, p. 340-351. (Fall, 1953).

[17] JULIUS, A. Trials of the Diaspora. p. 401.

[18] Para uma excelente síntese sobre esse processo no feudalismo, cf. R. Allen BROWN, Origins of English Feudalism. Nova Iorque: Barnes and Noble Books, 1973.

[19] Ibidem.

[20] McCLEARY, M. (Ed.). The Oxford Handbook of the Economics of Religion. Oxford: Oxford University Press, 2011. p. 68.

[21] EIDELBERG, P. G. The Great Rumanian Peasant Revolt of 1907: Origins of a Modern Jacquerie. p. 39.

[22] Ibidem, p. 120.

[23] Ibidem, p. 39.